Il Che Guevara di Pierre Kalfon (Prima parte)

Il Che Guevara di Pierre Kalfon (Prima parte)

UN DESTINO GIA’ SCRITTO?

“Io sono il Che Guevara”. Con queste parole, Ernesto Guevara de la Serna, universalmente conosciuto come “El Che”, si rivolge con tono di sfida a Gary Prado, capitano dei Rangers boliviani addestrati all’anti-guerriglia da Berretti Verdi e veterani statunitensi per combattere la crescente sovversione. L’ufficiale l’ha scorto in fondo ad un dirupo, leggermente ferito ad una caviglia, vestito di una divisa, originariamente verde-oliva, ma ridottasi ad un ammasso di stracci, sporco, senza scarpe e coi piedi ricoperti da pezzi di cuoio malamente cuciti a mano.

Con la descrizione della resa del trentanovenne Ernesto Che Guevara, avvenuta l’8 ottobre 1967, vigilia della sua morte, si apre il bel libro di Pierre Kalfon dedicato alla vita del più famoso guerrigliero di tutti i tempi. L’autore è un giornalista e scrittore francese, esperto dell’America latina – già direttore della Alliance française in Argentina, corrispondente di Le Monde a Santiago del Cile, dove pure fu professore universitario, alto funzionario dell’Unesco in Colombia, Nicaragua e Guatemala, poi attaché e consigliere culturale all’ambasciata a Montevideo e Santiago del Cile – sicuramente affascinato, senza cadere nell’agiografia e mantenendo una rotta di obiettività, da una figura dai tratti romantici e, al tempo stesso, spietati, con se stesso prima ancora che con gli altri. Le vicende, umane e familiari, del giovanissimo Che (così soprannominato per l’uso frequente, tipico del linguaggio parlato rioplatense, di quella sillaba come interiezione) sono trattate con cura ed amore dei dettagli per cogliere cause ed origini di una vita così straordinaria, che lo trasformerà, come ricorda il sottotitolo del libro, in una leggenda del ventesimo secolo.  Nella sua famiglia, benestante, si respira sempre un’aria informale, libertaria (la madre si sposa sfidando le ire dei suoi) e l’atmosfera anticonformistica (che non impedisce uno stile di vita borghese) si coniuga ben presto con posizioni politiche di sinistra, che i genitori apertamente manifestano durante gli anni della guerra civile spagnola (dove in Argentina si sta in maniera quasi compatta dalla parte di Franco) e del secondo conflitto mondiale.

Ma ben più dell’ambiente familiare è una malattia, l’asma bronchiale di cui è affetto fin da piccolo e che non l’abbandonerà mai, che tempra in maniera importante il suo carattere – determinato fin dai primi anni di scuola, quando capeggia bande di amici e compagni –  rendendolo capace di sopportare i più tremendi sforzi, le più terribili fatiche, i più impensabili disagi, come poi dimostrerà in tutta la sua vita, a cominciare dal periplo dell’Argentina, nell’estate australe del 1950/1951, effettuato con una bicicletta rafforzata da un piccolo motore velosolex, con cui percorre quattromila chilometri scoprendo i tanti paesaggi, i tanti volti, le tante anime della sua terra, in una sorta di viaggio iniziatico, per mettersi alla prova, conoscersi fino in fondo.  Sfida dunque la malattia e le sue ricadute dedicandosi a costanti ed estenuanti attività fisiche, a bravate spesso pericolose, dimostrando un’audacia fuori dal comune. Sfida la malattia come una forma di sfida alla morte.

Non si può dire certamente che a quell’età abbia già abbracciato una posizione comunista o marxista; semmai va maturando in lui una forte natura ribellistica che coniuga l’idea della lotta all’ingiustizia con una forte attrazione per l’avventura, che gli impedisce sempre di metter radici in un posto. Si sente un predestinato alla lotta, alla gloria e al martirio per l’ideale? Sogna la “bella morte”? Kalfon non lo dice, ma lo fa capire. E ricorrerà spesso in lui una sorta di attrazione per una fine gloriosa, armi alla mano, quasi a respingere l’idea d’una pacifica vecchiaia che il suo carattere non potrà concepire.

