La battaglia del Fascismo contro la Mafia

La battaglia del Fascismo contro la Mafia

Signori, è tempo che io vi riveli la mafia. Ma, prima di tutto, voglio spogliare questa associazione brigantesca da tutta quella specie di fascino, di poesia, che non merita minimamente. Non si parli di nobiltà e di cavalleria della mafia, se non si vuole veramente insultare tutta la Sicilia.”

(Benito Mussolini, Camera dei Deputati, 27 Maggio 1927)

Il Cavaliere Benito Mussolini “sbarcò” in Sicilia, per la prima volta nella sua vita, il 6 maggio 1924, entrando nel porto di Palermo a bordo della corazzata Dante Alighieri, scortato da dieci cacciatorpediniere, quando era Capo del Governo da appena due anni.

Sebbene, per sua stessa ammissione, conoscesse poco la questione meridionale e il fenomeno mafioso, il suo ineguagliabile fiuto politico gli fece comprendere che il consenso plebiscitario (oltre il 70%) ottenuto poche settimane prima alle elezioni politiche nell’isola celava intrallazzi e maneggi clientelari delle cosche mafiose, che nulla avevano a che vedere con le nuove idee di Stato e società di cui si faceva portavoce il Fascismo.
Al suo primo impatto palermitano, il Duce avvertì immediatamente un senso di disagio e, riferendosi ai notabili e ai politici della città, mormorò all’orecchio del suo segretario Alessandro Chiavolini: “Qui sono tutti una combriccola, come mi muovo sento puzza di mafia”.

Il giorno successivo, un episodio chiave: il Capo del Governo si recò in visita a Piana dei Greci, dove venne accolto dal sindaco Francesco Cuccia, nonché padrino della contrada, chiamato da tutti Don Ciccio, che ostentava sul petto la Croce di Cavaliere del Regno, pur essendo stato chiamato in giudizio per omicidio in otto processi, tutti risolti per insufficienza di prove.

Il “sindaco” volle accompagnarlo sull’auto scoperta e, durante il tragitto cerimoniale per le vie del paese, invase dalla folla in festa, con un gesto confidenziale, si avvicinò all’orecchio di Mussolini e gli disse: “ Ma voscienza, signor capitano! Voi siete con mia. Siete sotto la mia protezione, che bisogno c’era di tanti sbirri?”.

Il Duce frenò a stento uno scatto d’ira, non gli rispose, non gli rivolse più la parola e, al momento del commiato, evitò anche di ricambiare il saluto.

Quella sera, a Palermo, il prefetto Benedetto Scelsi gli tracciò un quadro impressionante: l’intera isola era controllata dalla “onorata società”.  L’autorità dello stato era inesistente e molto spesso le forze dell’ordine dovevano scendere a patti con i banditi.  

Ma questi cosiddetti banditi non erano mafiosi. Semmai, erano il braccio armato della mafia. I veri mafiosi vivevano nella legalità, suddivisi in complesse gerarchie. La Mafia controllava ogni cosa, dalla vita politica a quella sociale ed economica dell’isola. Indicava i candidati che potevano essere eletti, regolava i rapporti fra agricoltori e latifondisti, svolgeva azioni anti-sciopero, controllava gli appalti e ogni genere di affare lucroso. Mancando in toto la tutela dello Stato, tutti, volenti o nolenti, avevano bisogno della protezione della mafia; sia i proprietari terrieri che i commercianti pagavano una sorta di tassa ai mafiosi, chiamata pizzu.

Mussolini ascoltò il prefetto, borbottando oscure minacce alla vecchia Italia liberale, alternando momenti di pacata attenzione a scatti d’ira in cui i suoi occhi roteavano come cerchi di fuoco.

Il 9 maggio ad Agrigento, parlò di fronte a una folla silenziosa, e fu una vera e propria dichiarazione di guerra alla mafia: «Voi avete dei bisogni di ordine materiale che conosco: si è parlato di strade, di bonifica, si è detto che bisogna garantire la proprietà e l’incolumità dei cittadini che lavorano. Ebbene, vi dichiaro che prenderò tutte le misure necessarie per tutelare i galantuomini dai delitti dei criminali. Non deve essere più oltre tollerato che poche centinaia di malviventi soverchino, immiseriscano, danneggino una popolazione magnifica come la vostra».

