Case chiuse, verità e menzogne

Case chiuse, verità e menzogne

Prima di iniziare, è indispensabile fare una premessa. Non è in questa sede che si vuole esprimere un parere favorevole o contrario alla legalizzazione della prostituzione, il che necessiterebbe di un dibattito etico e sociologico ben più ampio e articolato. Compito di questo breve articolo è smontare alcune convinzioni circa uno dei divieti più discussi degli ultimi anni, poiché tali luoghi comuni si riflettono negativamente anche in altri ambiti.

Detto ciò, si spera di analizzare in maniera obiettiva le cause della decisione che ha portato a vietare in Italia la pratica della prostituzione. Come è risaputo, la prostituzione in Italia è vietata dalla legge 75 del 20 febbraio 1958, nota come “legge Merlin”, dal nome della sua promotrice. Quest’ultima, contrariamente a quanto si possa pensare, vista la sua battaglia, non apparteneva alle fila della Democrazia Cristiana, bensì era deputata del Partito Socialista Italiano, dopo aver partecipato alla Resistenza.

Prima dell’entrata in vigore della legge, le “case di tolleranza” erano ammesse e le prostitute sottoposte a controlli sanitari periodici (anche se spesso tali controlli erano elusi, per evitare il rischio del ritiro della licenza, complice anche la difficoltà di un’adeguata vigilanza nell’Italia del dopoguerra). Curiosamente, all’indomani dei Patti Lateranensi del 1929, le “case di tolleranza” raggiunsero un numero considerevole sul territorio nazionale, addirittura con l’esposizione dei tariffari recanti il simbolo reale e del governo fascista. Spostandoci ancora più indietro nel tempo, è storicamente accertato che all’interno dello stesso Stato Pontificio erano presenti dei bordelli.

Alla luce di ciò, è possibile stabilire che la presenza della Santa Sede non ha avuto alcun ruolo nell’approvazione della legge Merlin. Tuttavia, permane la convinzione che nel nostro Paese la Chiesa influenzi la politica a tal punto da impedire oggi, anche se non si sa come, la riapertura delle case chiuse. Una possibile teoria, fondata più su congetture che su prove concrete, associa la riluttanza a cancellare la legge alle “collusioni tra mafia e politica”.  

Tipicamente, si tende a riportare, a sostegno di queste tesi, alcune delle conseguenze socio-economiche che la legge Merlin ha comportato. Innanzitutto, che vi è stata una riduzione di entrate nelle casse dello Stato, anche ciò vale per ogni settore di mercato che, per motivi diversi, venga a sparire. Inoltre – e questo è innegabile – che il divieto abbia incrementato il mercato nero, con la gestione da parte delle mafie.

A proposito di quest’ultimo discorso, è opportuno però fare una considerazione. Il pensiero che sentiamo spesso – “Bisogna legalizzare per togliere attività alle mafie” – è anch’esso errato, in quanto la criminalità organizzata non si combatte con le sue stesse attività secondo un regime di “concorrenza”, ma con azioni decise e forti da parte dello Stato, a prescindere dalla legalizzazione o meno della prostituzione. Così come non regge la convinzione che il degrado delle strade cessi non appena le case chiuse siano riaperte: lo stesso risultato si potrebbe ottenere, in larga parte, espellendo le prostitute straniere, come avviene in molti Paesi.

E’ anche importante notare come l’eventuale legalizzazione non comporti necessariamente l’assenza di criminalità. In una nota trasmissione d’inchiesta, fu dimostrato che nei Paesi Bassi, tra i primi ad intraprendere questa strada, alcune prostitute (che esercitano legalmente tale pratica) siano soggette comunque al controllo dei “papponi”, trasformando la prostituzione in contrabbando.

Quindi, non ci chiediamo se la prostituzione sia etica o no, ma se la prostituzione sia vietata per i motivi che siamo abituati a sentire. E l’aver smontato questo potente luogo comune forse può farci riflettere sul fatto che la convinzione che la presenza in Italia della Chiesa Cattolica sia la causa di tutti i mali sia, in ultima analisi, totalmente priva di fondamento, relativamente a questo ambito.