Il viaggio in motocicletta, prosecuzione logica e completamento del solitario giro in bicicletta, segna un’altra tappa importante della sua vita: parte nel dicembre del 1951 con una Norton 500 guidata dall’amico Alberto Granado, più vecchio e all’epoca più politicizzato di lui,  attraversando la Patagonia argentina, quella cilena, passando per Bolivia, Perù, Colombia ed infine Venezuela. In quegli stessi anni, nota Kalfon, altri viaggiatori vivono on the road, attraversando gli infiniti spazi percorsi dalle lunghe strade del Nord America: è la beat generation di Kerouac, di Ginsberg, che si ribella alla società del benessere che si sta formando negli Stati Uniti del dopoguerra. Questo viaggio gli fa scoprire la pancia profonda del Sudamerica e la sua coscienza politica si matura al contatto con le condizioni, con le realtà, con le profonde disuguaglianze di cui soffre il subcontinente, però sempre con un approccio distaccato, non ancora dogmatico, anzi spesso un po’ beffardo.

Un episodio singolare capitato durante questo secondo viaggio, narrato dal Che, sembra confermare l’idea di una predestinazione al martirio. Incontra uno sconosciuto, che dichiara essere fuggito da un Paese europeo, il quale profetizza un avvenire dove “il popolo conquisterà il potere” e dove lui stesso morirà in questa lotta. L’impressione che riceve da questo annuncio è enorme e lo determinerà a scrivere: “mi vedo cadere immolato all’autentica rivoluzione assaporando il sangue della morte nemica”.

Antiperonista, andrà a sfumare col tempo questa posizione, riconoscendo la lotta anti-imperialista del Generale a cui, durante l’esilio a Madrid, invierà il suo libro “La guerra de guerrillas” con una dedica affettuosa da parte del suo “antiguo adversario“. Dall’Algeria, dove si reca nel 1963, lo inviterà a trasferirsi lì o a Cuba, affinché abbandoni la compagnia di Franco. L’invito scritto sarà accompagnato da 100mila dollari, graziosamente offerti dalla Revolución. Perón si terrà i soldi, ma non si muoverà. La compagnia del Generalissimo gli andava a meraviglia.

ULTIMA FERMATA, CUBA

Il viaggio successivo, preceduto dall’ultimazione degli studi e degli esami che gli valgono la laurea in medicina a Buenos Aires, inizia nel luglio 1953 con l’amico d’infanzia Carlos Ferrer, che poi prenderà altre direzioni, presto sostituito da altri compagni d’avventura. E’ la partenza decisiva della sua vita, il lungo viaggio che lo porterà fino a Cuba. La prima tappa è la Bolivia, raggiunta in treno. In quell’epoca, il paese andino è percorso da pesanti lotte sociali e politiche e lo presiede, dopo un passeggero governo militare, Victor Paz Estenssoro, un nazionalista (che il Che definirà un “derechista“), fondatore del Movimiento Nacionalista Revolucionario, che sta compiendo riforme in favore dei contadini e dei minatori, modernizzando l’istruzione e nazionalizzando il settore minerario, fino a quel momento detenuto da tre famiglie. In Ecuador, incontra alcuni studenti argentini diretti in Guatemala, dove, al termine d’un viaggio marittimo che lo porta prima a Panama, imbarcato su una nave della multinazionale United Fruit (grazie all’interessamento dell’allora parlamentare cileno Salvador Allende), per poi attraversare la sottile striscia centroamericana, vi giunge nel dicembre del 1953.

Il Che non si reca in Guatemala per caso: il paese vive in quegli anni una situazione di eccezione. Il governo, presieduto dal colonnello Jacobo Arbenz, appoggiato dal partito comunista, sta smantellando un sistema agricolo feudale, dove il campesino è obbligato a un vassallaggio di tre giorni alla settimana a favore del proprietario terriero. Si vuole creare un sistema di piccole proprietà e, soprattutto, procedere all’espropriazione delle terre che non sono coltivate per distribuirle ai contadini. Si dà il caso che la United Fruit detenga circa duecentomila ettari di terre, di cui utilizza solo il sedici per cento, e l’annuncio della riforma agraria mette in allarme la multinazionale e il sistema di potere che la difende, che fa capo agli Stati Uniti.

E’ proprio in Guatemala che avvengono importanti svolte nella vita del Che. Conosce quella che diventerà la sua prima moglie, la rifugiata peruviana Hilda Gadea, attivista comunista, e si converte definitivamente, così ci dice Kalfon, grazie anche all’influenza della compagna – nonché a quella di molti rifugiati cubani presenti in loco, superstiti del fallito assalto alla caserma di Moncada guidato da Fidel Castro un anno prima – al verbo marxista-leninista, maturando la scelta della lotta armata come mezzo di lotta politica.

