Abbasso i dogmi, abbasso le categorie, abbasso le sentenze

Abbasso i dogmi, abbasso le categorie, abbasso le sentenze

Nel linguaggio della politica, e soprattutto nelle aree più radicali – nessuno però risultandone totalmente immune – è frequente il ricorso a categorie ideologiche per definire, nel bene ma soprattutto nel male, atteggiamenti, condotte, formae mentis, tendenze, spesso per smarcarsene, prenderne le distanze, indicarle a dito fino a farne oggetto di ostentata riprovazione. Non che le famiglie politiche non esistano e non rappresentino uno strumento indispensabile di semplificazione del linguaggio, ma è un certo loro abituale utilizzo che qui viene preso in considerazione.

Se da sinistra termini come fascista, nazista, razzista, nazionalista (senza riserve neppure su quest’ultimo, nonostante le pieghe patriottiche prese da certe rivoluzioni marxiste non del tutto ortodosse) imperversano per cercare di togliere legittimazione politica, e forse ancor prima dignità umana, ai destinatari di siffatte accuse (un “nazifascista” è una non-persona) e senza contare l’attribuzione di deviazionista, riservata alle dinamiche interne a quell’area, dal centro (in tutte le sue variabili, compresi anche i post-pci pentiti e timorosi), oltre alle precedenti e a quella di comunista, si è aggiunta una nuova definizione, populista (una volta si usavano termini più simpatici, come arruffapopolo o masaniello), che però la sinistra usa con più prudenza per non svilire quel popolo – parola che appartiene al suo recinto semantico – di cui afferma essere paladina.

Nel variegato mondo della “destra identitaria”, la situazione è più disordinata e, per questo, più intrigante, vuoi per il marcato individualismo che caratterizza le sue gentes, vuoi per l’assenza d’una ferma e condivisa ideologia di riferimento (non esiste un corrispondente di Marx dalla parte opposta, semmai un buon numero di pensatori che dividono anche duramente i rispettivi sostenitori). E a me questa interessa, per ovvie ragioni d’appartenenza, ma anche perché il campionario delle aggettivazioni ideologiche che si scagliano dalle sue intransigenti e rissose trincee, come le stampelle di Toti, contro gli “altri” – i nemici evidenti, ma anche i presunti collaborazionisti, volontari o no, del nemico principale, salvo poi capire chi sia costui, e qui ci sarebbe da sbizzarrirsi, perché partiamo da Pinochet e arriviamo fino a Stalin, passando per tutte le coloriture intermedie – è degno di un catalogo d’un museo di scienze naturali: comunista, reazionario, democratico, liberale, conservatore, progressista, missino (!), filosionista, borghese, destrista (sic), imperialista, filoamericano, e chi ne ha più ne metta; il che è razionalmente spiegabile soltanto con la marginalità numerica e politica a cui conduce una prassi da assedio di Fort Apache (o da un più elitario rifugio in una torre d’avorio), che vede nemici ed avversari attaccare la cittadella (le cittadelle) da ogni direzione, anche dal suo (loro) interno.

Difficile venirne fuori, se non sfidando i pregiudizi (dal latino praeiudicium, giudicare prima, ossia un’opinione concepita sulla base di  convinzioni personali e generali, senza conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose, spesso superstiziosa o senza fondamento, così si legge nel dizionario Treccani) che si fondano non solo su generalizzazioni spesso fuorvianti (forse che socialismo, liberalismo, democrazia, imperialismo, destra – tanto per citare qualcuna fra le definizioni politico/ideologiche prima richiamate –  hanno mantenuto il loro stesso intimo significato attraverso lo spazio ed il tempo? Evidentemente no), ma che si rivelano oltretutto ingannevoli perché finiscono, al termine di processi sommari, per non cogliere quel che di naturale e decente sta in ognuna di esse: forse che nell’idea di democrazia non è espressa anche la necessità di un consenso popolare alla condotta di chi governa? Forse che nell’idea liberale non è espressa anche la necessità di un rispetto della volontà individuale e del pensiero? E non è insita nel socialismo l’esigenza di una giustizia diffusa, che trova in un’equa distribuzione delle ricchezze uno dei propri fondamenti? Si può essere incondizionatamente contrari a queste ben individuate prospettive – per il pur giustificato timore che esse degenerino, come spesso accade, in anarchia o in totalitarismo – fino al punto di negarne ogni più ristretta e condivisibile interpretazione? Tenendo altresì in conto che stiamo parlando dell’Italia, che resta pur sempre un Paese civilizzato, di antica tradizione politica, intellettualmente avanzato, culla di diritto e civiltà, non di una repubblica delle banane (per quanto degradata sia oggi la nostra società sotto il profilo dell’onestà e del senso civico; ma la media, e chi viaggia lo sa, è bassa ovunque).

Questo significherebbe fare di “noi” una palestra di democrazia, liberalismo o socialismo? No, evidentemente! Ciò deve solo indurre in noi cautela nel giudicare l’uomo e le sue idee, tenendo in conto le sue peculiarità, le sue contraddizioni, l’essere ciascuno – ogni individuo, con la sua storia, le sue esigenze, la sua cultura, la sua esperienza – un micromondo che va esaminato e interpretato, pure criticato, ma senza farne oggetto di  facili generalizzazioni e spicce sentenze; che competono ai tribunali, non a chi vuol far politica e va cercando un onesto consenso, tanto più che oggetto di condanna debbono essere i fatti e non l’intreccio di pensieri e sentimenti, che attraversano la coscienza in una miriade di combinazioni che nessuna analisi riuscirebbe mai a fotografare efficacemente, men che meno delle perentorie e rozze qualificazioni politico-ideologiche.

Ci aiuta in questo sforzo di comprensione – e di saggio smarcamento da troppo affrettate idealizzazioni – un giovane Papini, quando, scrivendo “Il crepuscolo dei filosofi”, attacca il dogmatismo, l’irrazionalità della ragione ed invita ad accettare la profonda contraddittorietà della realtà. Se lui licenzia la filosofia – che altro non è, per Papini, se non un tentativo di generalizzare esperienze e caratteri di chi la costruisce – in nome dell’azione, dei fatti concreti, del continuo mutamento, anche del paradosso, mentre il mondo dell’unità assoluta, disegnato dai filosofi, non è che “il regno della calma, del riposo, dell’immobilità, della morte”, allora licenziamo anche noi – che non siamo fortunatamente figli di alcuna lebbra ideologica  – la brutta abitudine di (s)ragionare utilizzando dogmatiche e troppo spesso artificiose definizioni.