Siria, la nuova guerra dell’acqua

Siria, la nuova guerra dell’acqua

Il possesso e il controllo dell’acqua nei paesi mediorientali, è, forse, l’elemento di maggior importanza nell’evoluzione degli scenari geopolitici di questa vasta area, al pari della forza militare o di posizioni geografiche strategicamente vantaggiose.

È ormai risaputo che lo Stato che riesce a controllare le risorse idriche possiede maggior potere, poiché è in grado di potenziare il settore agricolo e quello industriale, può assicurare ai suoi cittadini maggiore benessere, ponendo in essere un ordine stabile all’interno dei suoi confini. Ma non solo. Uno Stato in possesso di grandi risorse idriche potrà negoziare (e in qualche caso ricattare) con i suoi vicini da una posizione di forza, facendo leva su un’arma eccezionale.

Quello che sta emergendo in alcune aree del mondo, soprattutto nell’odierno contesto internazionale, è l’importanza cruciale che ha assunto l’acqua in numerosi conflitti.  Molto più che il petrolio, l’acqua sta divenendo la nuova risorsa strategica nel controllo di popolazioni e intere regioni. Il suo monopolio potrebbe alterare considerevolmente la geopolitica ed incrementare conflitti sociali, politici e militari. Il bisogno d’acqua è, dunque, gestito come una vera e propria arma, della quale si è sempre tenuto conto durante le negoziazioni: essa viene sfruttata per trattare e avanzare pretese.

Ne è esempio lampante la politica che, da decenni, Israele sta portando avanti a scapito dei suoi vicini libanesi, siriani, giordani e palestinesi. Le acque contese sono quelle del fiume Giordano e dei pozzi sotterranei della Cisgiordania, dai quali dipende il sostentamento dall’agricoltura e dell’industria israeliana. Solo il 3% del bacino del Giordano si trova in territorio israeliano, ma Israele ne sfrutta oltre il 60% della portata.

L’acqua, nelle ultime settimane, sta divenendo terreno di battaglia anche nella martoriata Siria. Nella capitale, Damasco, oltre 5 milioni di civili stanno lottando per riottenere un diritto fondamentale per la vita di ogni essere umano.

Ma andiamo per ordine. Le autorità hanno interrotto l’approvvigionamento idrico da circa un mese, a seguito della contaminazione delle acque con oli carburanti. Secondo il governo siriano, il sabotaggio sarebbe stato compiuto dalla milizie ribelli che controllano la zona montuosa, al confine con il Libano, attraversata dal fiume Barada, che fornisce oltre il 70% del fabbisogno idrico della capitale siriana. Ad oggi, nell’area metropolitana di Damasco, la stragrande maggioranza degli abitanti è stata parzialmente o completamente tagliata fuori dall’approvvigionamento idrico.

L’area del Wadi Barada è occupata, ormai da 5 anni, da gruppi di ribelli, i quali, in più circostanze, avevano minacciato di contaminare le forniture d’acqua provenienti dal fiume in questione come ritorsione nei confronti dell’operato di Assad. Gli stessi ribelli avevano minacciato, inoltre, di tagliare l’approvvigionamento idrico diretto a Damasco. Minacce che si sono concretizzate circa un mese fa.

Quello che può essere considerato come un vero e proprio attacco terroristico arriva pochi giorni dopo la “riconquista” di Aleppo, la seconda città della Siria, strappata dalla morsa della milizia terroristica Takfiri. La città era l’ultima grande area urbana controllata dai terroristi.

I ribelli, dal canto loro, continuano a declinare ogni accusa. Per i miliziani, l’attuale crisi idrica sarebbe da imputare a presunti bombardamenti delle forze governative contro alcuni dei principali serbatoi idrici della capitale siriana. Tuttavia, le documentazioni raccolte da numerose testate giornalistiche internazionali presenti in Siria ci descrivono un quadro completamente differente. Significativo, a tal proposito, è stato il reportage di RussiaToday, che ha raccolto numerose testimonianze di cittadini di Damasco in fila per l’acqua: per la stragrande maggioranza di loro, il sabotaggio è, senza ombra di dubbio, da attribuire alle forze ribelli presenti nell’area del Wadi Barada. E a confermare questa versione vi sono anche alcune fonti vicine ad Hezbollah, secondo le quali il sabotaggio è stato una ritorsione nei confronti del governo, dopo il bombardamento dell’area in questione da parte delle forze militari siriane.

Intanto, le autorità cittadine di Damasco sono dovute ricorrere all’utilizzo di autobotti di acqua potabile per soddisfare il fabbisogno della popolazione, in una regione storicamente afflitta da lunghi periodi di siccità. Tale situazione solleva forti  preoccupazioni circa i rischi di malattie legate al consumo di acqua contaminata, soprattutto tra i bambini. La conseguenza diretta, già riscontrabile in diverse centinaia di persone, è l’aumento esponenziale di patologie renali e gastroenteriche.

Ebbene, nonostante una vera e propria crisi umanitaria stia colpendo la popolazione civile siriana, i media occidentali continuano nella loro opera di occultamento sistematico della realtà. Qualcuno, nel “sottobosco” dell’informazione, avanza la tesi secondo cui l’attuale crisi idrica siriana sia imputabile non solo alle milizie ribelli, ma anche all’occulto operato statunitense, israeliano e saudita, con l’ausilio dei cosiddetti “Caschi Bianchi”, gruppo di propaganda finanziato da gran parte delle forze atlantiste impegnate in Medio Oriente, più volte accusati di essere fiancheggiatori del terrorismo.

Forse è vero, la liberazione di Aleppo e i successi militari di Assad iniziano ad indispettire i grandi sponsor e finanziatori del terrorismo. Mentre la nuova guerra psicologica si gioca sfruttando subdolamente un bene prezioso come l’acqua, le tensioni sociali iniziano ad acuirsi un po’ ovunque a Damasco. Forse è proprio questo l’obiettivo che si vuole perseguire: un popolo disperato, per l’assenza di un bene primario come l’acqua, potrebbe insorgere contro il proprio governo, trascinando nuovamente la Siria nel caos e vanificando gli sforzi compiuti in questi ultimi mesi da Assad.

Quello che è certo è che, ancora una volta, a farne le spese sono decine di migliaia di civili innocenti.