Nel frattempo, dagli Stati Uniti parte una campagna di demonizzazione del governo di Arbenz, accusato di filocomunismo, e la stessa OSA (Organizzazione degli Stati Americani, all’epoca manovrata dalla superpotenza) mette in guardia il Guatemala che qualsiasi infiltrazione marxista equivarrebbe ad un intervento negli affari interni del continente americano, in una discutibile interpretazione estensiva della dottrina Monroe. Fatto sta che a capo della diplomazia americana c’è John Foster Dulles, che ha interessi nella United Fruit, a capo della CIA sta il fratello Allen e il governo del Guatemala espropria 84.000 ettari di terre incolte alla multinazionale. Tanto basta perché, nel giugno del 1954, un esercito di mercenari entri in Guatemala e deponga Arbenz, il quale si rifugia nell’ambasciata messicana. Sono duramente criticati dal Che, lui e il partito comunista guatemalteco, per non aver opposto alcuna resistenza armata. Il potere è preso da Castillo Armas, che abroga immediatamente tutte le ultime leggi agrarie.

Nel settembre successivo, il nostro parte per il Messico. Là sposerà Hilda, che gli darà una bambina, e soprattutto conoscerà i fratelli Castro, espatriati dopo l’amnistia concessa dal presidente cubano Batista in occasione della sua rielezione. La permanenza in Messico gli consente di stabilire una profonda amicizia con Fidel, intenzionato a ritornare sull’isola. Proprio da lì organizza i preparativi della sua Revolución, che inizia la notte del 25 novembre 1956, quando, a bordo del Granma – uno yacht rimesso a nuovo – lui e una ottantina di combattenti, incluso l’Argentino, salpano verso le coste di Cuba. La consegna: coordinare lo sbarco con insurrezioni ovunque e specialmente nella parte orientale dell’isola.

I duri anni della “Sierra Maestra” , dove Castro ed Ernesto Guevara combattono la “guerra de guerrillas” contro un esercito, quello cubano, che non riesce a snidarli e che rappresenta una guerra di logoramento, più efficace sul piano politico-propagandistico piuttosto che militare, contro il regime di Batista, incapace di sedare i fuochi insurrezionali che scoppiano nell’isola, sono descritti con abbondanza di particolari. Il Che mette a frutto il suo carattere, la sua audacia, soprattutto la sua capacità di resistenza che finisce per mettere a dura prova la tenuta fisica e psicologica dei suoi guerrilleros, costretti ad estenuanti marce per diventare, nel morale prima ancora che nel fisico, dei combattenti risoluti. E politica, prima ancora che militare, è la vittoria della ribellione, del Movimiento 26 de Julio (M-26) di Fidel Castro che riesce ad attirare a sé, con pazienza e ostinazione, contadini e soldati regolari che disertano un esercito espressione d’un regime ormai divenuto indifendibile e mal sopportato da tutti. Mentre le truppe regolari, tra cui abbondano dei veri e propri tagliagole, procedono all’uccisione dei feriti catturati fra le forze ribelli, queste ultime invece provvedono a curare i soldati catturati e li rimandano ai loro battaglioni. Mentre le prime confiscano beni e viveri delle famiglie contadine, a cui bruciano la casa se sospettati di connivenza coi ribelli, questi si riforniscono delle provviste necessarie pagandole. Non è un caso se, una volta cessato l’uso della rappresaglia, molti campesinos si arruolano nella guerrilla favorendo, insieme con lo sbandamento dell’esercito e i passaggi dei soldati alle bande ribelli, la controffensiva che porta all’entrata vittoriosa delle forze castriste all’Avana, nel capodanno del 1959. E’ in questa occasione che Fidel Castro inizia a dimostrare il suo fiuto politico. Esige ed ottiene che alla testa delle colonne dei mezzi blindati che attraversano l’Avana ci sia il fedele Camilo Cienfuegos, quale rappresentante del Movimiento 26 de Julio, non il fratello Raul, noto per le sue posizioni comuniste e neppure il Che, la cui fama aveva ormai oltrepassato i confini dell’isola per le sue imprese militari, ma che come argentino e come guerrillero marxista, avrebbe oscurato il profilo “nazionalista” che Castro intende dare alla sua vittoria. A sua volta, il leader della Revolución si gode cinque giorni di trionfo attraversando il Paese da Santiago, posta ad est, fino all’Avana, ovunque acclamato sulla strada da folle entusiaste. La differenza caratteriale con Ernesto Guevara è evidente: alla ricerca di consenso popolare Fidel, schivo ed impersonale l’argentino; astuto e politico il primo, di condotta quasi ascetica il secondo.

