Sul senso profondo di certi accadimenti

Sul senso profondo di certi accadimenti

La gravissima situazione che stanno vivendo le popolazioni di alcune regioni del Centro Italia – in un incredibile crescendo di tragici eventi calamitosi, che ai devastanti effetti del terremoto ha visto aggiungersi le ulteriori grandi difficoltà provocate dall’inclemenza delle condizioni meteorologiche (freddo intenso e copiosissime nevicate) – può essere vista come una lezione impartita ad un certo tipo umano, preda del delirio di onnipotenza.

Dinnanzi alle calamità naturali, infatti, si manifestano in tutta la loro evidenza i limiti della condizione umana. Limiti che ricordano all’uomo cosa egli sia: creatura caduca, dipendente e subordinata, esposta a dinamiche che non può determinare in alcun modo, ma solo, ed in parte, fronteggiare. In breve, certi fatti ricordano all’uomo di non essere il padrone assoluto del creato e della vita.

Certamente, per ricordare agli esseri umani i loro limiti non sarebbero necessari eventi catastrofici come quelli occorsi ai nostri connazionali dell’Italia centrale: le malattie, gli incidenti stradali – la morte stessa – sarebbero più che sufficienti allo scopo. Ma il ridicolo e vano sforzo da parte di chi vuole confondere gli uomini, illudendoli di essere prossimi all’onnipotenza, evidentemente richiede bruschi risvegli: metaforiche secchiate d’acqua gelata.  Bruschi risvegli, appunto, capaci di provocare indicibili sofferenze a tante persone che nulla c’entrano col suddetto delirio di onnipotenza di quei pochi invasati e menzogneri, purtroppo in grado di influenzare gli stili di vita di molti.

Dell’evento catastrofico provocato da cause naturali, occorre sforzarsi di comprendere il significato metafisico e teologico, ossia capire ciò che sta oltre il dato meramente fisico ed il senso che alla luce della scienza di Dio gli si può attribuire. Un approccio alla realtà, questo, che dovrebbe riguardare ogni ambito della vita umana, il senso pieno della quale è – come la Rivelazione cristiana e la più profonda filosofia umana insegnano – ultraterreno, ovvero volto all’eternità.

Qual è, allora, il senso profondo di certi accadimenti e della sofferenza che arrecano a moltissimi innocenti?

Si può, innanzitutto, osservare come l’accadimento di eventi catastrofici susciti la manifestazione delle migliori qualità umane: la compassione e l’aiuto disinteressato verso chi soffre; il coraggio e la fortezza di chi affronta i pericoli resistendo a condizioni proibitive; il senso di appartenenza e di vicinanza alla comunità colpita; il riferimento al Cielo – alla divinità – quale vera fonte di consolazione e di speranza. Nella prova e nella sofferenza ci si ritrova ad essere moralmente migliori, si è spinti dalle circostanze a vincere ciò che abbassa e offende la dignità della natura umana ed a compiere lo sforzo di elevarsi nella pratica delle virtù.

Sia chiaro, non si tratta di auspicare disgrazie – le quali sono logicamente da temere – ma di riconoscere come la sofferenza – la quale, lo si voglia o no, fa parte della vita di ciascuno – costituisca un’occasione di rivalsa delle migliori qualità umane, spesso mortificate dalle bassezze a cui sovente conduce una vita priva di tensione morale verso ciò che eleva lo spirito e, perciò, segnata dal cedimento al vizio.   

Cercando di rispondere alla domanda appena posta sul significato che può avere tanta sofferenza, soprattutto quella arrecata agli innocenti, occorre guardare a Dio come unico riferimento capace di fornire risposte. Dio, che è sommo bene, permette il male in vista del bene. Il male – che non è un principio, bensì una privazione di bene – è entrato nella storia dell’umanità a causa del peccato che ha rotto la perfetta comunione esistente fra il Creatore e la creatura umana.

In breve, Dio permette la sofferenza degli innocenti perché c’è stato il peccato originale e perché esistono i peccati attuali. Inoltre, in virtù del principio della comunione dei santi – secondo il quale tutte le membra della Chiesa, corpo mistico di Cristo, risentono sia del bene che scaturisce dalla vita virtuosa dei battezzati, sia del male procurato dai peccati da loro commessi – si può affermare che gli effetti delle opere buone o cattive compiute dagli uomini si riflettono in disparati modi anche nella vita sociale e delle nazioni.  

Il male esiste per la disobbedienza dell’uomo al suo Creatore e Signore, il quale, però, attraverso l’incarnazione e la passione di Gesù Cristo, ha operato la Redenzione dell’umanità, ossia ha riaperto agli uomini le porte del Paradiso, rese inaccessibili dal peccato d’origine. La Redenzione è avvenuta attraverso la via della sofferenza, un’immane sofferenza patita dall’essere innocente per antonomasia: Gesù Cristo – la seconda persona della Santissima Trinità – Dio fatto uomo.

L’opera di Redenzione – ovvero di restaurazione dell’ordine infranto – volta a sconfiggere il male, passa, dunque, attraverso la sofferenza: Dio si serve del male – da Lui non voluto, ma permesso – per sconfiggerlo e affermare il bene. Questo è quanto la divina sapienza ha stabilito.

La sofferenza patita dall’Innocente è stata il mezzo voluto da Dio per la Redenzione dell’umanità. Un’opera, quella della Redenzione, a cui il Padre Eterno ha concesso all’uomo di collaborare attraverso l’offerta dei propri patimenti a Dio, in unione spirituale con quelli del Redentore Gesù Cristo: se l’uomo offre le proprie sofferenze a Dio, con la volontà di unirle a quelle di Gesù per il desiderio di patire insieme al suo Signore nell’opera di Redenzione – dicendo con San Paolo “completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col. 1,24) (1) – allora egli diviene davvero collaboratore di Dio prolungando nel corpo mistico di Gesù, i patimenti meritori del Figlio incarnato a vantaggio proprio e delle altre membra di quel corpo (gli altri fedeli).

Alla luce della teologia – che è la scienza di Dio secondo la Rivelazione – nulla di inspiegabile, quindi, nella sofferenza che può affliggere gli innocenti. Realtà tremenda, la cui ragione sta nella presenza del peccato.

Nel caso specifico degli eventi calamitosi che stanno patendo i nostri connazionali, non è banale vedere in essi un’occasione di sofferenza da offrire al Signore anche per il bene della Patria. Guardando i volti sofferenti di quegli italiani – duramente provati dalla perdita di affetti, beni materiali e da grandi disagi – ognuno di noi è sollecitato non solo a contribuire, come possibile, al loro soccorso, ma anche e soprattutto a sentirsi membro di un unico organismo sociale chiamato Italia.