Il 12 maggio, con una settimana di anticipo, rientrò a Roma, furente per ciò che aveva visto e sentito in Sicilia. Il Duce ne era assolutamente convinto, il Fascismo non avrebbe mai avuto nulla da spartire con la Mafia, anzi, la sua eliminazione avrebbe ristabilito l’autorità dello Stato e aumentato esponenzialmente il suo prestigio personale. Così, confidò al suo addetto stampa Cesare Rossi: “Infliggerò alla mafia un colpo mortale”.

Il 27 maggio, convocò a Palazzo Chigi il capo della polizia, il generale De Bono, i questori Moncada e Bocchini e l’onorevole Federzoni. Espose il suo piano di lotta alla mafia e disse ai convenuti: “Per portare vittoriosamente a termine questa opera di bonifica, mi occorre un uomo nuovo, un uomo coraggioso, capace, inflessibile ed esperto di cose siciliane senza essere siciliano”.

Federzoni propose il nome di Cesare Mori. Il “Prefettissimo”, funzionario integerrimo, uomo di grinta e coraggio, durante il biennio rosso si distinse a Bologna caricando senza pietà tutti i sovversivi, neri o rossi, senza distinzioni. Uno dei migliori funzionari del Regno, senza ombra di dubbio, un onesto esecutore di ordini, preparato, inflessibile e coraggioso.

Inoltre, conosceva a fondo la Sicilia, a tal punto che il Governo Giolitti lo aveva già inviato precedentemente per due volte per combattere il fenomeno mafioso. Pur avendo dimostrato notevole perizia, Mori non era riuscito a conseguire un apprezzabile risultato, dati i limitati mezzi legislativi conferitigli.

Fu deciso, e Mussolini glissò: “Spero che questo Mori sia altrettanto duro con i mafiosi come lo è stato con i miei squadristi”. Il Prefetto di Ferro, come verrà poi successivamente ribattezzato, ricevette il giorno seguente un telegramma, un viatico mussoliniano categorico e assai poco garantista, ma che oggi più che mai farebbe sicuramente la gioia di qualunque funzionario statale deciso a debellare la Mafia.
“Vostra eccellenza ha carta bianca”. “L’autorità dello Stato deve essere assolutamente, ripeto assolutamente, ristabilita in Sicilia. Se le leggi attualmente in vigore la ostacoleranno non costituirà un problema. Noi faremo nuove leggi”.
Vennero quindi concessi a Mori, che si avvalse dell’opera dell’ottimo maresciallo Spanò, i pieni poteri.

Grazie alle leggi speciali – in questo contesto, indispensabili – il Prefetto di Ferro, in pochissimo tempo, mise in ginocchio la mafia. Centinaia di processi passati in giudicato per insufficienza di prove vennero riaperti senza tener conto dei consueti ostacoli procedurali e dei cavilli legali, anzi vennero conclusi con grande rapidità e con sentenze esemplari. Centinaia di mafiosi finirono in carcere o confinati nelle isole, mentre le bande dei briganti furono sbaragliate assediate e annientate con rastrellamenti e campagne militari, con anche l’impiego dell’artiglieria.
Mori, forte della sua “carta bianca”, non esitò a combattere i capisaldi dell’alta mafia, sciolse persino la federazione fascista di Palermo, poiché ricolma di infiltrazioni mafiose, rinviando a giudizio anche il segretario federale, l’onorevole Alfredo Cucco (poi assolto). Nel maggio 1927, venne sciolto anche il fascio di Catania.

Le azioni del Prefetto non si svolsero, però, solo attraverso retate e processi, ma riguardarono anche l’educazione culturale del popolo siciliano. Ciò che maggiormente preoccupava Mori era inculcare nei siciliani la consapevolezza di essere italiani, di far rispettare le leggi dello Stato e di togliere il potere dalle mani del singolo per porlo saldamente nelle mani della polizia e dei magistrati.