Ma fu vera gloria, si chiede Kalfon? Che trecento uomini abbiano potuto sconfiggere un apparato militare composto da cinquantamila soldati non è spiegabile senza prendere in considerazione altri fattori. Su tutti, la progressiva erosione del regime di Batista, corrotto ed inefficiente; poi l’azione di altri oppositori, situati soprattutto nelle città, che hanno operato sul piano della propaganda. Nella visione guevarista, la rivoluzione latinoamericana passa per il combattimento armato del proletariato contadino capace di sconfiggere un esercito professionalmente addestrato, però – osserva l’autore – “se non furono i guerriglieri a vincere, ma il regime tarlato di Batista ad affondare, allora il malinteso è immenso e la stupefacente impresa di trecento campesinos analfabeti che sconfiggono un esercito di cinquantamila uomini si riduce ad un accidente della storia. Non vi è quindi nessuna <rivoluzione nella rivoluzione>”(prendendo a prestito il titolo d’un libello scritto, su ispirazione del Che, dall’intellettuale francese Régis Debray). Lo stesso movimento comunista locale, denominato Partido Socialista Popular, partecipa solo tardivamente all’azione armata, ritenuta inutile ed in più estranea allo schema marxista dell’insurrezione popolare delle masse. Ed un’altra dinamica interna entra in gioco, ossia la contrapposizione fra “Monte” (la guerriglia nella Sierra Maestra) e “Ciudad” (la città e le pianure), militare e campesina la prima, piccolo-borghese e sostanzialmente liberal-riformista e anticomunista la seconda, rappresentata soprattutto dalla componente urbana del Movimiento 26 de Julio e dal sindacato CTC (Confederación de los Trabajadores Cubanos).

Nei giorni finali della Revolución, il Che ha conosciuto una nuova compagna, la cubana Aleida March con cui presto si sposa, dopo essersi consensualmente separato dalla prima moglie Hilda. Avrà da lei quattro figli.

Si discute, e anche l’autore pone il quesito, circa la posizione politica di Fidel Castro durante la guerra civile: comunista sì o no? Comunista non lo era, ma la stretta vicinanza e l’influenza di due personaggi come Che Guevara ed il fratello Raul potevano permettere di qualificarlo come anti-comunista? La questione probabilmente, in quei momenti, al capo della Revolución interessava poco.

IN MARCIA VERSO IL COMUNISMO

L’epurazione dei funzionari, militari e civili, del governo di Batista accusati e condannati per azioni criminali è affidata a Guevara. Pierre Kalfon ci dice che i fucilati si possono contare in un numero che va da duecento a seicento persone. Se, effettivamente, le procedure giudiziali, affidate ad un tribunale rivoluzionario, sono sommarie ed assai poco rispettose dei diritti processuali degli imputati, è anche vero che i condannati hanno sicuramente commesso crimini orribili e, dunque, tutta la faccenda, secondo l’autore, non presenta carattere di particolare ferocia o di atroce ingiustizia, tanto più che, secondo fonti ufficiali, le vittime della persecuzione di Batista sono circa ventimila, cifra che Kalfon considera esagerata ma che, ove anche ridimensionata, appare ben superiore al conto dei primi epurati del regime castrista. Pressochè inesistenti le vendette private.

Mentre il Che già teorizza la “Revolución permanente“, Fidel Castro parla di “Revolución humanista” e afferma di voler respingere ogni dittatura, di destra e di sinistra, ma mentre il primo è, in fin dei conti, uomo con cui si può avviare una discussione anche per una sua innata tendenza all’eresia, il secondo mostra ben presto una ferma volontà di eliminare ogni ostacolo e di programmare ogni più piccolo passaggio per la realizzazione dei suoi scopi.

Non è fuor di questa logica incoraggiare il Che a compiere un viaggio in giro per il mondo, sia pur non in veste ufficiale, ma come una sorta di ambasciatore itinerante di Cuba, e la risposta affermativa viene salutata con soddisfazione da Fidel Castro, che misura sempre ogni iniziativa alla luce dello stretto calcolo politico. La sua, seppur temporanea, lontananza dall’isola dà sollievo agli ambienti anticomunisti, cubani e non, e in più dà lustro alla Revolución, vista la notorietà del personaggio, che permette inoltre di far conoscere all’estero una nazione sostanzialmente ignota a molti. Al ritorno da un lungo tragitto attraverso alcuni Paesi – tra questi l’Egitto di Nasser, la Jugoslavia di Tito, l’India di Nehru e l’Indonesia di Sukarno – che non si sono uniti a nessuno dei due blocchi di Yalta, ma che saranno futuri aderenti della conferenza dei “non allineati”, riceve il primo incarico ufficiale, quello di  direttore del dipartimento industriale della INRA (Institudo Nacional de Reforma Agraria). Il compito è importante, si tratta di gestire una nuova situazione economica, determinata dall’aumento dei salari, dalla diminuzione del costo dei canoni d’affitto dei campi e dal fatto che la riforma agraria ha accresciuto il numero delle coltivazioni, ciò che ha causato un rialzo della richiesta di forniture industriali. Il Dipartimento è inoltre competente a stabilire investimenti e crediti in tutti i settori dell’economia, sia pubblica che privata.

