Dall’America First a una nuova Europa delle Nazioni. Il passaggio possibile

Dall’America First a una nuova Europa delle Nazioni. Il passaggio possibile

Alla fine, è arrivato (e passato) il 20 gennaio, il giorno dell’insediamento del presidente eletto degli Stati Uniti e del suo discorso al Campidoglio.

In molti si aspettavano che anche il presidente più anomalo della storia americana si conformasse alla situazione, che dismettesse i toni (e i temi) della sua campagna elettorale e che, in sostanza, si “istituzionalizzasse”.

Nulla di tutto questo. Trump, dopo un telegrafico ringraziamento agli ex presidenti presenti alla cerimonia e ai coniugi Obama, ha pronunciato senza tentennamenti e senza remore il discorso d’insediamento più radicale che si sia mai sentito.

Un chiarimento fin da subito: non ci siamo convertiti all’americanismo, non siamo diventati all’improvviso figli dispersi del Partito repubblicano.

Siamo italiani ed europei, interessati solo del destino dell’Italia e dell’Europa e, tuttavia, solo un cieco potrebbe negare che i destini dell’Italia e dell’Europa siano legati a quanto accada Oltreoceano.

Oltreoceano accade che un presidente in carica accusi apertamente e pesantemente l’apparato di potere della sua stessa capitale di non fare gli interessi del popolo.

Accade che un presidente denunci tutto il vertice del sistema politico della democrazia americana di essere scollegato dai bisogni e dalle necessità della gente onesta. “I loro trionfi non sono stati i vostri trionfi”.

Accade che, per la prima volta, quella voce sotterranea nella politica americana, quella dell’isolazionismo, della pacifica convivenza dell’America col resto del mondo, è venuta in superficie, come un fiume carsico stretto da troppi argini, fino a risuonare nelle parole del Trump-tribuno: “Non cercheremo di imporre il nostro stile di vita al resto del mondo”. Parole eccezionali, considerata la diametralmente opposta fede nell’invadente eccezionalismo americano professato da tutti i suoi predecessori.

Accade che il presidente della nazione che, fino ad ora, è stata il cuore e il motore del processo di mondializzazione per tutto il globo, proclami e rivendichi, come un diritto inalienabile del popolo lavoratore, il ritorno dei confini e della legittimità della difesa dell’interesse nazionale.

Accade che si faccia ciò che in Europa nessun presidente si sognerebbe di fare, ossia citare due volte Dio Onnipotente, invocarlo come protettore della propria gente, come unico Padre e Creatore di tutti i figli di una stessa terra.

Accade che, dopo l’America di Obama – la più dilaniata di sempre in termini di conflitti sociali e razziali e la più devastata di sempre dal crimine e dalla droga – un presidente, parlando direttamente al suo popolo, trovi nelle parole della Bibbia le parole per chiedere a tutti i cittadini di essere uniti in un nuovo patriottismo.

La Bibbia e l’obbedienza ad una sola bandiera come ragion d’essere, come ragione per riconoscersi come membri di una stessa comunità.

Possiamo meravigliarci che questo sia stato detto da Donald J. Trump, e possiamo sempre storcere il naso verso l’americanismo (che, come detto, non ci appartiene); tuttavia constatiamo che in Europa parole simili non siamo più neanche capaci di concepirle.

Nell’onesta rivendicazione di Trump, di fronte a tutto il mondo, di voler difendere per prima la causa dei lavoratori americani, sta il cristallino riconoscimento che le identità nazionali non sono morte e che, anzi, esse sono la forza e l’identità del popolo.

Da questo cambio di rotta, come detto, non diveniamo americanisti; il discorso di Trump col suo riferimento alla possibilità di possedere lo spazio, vincere le miserie e debellare la malattia, tradisce ancora tutti gli infantilismi tipici dell’America.

Infantilismi come le velleitarie speranze di debellare il male del mondo, o come il pensare che lo stesso male del mondo sia la malattia o la miseria.

L’America resterà l’America e gli americani potranno governarsi come più gli aggrada, e in fondo a noi europei interesserà ben poco del secondo emendamento e di come Trump rimpiazzerà l’Obamacare.

Ci interessa molto di più che il presidente della prima potenza militare, economica e politica del mondo tiri bordate all’immigrazionismo suicida di Frau Merkel, che sopprima le pagine internet che promuovono i “valori” LGBT, che auspichi che un processo come quello della Brexit si ripeta anche ad altre nazioni dell’Europa continentale.

L’America è degli americani, forse domani, col ritorno della nazione, anche l’Europa sarà degli europei.