Fu per tali motivi, dunque, che il Prefettissimo dedicò buona parte dei suoi ultimi anni nell’isola alla cosiddetta “campagna educatrice”, preoccupandosi anche e soprattutto dei giovani.

Mori era convinto che il principale nemico della mafia fosse l’educazione e affermava che: “Dal punto di vista della propria conservazione la mafia […] non teme il carcere quanto la scuola, […] non teme il giudice quanto il maestro”.

Mori continuava asserendo che il suo era un ragionamento perfettamente logico: infatti, l’azione della polizia e dei magistrati avrebbe sicuramente potuto fare dei vuoti nella malvivenza, ma pur sempre dei vuoti facilmente colmabili; la scuola, invece, avrebbe colpito la mafia alle radici, le avrebbe tolto cioè l’afflusso di nuove forze.

Questo concetto di risanamento della società siciliana venne compreso ed esposto nel 1929, nel corso del “processone” contro la mafia, dal deputato fascista Michelangelo Abisso, patrono di Parte Civile. Nella sua lunga arringa, ammonì: «Debellato il male, occorre far seguire quella che i medici chiamerebbero cura ricostituente, occorre ritemprare l’organismo, in modo che possa vittoriosamente resistere ad un nuovo attacco. […] Occorrono acqua e luce, telefoni e scuole, che vincano gli ultimi residui di analfabetismo e di ignoranza».

Nessuno come lui arrivò ad umiliare tanto la mafia. Se non riuscì fino in fondo nel suo intento, ciò dipese in parte dal potere politico, che fermò la sua azione quando stava per travolgere le ultime e più alte strutture della “onorata società”. Nel 1929 venne infatti, licenziato per “anzianità di servizio”, richiamato a Roma e nominato Senatore del Regno. La vera mafia – la cosiddetta “alta mafia” – non venne dunque debellata completamente. Tuttavia, essa cadde in un sonno profondo, dal quale venne ridestata solo dai Padrini Americani tornati nell’isola nel 1943 con lo sbarco delle truppe alleate.

L’unico tentativo serio di lotta alla mafia fu quello del prefetto Mori, durante il Fascismo, mentre dopo, lo Stato ha sminuito, sottovalutato o semplicemente colluso. Sfidiamo gli antifascisti a negare che la mafia ritornò trionfante in Sicilia ed in Italia al seguito degli “Alleati” e degli antifascisti, in ricompensa dell’aiuto concreto che essa fornì per lo sbarco e la conquista dell’isola!

Così scrisse nel suo libro, Cose di Cosa Nostra, Giovanni Falcone. In effetti, l’attuale debole, corrotto e colluso stato democratico, garantista e liberale, tenderà sempre per sua stessa natura a scendere a patti con la Mafia.

La famosa frase di Paolo Borsellino, “Mafia e Stato sono due poteri su uno stesso territorio, o si combattono, o si mettono d’accordo.”, riassume in parte questo concetto.
Un regime dittatoriale, invece, non può, per la medesima ragione, “scendere a patti”, poiché così facendo riconoscerebbe una forma di Stato nello Stato, il ché sarebbe semplicemente inconcepibile.

Solo grazie ai poteri speciali e alla “carta bianca” affidati al Prefetto Mori, in Italia, dal 1861 ad oggi, allora ci si avvicinò più che mai alla sconfitta totale del fenomeno mafioso. Con gli attuali strumenti concessi ai PM e ai Giudici anti-mafia, la lotta è impari.
L’élite mafiosa sguazza indisturbata nelle aule del Parlamento, i suoi uomini si crogiolano nel nostro sistema garantista e tracannano gli elisir di lunga vita: lungaggini procedurali, prescrizioni, assoluzioni per insufficienza di prove. La cura al cancro della nostra nazione è ancora molto, molto lontana, se non, ahimé, irraggiungibile.

A mali estremi, purtroppo in taluni contesti, sono necessari se non indispensabili, estremi rimedi.
Chi lo nega, o è ingenuo, o è in malafede.