E’ nell’anno 1960 che inizia un lento avvicinamento verso un regime totalitario di marca comunista. Si comincia con le epurazioni all’interno dello stesso ambiente dirigente, culminate con l’arresto e la successiva condanna a vent’anni di galera, interamente scontati, del generale Huber Matos, anticomunista e piccolo proprietario terriero, uno degli eroi della Revolución durante la quale comandava una colonna dell’M-26. L’invio a Castro d’una lettera di dimissioni dopo che questi ha nominato il fratello Raul, marxista leninista e classico uomo d’apparato, come ministro della difesa, decreta la sua fine. Molti altri ufficiali stanno seguendo la stessa via, non intendendo condividere un percorso che evidentemente già s’andava delineandosi e la decisione del militare è interpretata da Fidel come atto di tradimento che dunque va colpito, anche come monito verso gli altri. E’ in questo contesto che avviene la tragedia di Camilo Cienfuegos, scomparso in circostanze mai chiarite, in un volo interno, a bordo d’un aereo che non sarà mai ritrovato. Successive voci di dissidenti, tra cui anche quella di Matos, una volta scarcerato, suggeriranno l’ipotesi, che peraltro non ha mai trovato riscontri certi, che il vecchio comandante è stato fatto fuori dai Castro, che ben sapevano che i militari preferivano Cienfuegos al dichiarato comunista Raul. Matos aggiunge che a decidere la sorte del comandante sarebbe stata una telefonata fatta a Fidel, in presenza sua, in cui Cienfuegos, che aveva avuto mandato per arrestare Matos, gli contestava che a suo carico non c’era alcun indizio di tradimento.

Nel frattempo, comincia anche una lenta ed inesorabile fuga di cervelli: professionisti, tecnici, piccoli e medi imprenditori se ne vanno da Cuba, mentre la riforma agraria comincia a colpire con espropriazioni di terre la multinazionale United Fruit e altre compagnie. Il Che, assertore di una politica di espropriazioni ancora più radicale di quella messa in opera da Castro, nominato inoltre a dirigere il ministero del Tesoro, assumendo l’incarico di presidente del Banco Central, si vede costretto, in mancanza di affidabili tecnici cubani, a rivolgersi ad esperti stranieri che impiegherà come consulenti. Ma la rivoluzione, commenta Kalfon, “Va più in fretta delle riflessioni degli esperti”. A dirigere le aziende prive, per una ragione o per l’altra, di amministratori e titolari, il capo dell’INRA chiama ragazzetti dai quindici a vent’anni. La spensieratezza al potere…

In questo fatidico 1960, s’intrecciano le prime relazioni con l’URSS, inaugurate dalla visita all’Avana di Mikoyan, vice-primo ministro; la crisi della fase di distensione fra le due superpotenze, causata dall’abbattimento d’un velivolo-spia statunitense nello spazio aereo russo, favorisce ancor più l’avvicinamento, sancito dall’elogio di Krushev per la rivoluzione cubana, realizzata sotto il naso dello zio Sam, e una sua battuta  viene tradotta letteralmente da Guevara, che dichiara in una conferenza che “Cuba è protetta dai missili sovietici”.

L’offerta russa di vendere petrolio all’Avana ha effetti scatenanti. Il Che avverte le tre compagnie petrolifere presenti, Shell, Standard Oil e Texaco, che d’ora in avanti raffineranno greggio russo e che lo stato non è in grado ora di pagare un debito di cinquanta milioni di dollari. Le compagnie rifiutano e vengono immediatamente commissariate dal governo. La risposta non tarda: il presidente Eisenhower avverte che gli USA non compreranno più zucchero da Cuba (ossia l’80% del suo export) e, a sua volta, l’URSS si offre come acquirente.

Cuba reagisce alla minaccia statunitense con una raffica di decreti espropriativi: tutte le imprese zuccheriere, United Fruit, Esso, Texaco e le compagnie dell’elettricità e dei telefoni, di proprietà nordamericana, passano allo Stato, a fronte di indennizzi, stabiliti dall’INRA diretta dal Che, praticamente illusori, poiché subordinati all’acquisto della produzione zuccheriera cubana ad un prezzo superiore a quello dei listini internazionali. Gli USA rispondono con l’embargo commerciale, con esclusione di medicine e prodotti alimentari e, allora, Cuba reagisce nazionalizzando tutti i restanti patrimoni statunitensi sull’isola.

