La politica economica di Donald Trump

La politica economica di Donald Trump

Donald Trump è diventato da poco il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America, nonostante un’incessante propaganda fatta di mistificazioni e di semplificazioni a dir poco ridicole. I media, a partire da quelli italiani, hanno falsato il dibattito politico, alterandolo letteralmente. Ma in quanti conoscono il programma politico – economico di Donald Trump? In quanti sanno perché il popolo americano abbia deciso di votarlo, anziché chiedersi come mai non abbiano votato la tanto cara al pensiero unico mondialista, Hillary Clinton?

Elenchiamo alcuni punti del programma politico di Donald Trump:

  • punire con 5 anni di carcere chi entra illegalmente negli Stati Uniti;
  • abolire l’Obamacare, la riforma sanitaria istituita da Obama;
  • approvare un decreto fiscale per tagliare le tasse della classe media del 35%;
  • introduzione di tasse per chi delocalizza;
  • contrastare il terrorismo islamico, con ogni mezzo a disposizione;
  • separazione bancaria, distinguendo da una parte le cosiddette banche commerciali, che svolgono attività di concessione del credito per finanziare opere pubbliche e/o private, e dall’altra banche d’affari, che perseguono l’obiettivo di fare profitti investendo sui mercati finanziari, il più delle volte investendo in titoli ad alto rischio di default;
  • dichiarare guerra commerciale alla Cina, accusata di concorrenza sleale nei confronti delle aziende americane;
  • rompere diversi accordi commerciali e trattati di scambio internazionale, ad esempio il TTIP, per citarne uno.

Tutto questo, secondo Trump, servirebbe per far crescere l’economia americana, creare centinaia di migliaia di posti di lavoro e far diminuire la criminalità.

Gli annunci di Trump di questi giorni sono cosa nota. “Se delocalizzi in Messico (vedasi Ford) o in Canada (vedasi FCA), pagherete il 35% di tasse in più” oppure “l’Euro è uno strumento di dominazione tedesca, imporremo nei loro confronti dei dazi”. Queste sono soltanto alcune delle dichiarazioni del tycoon di queste ultimi mesi.

Riguardando gli ultimi due punti del programma, si può notare come i cavalli di battaglia di Trump siano la “guerra commerciale” nei confronti della Cina e la rottura degli accordi commerciali, in particolare del TTIP, l’accordo di libero scambio tra USA e UE di cui si è parlato per molto tempo.

Per quanto riguarda la questione cinese, è cosa nota che Pechino detenga nel suo portafoglio un’ingente quantità del debito pubblico americano; un matrimonio d’interesse, chiaramente, quello tra gli Stati Uniti e la Cina. Quali possibili scenari potrebbero verificarsi? Se gli Usa mettessero in atto questa politica stringente nei confronti della Cina, Pechino potrebbe ritrovarsi senza uno dei suoi partner commerciali più importanti, un duro contraccolpo per l’economia cinese. Tuttavia, salvo sorprese, potrebbe essere una mossa strategica messa in campo dal tycoon, che più volte ha dichiarato di voler rinegoziare il debito pubblico americano che i cinesi detengono. Ma perché è così importante? Immaginate se la Cina vendesse di botto tutti i titoli del debito pubblico americano: i titoli americani crollerebbero e questo comporterebbe un esborso importante in termini di interessi, un po’ come accaduto nel novembre del 2011 in Italia. Motivo per cui riteniamo che tutto questo sia semplicemente una strategia.

Per quanto riguarda la rottura degli accordi commerciali, anche questo discorso potrebbe avere dei risvolti molto interessanti. Il fatto che Trump abbia dichiarato che farà accordi con tutti gli Stati che vorranno uscire dall’UE (Regno Unito in primis, con l’Hard Brexit annunciata dal primo ministro Theresa May) e che la Brexit è un buon esempio che anche altri Stati dell’UE potrebbero/dovrebbero seguire, oltre al fatto di voler imporre dazi alla Germania, fa intuire come al tycoon l’UE stia un po’ sullo stomaco. Una possibile chiave di lettura potrebbe essere quella di intaccare il grande surplus di bilancia commerciale tedesco (che viola il Macroeconomic Imbalance Procedure, che prevede un tetto massimo di esportazioni pari al 6% del PIL),  che di recente ha superato persino quello cinese. Tutto ciò potrebbe portare a un isolamento dell’UE, priva sia del suo principale alleato sia della Russia, con la quale gioca alla guerra già da fin troppo tempo. La sofferenza nei confronti dell’UE aumenta, portando alla ribalta movimenti politici di natura euroscettica e di stampo nazionalista (Alba Dorata e il Front National sono soltanto alcuni possibili esempi) che, qualora dovessero vincere le elezioni, potrebbero scrivere davvero la parola fine a questa Unione Europea. Che forse arriverà ancora prima, magari semplicemente con Trump.