Parallelamente, il regime s’indurisce sul piano interno. La Chiesa, che aveva radunato un milione di persone a L’Avana per chiedere la tutela dei diritti e della proprietà, denuncia il “comunismo ateo” del regime, che ha proibito le processioni e il suono delle campane, ha espulso un centinaio di sacerdoti e ha “nazionalizzato” scuole e università cattoliche, chiudendo anche i giornali vicini alla Chiesa.

Nell’università statale si formano commissioni miste studenti/professori che s’incaricano di vagliare politicamente il corpo insegnante, ciò che induce molti cattedratici ad andarsene, anche in esilio. In tutte le facoltà viene introdotto l’insegnamento del materialismo storico, mentre il rettore in carica viene sostituito dal presidente del partito comunista, il PSP.

Sono inoltre creati i Comitati di Difesa della Rivoluzione: strada per strada, casa per casa, rione per rione s’installa un controllo capillare che porta a strette vigilanze e delazioni; ed il G2, il controspionaggio creato dal regime (che vede fra i suoi vertici quel Manuel Piñeiro, detto il Barbarroja, che sarà una figura ricorrente nella sovversione ispanoamericana) comincia a ricevere assistenza dal KGB.

A tutta questa ondata di repressione politica e poliziesca non è estraneo il Che, il quale, anzi, invita Fidel Castro alla massima intransigenza.

…MA GOVERNARE E’ UN’ALTRA COSA

Non c’è dubbio che le espropriazioni e le nazionalizzazioni abbiano indotto gli Stati Uniti a considerare per Cuba quella “soluzione Guatemala” già sperimentata efficacemente nel 1954, così come è certo che in quello stesso periodo la CIA elabora progetti di uccisione dei tre massimi dirigenti castristi, ossia i due fratelli Fidel e Raul ed il Che.

Del pericolo d’invasione ne prende coscienza il castrismo, che infatti lancia nel Paese il tema della “patria in pericolo” e lo slogan crea consenso attorno al regime nel momento in cui iniziano a manifestarsi i primi fallimenti della sua politica: la riforma agraria ha disorganizzato i campi producendo confusione sia nel settore produttivo sia in quello distributivo, le cooperative sono gestite in maniera caotica e le decisioni dei pianificatori si sovrappongono creando confusione e penurie. All’aumento della capacità acquisitiva non corrisponde un aumento dei prodotti che, anzi, scarseggiano. In più, in tutti i settori nazionalizzati, appartenenti prima a compagnie straniere, i dipendenti ricevono un salario più basso rispetto alla gestione privata.

La radicalità della riforma agraria era stata contestata da molti, anche vicini idealmente alla Revolución, tra cui l’agronomo francese René Dumont, che, in visita a Cuba, suggerisce di consentire ai membri delle cooperative di partecipare, senza remunerazione, alla costruzione dei propri alloggi, così da farli sentire non già dei salariati di Stato, bensì dei comproprietari. Il Che gli risponde che il loro sentimento non dev’essere di “comproprietà” ma di “responsabilità”. Il tema dell’uomo nuovo, dell’ “homo comunista” ricorre spesso nelle sue considerazioni: quello che a Cuba e, perché no, nel mondo si dovrà formare dovrà avere a cuore solo il bene comune, la società, senza alcun riguardo per i propri benefici personali. Che lui viva secondo questi criteri è indubbio. Il suo stipendio, nonostante il ruolo ricoperto – il settore industriale della INRA diverrà di lì a poco Ministero dell’Industria che il Che va a presiedere – è minimo, le sue pretese sono modeste, non si concede nessun lusso, i suoi orari di lavoro sono intensi e l’impegno profuso incontestabile.

Ma, osserva Kalfon, quella lucidità che lo aveva sempre fatto ragionare in termini di concretezza pare non sia più la stessa ed il viaggio che compie alla fine del 1960 in alcuni paesi comunisti, Cecoslovacchia, Russia, Cina, Corea del Nord e Germania dell’Est  – dove si reca per definire le importazioni di cui Cuba necessita – sembra dimostrarlo. Ritorna meravigliato, entusiasta, accecato: tutto formidabile, esaltante, a partire dalla promessa strappata ai Russi: petrolio in cambio di zucchero, che acquisteranno ad un prezzo superiore a quello di mercato. Afferma che in Russia c’è un alto tenore di vita, enorme libertà, individuale e di pensiero (“madre della libertà” la definisce). Esalta le realizzazioni dei Paesi socialisti che consentono – esclama – un livello di vita imparagonabile a quello dei Paesi capitalisti.

Al ritorno dal viaggio e appena nominato ministro, annuncia un piano quinquennale di industrializzazione, leggera, di creazione locale e pesante – miniere, siderurgia, altiforni – da realizzarsi con gli aiuti dei paesi socialisti fratelli che “…a differenza dell’imperialismo yankee, non si limitano a concedere crediti per comprarci macchinari ma ci forniscono anche direttamente gli impianti affinché possiamo noi stessi produrre le macchine” (in realtà, i macchinari industriali comprati alla cieca nell’Urss, garantiti come super efficienti, una volta messi in funzione a Cuba, si riveleranno di mediocre livello). Anche davanti ai rappresentanti delle nazioni americane, in un incontro organizzato dall’OSA a Punta del Este l’anno successivo, ribadisce la realizzazione d’un piano pluriennale che porterà Cuba ad un tasso di crescita del 12% e a diventare il paese più industrializzato dell’America Latina in proporzione alla sua popolazione; addirittura al primo posto nella produzione di cemento, acciaio, energia elettrica, trattori, calzature e tessili… fino a superare gli Stati Uniti nel reddito pro capite. “Delira il comandante Guevara, ministro dell’Industria? – si chiede Kalfon – Del tutto. Tratteggia con assoluta obiettività i contorni del paradiso”.

Il tentativo d’invasione di Cuba, progettata per fine 1960, è compiuto nell’aprile dell’anno successivo. Il fiasco totale dell’impresa che Allen Dulles aveva ritenuto invece di facile realizzazione, sottostimando la capacità reattiva delle milizie cubane, rafforza evidentemente il regime, accelerando la spinta verso la dittatura castrista.

L’ideologia comunista all’interno della società cubana comincia così consolidarsi. Uomini del PSP iniziano a posizionarsi in molti settori chiave, nella stampa, a cominciare dalla Prensa Latina, l’agenzia d’informazione panamericana ideata dal Che, dove molti iniziali collaboratori si dimetteranno una volta iniziato il pressante controllo politico sulle notizie; nella cultura, dove si ordina la chiusura di un importante e riconosciuto settimanale artistico, “el Lunes“, e la trasformazione della Biblioteca Nazionale, per tre settimane consecutive, in un tribunale con la convocazione di trecento intellettuali ed artisti del Paese che, dopo essersi dichiarati in maggioranza favorevoli alla libertà di pensiero, sentono pronunciare da Fidel Castro, al termine d’un lungo intervento, la famosa frase “Tutto dentro la rivoluzione, nulla contro la rivoluzione”. Anche settori dell’economia sono poco a poco occupati da uomini del PSP, dai ministeri fino alla dirigenza del sindacato CTC, tradizionalmente non comunista. Si regolano anche vecchi conti: sono arrestati non solo oppositori ma anche molti indipendenti che avevano partecipato alla resistenza contro Batista, non entrando però nel gregge comunista. Molti di loro sono liberati in pochi giorni, altri subiscono lunghe detenzioni. In migliaia, traumatizzati, intimoriti, abbandonano il Paese e sono quasi tutti tecnici, ingegneri, medici.

La posizione del Che è contraddittoria; se da un lato il suo carattere – non è, in fondo, un settario – lo porta verso una certa benevolenza nel considerare le posizioni altrui, dall’altro giustifica, in nome della purezza rivoluzionaria, ogni soffocamento di libertà, giacché “sarebbe assurdo permettere alla gente il diritto di vacillare fra la buena y las malas ideologías. Al tempo stesso però, almeno nel settore di sua competenza, ossia l’industria, proibisce ai direttori dei centri di lavoro statalizzati di compiere interrogatori di natura ideologica ai dipendenti.

La vittoria contro l’odiata superpotenza (che non è direttamente intervenuta ma che ha supervisionato, tramite la CIA, e approvato, tramite Kennedy, a sua volta mal consigliato, l’operazione) ha dato adito a festeggiamenti in tutta l’isola. Un giovane Gabriel Garcia Marquez (responsabile della Prensa Latina in Colombia) insiste in quei giorni nel descrivere “l’impressione di una festa fenomenale che dava la Cuba dell’epoca… Cuba fu, in questi primi anni, il regno dell’improvvisazione e del disordine”. Atmosfera che non piace al Che, alla sua natura ascetica, sempre distante da mollezze e rilassamenti. Organizza, infatti, il suo ministero in maniera spartana: gli errori amministrativi sono puniti, se gravi con un mese in un campo di lavoro, tornati dal quale i colpevoli riprendono i compiti precedenti; inizia a girare periodicamente tutte le fabbriche, esercitando il suo ruolo di ministro con un rigore puntiglioso, incontrando frequentemente tutti i dirigenti dei settori di competenza. I suoi appunti – raccolti poi nel volume “El Che en la revolución cubana“, mai uscito dal Paese e pubblicato in due/trecento esemplari – ci lasciano testimonianza del rigore, della precisione, della caparbietà con cui annotava ogni minimo problema, tecnico o organizzativo che ogni fabbrica, ogni reparto, ogni industria affrontava nel corso della produzione.

Ma questo non vale a migliorare la qualità dell’economia che si va deteriorando giorno dopo giorno. La produzione “alla cubana” di beni prima realizzati da aziende straniere scade di qualità: i dentifrici, prodotti con materie provenienti dalla Polonia, si seccano dopo un giorno, la Coca Cola locale ha il sapore d’uno sciroppo per la tosse, scarseggiano bottiglie per le bibite. Assenteismo, burocrazia – molte imprese agricole ricevono disposizioni da una moltitudine di enti statali (fino a venti) – mancanza di coordinamento fra ministeri e scarsità di tecnici, per i noti motivi, aggravano le scelte disastrose della programmazione.

La volontà d’industrializzare l’isola, che comporta l’esigenza di diversificare la produzione agricola, a detrimento dunque della tradizionale e sicura coltivazione della canna da zucchero, finisce in un disastro. La produzione zuccheriera, che nel 1961 raggiunge la cifra record di sei milioni mezzo di tonnellate, crolla negli anni successivi; la prima ragione è la diversificazione della produzione causata dall’embargo e dalla necessità di sostituire alle importazioni una produzione propria. Un secondo motivo è d’ordine quasi ideologico; un vecchio detto nazionale afferma: senza zucchero non c’è Paese, a rappresentare la prima fonte di ricchezza dell’isola; ma lo zucchero è anche simbolo di colonizzazione, perché come Cuba dipende dallo zucchero, lo zucchero dipende dagli Stati Uniti e dunque si vuole non abolirne la produzione, ma diminuirne l’importanza nell’economia nazionale. Vengono così espiantate la metà delle coltivazioni esistenti e, una volta resisi conto dell’errore, ci vorranno molti soldi e molto tempo per ricostituirle.

La scommessa del Che sull’industria, anche pesante, è una causa decisiva della diminuzione della produzione zuccheriera: occorre rifornire l’industria tessile di cotone; amidi, birra, mangimi e conserve necessitano cereali, frutta e legumi. L’industria edile, le cartiere e la flotta peschereccia abbisognano di legno, per la qual cosa si inizia una reforestazione del Paese. Tutto questo presupporrebbe l’esistenza d’un rigoroso piano di produzione, ciò che, nonostante gli inni alla pianificazione, non avviene.

Si realizzano coltivazioni che giungono a maturazione simultaneamente senza che vi sia mano d’opera per raccoglierle. Nonostante la presenza di volontari dalla città si è costretti ad abbandonare interi raccolti per poter tagliare la canna da zucchero prima che arrivino le piogge. I macheteros, i tagliatori di canna, preferiscono abbandonare quel lavoro, temporale e faticoso, per farsi assumere come salariati fissi e stabili in qualcuno degli enti creati con la riforma agraria. L’agronomo René Dumont cita la stima d’un esperto economico sovietico che calcola che un operaio cubano ogni volta che produce il valore di un peso di un qualsiasi prodotto riceve in media due pesos di salario.

La mancanza di coordinamento fra ministero agricolo ed industriale e pure fra settori interni a ciascun ministero, la dispersione delle risorse, la burocrazia, la centralizzazione, l’atomizzazione delle coltivazioni, gli enormi costi di trasporto, la pessima utilizzazione dei mezzi tecnici ed umani sboccano in una distribuzione caotica che porta, nel marzo del 1962, quasi un anno dopo l’inizio dell’embargo statunitense, al razionamento di molti prodotti di prima necessità, tra cui carne, sapone, latte, stoffe.

Anche in occasione di alcune blande autocritiche circa la gestione generale dell’economia, il Che non abbandona però la sua posizione “anti-azucarera” e di difesa della politica di pianificazione centralizzata: quella che ha portato alla nazionalizzazione da parte del ministero dell’Industria non solo di tutte le fabbriche di scarpe, ma anche dei piccoli negozi di calzolai. Con la conseguenza che è necessario inviare le scarpe da riparare alla capitale della provincia per riparare le suole, per poi farle ritornare indietro, dopo mesi; se ritornano.