L’uomo e la donna: dal linguaggio lo specchio della condizione attuale

L’uomo e la donna: dal linguaggio lo specchio della condizione attuale

Nell’epoca attuale, la distinzione fra “uomo” e “donna” è soggetta ad un processo di erosione sempre più consistente. Si tratta di un fenomeno che ha profili sociologici, con una sempre maggiore attenuazione delle differenze di genere nella sfera personale, lavorativa, economica ecc., ma che soprattutto vuole veicolare un preciso messaggio politico: quello dell’uguaglianza indiscriminata, ossia intesa quale livellamento di qualsiasi individuo rispetto agli altri in nome delle sue potenzialità inferiori, delle sue qualità meramente biologiche, che lo vogliono concepire come semplice “essere vivente”.

Nel gran marasma del “tutto indifferenziato”, ha trovato – e trova – sempre più spazio la confusione dei sessi di cui si è appena accennato. Ma non si pensi che questo fenomeno abbia radici soltanto recenti: la connotazione, in senso lato, “politica” dei sessi parte da ben più lontano, e segni ben chiari si ritrovano anche nei termini stessi con cui oggi si identificano gli appartenenti al sesso maschile e a quello femminile: appunto, “uomo” e “donna”.

Farà sorridere, oppure desterà sorpresa, ricordare come questi termini non abbiano assolutamente una valenza neutra, ossia meramente descrittiva, ma siano carichi di significati ulteriori e siano al contempo tesi a celare differenti qualificazioni del maschile e del femminile “non in linea” con il pensiero dominante attuale. Del resto, le parole sono armi: in questo caso, armi al servizio del caos.

Anzitutto, consideriamo la parola “uomo“. Etimologicamente, “uomo” significa poco e niente: collegato in latino alla parola “humus“, il suolo, è tutto ciò che nasce dalla terra. Analogamente, il termine “anthropos” in greco designa, letteralmente, “colui che guarda all’insù”, ossia l’animale-uomo dotato di uno specifico movimento (postura eretta) che lo differenzia – a livello meramente biologico – dalle altre bestie.

Dunque, questa parola designa la creatura-uomo dal punto di vista semplicemente biologico, senza considerare nessuna delle sue potenzialità superiori. A stretto rigore, non indica neppure la sua coscienza.

Peraltro, è singolare notare che il termine “homonon è neppure correlato alla funzione generatrice dell’individuo maschile: per questa accezione soccorre invece – e appunto – il termine “maschio”, etimologicamente connesso al latino mas, all’inglese (e alto-tedesco) man e al sanscrito mânushya, “colui che pensa“, ”colui che instilla il pensiero”: la radice è la medesima (ma-, man-) di “mente”.

Di quanto sopra indicato erano ben consapevoli gli antichi, i quali, infatti, erano in possesso di parole specifiche per designare l’essere maschile inteso nelle sue potenzialità superiori e si limitavano ad un uso residuale e generico – se non dispregiativo – del termine “homo” (es. “è un uomo di tre lettere: ladro [in latino “fur”, n.d.r.]”).

Invece, per designare l’essere maschile dotato di precise qualità fisiche, morali e spirituali, abbiamo il “vir” romano e l’“anèr” greco, termini strettamente imparentati nell’ambito della linguistica indoeuropea (cfr. sanscrito vìra, “eroe”). Vir è connesso a virtus, il valore guerriero e la condotta appropriata per l’individuo nobile, ma anche a viridis, il colore della vegetazione nel pieno del proprio sviluppo.

Non tutti gli homines – ovviamente – sono anche vires: le caratteristiche superiori proprie alla natura dei singoli individui li differenziano qualitativamente dalla massa dei semplici “esistenti”.

Di tutto questo, oggi, non esiste che un blando ricordo in alcuni termini, che peraltro sopravvivono in maniera fortemente depotenziata. Si pensi al significato attuale di “virtù”, concepita quale semplice “bontà d’animo”, anziché quale fermezza, compostezza, valore, e così via.

Per contro, universalmente il termine “uomo” è passato a designare indiscriminatamente tutti gli appartenenti al sesso maschile.

Ne sono nate, col tempo, vere e proprie storture, di cui si ha difficilmente consapevolezza. Ne è un esempio la tanto sbandierata “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, che – appunto – fin dalla sua denominazione appiattisce tutti gli individui alla semplice qualificazione di “nati dalla terra”, privandoli delle potenzialità superiori – così come delle superiori responsabilità – connesse alla virtus maschile indoeuropea.

Così, oggi, si sta assistendo all’ulteriore degenerazione dell’homo in homunculus, pallida larva che spinge un carrello nei centri commerciali o, al più, discute della tassa sui gatti in un consiglio comunale di provincia.

Singolarmente, invece, il termine per indicare l’individuo femminile sembra aver percorso un cammino diametralmente opposto.

Anzitutto, come naturale, la parola “femmina” è etimologicamente connessa alla vita, alla nascita e – in generale – al nutrimento (radice sanscrita dhâ, greca tha e latina fa, “nutrire”). Si consideri anche il greco gyné (cfr. genos, genus, generare).

Dunque, è a dir poco paradossale che le più esagitate fautrici della cosiddetta “emancipazione della donna” si proclamino oggi “femministe”, termine che le riporterebbe – al più – alla loro naturale posizione di creature cui è riservato il mistero della vita, lo stesso che viene da loro calpestato e deriso.

Gli antichi, anche in questo caso, non designavano l’individuo di sesso femminile soltanto mediante il richiamo alla sua natura puramente vivente (per cui anche il termine “homo” poteva essere impiegato) o biologica (“foemina”), bensì distinguevano a seconda della posizione gerarchica di tale individuo e del correlato bagaglio di diritti, doveri e responsabilità.

Così, per citare ancora l’esempio romano, la donna era mulier, se sposa, filia, se figlia, e così via. In nessun caso, ovviamente, alla donna – così come all’uomo – in generale poteva essere riconosciuta a priori una dignità superiore, la quale richiedeva il possesso di specifiche caratteristiche qualitative.

Nessuno, così, nell’antichità avrebbe pensato di apostrofare un qualsiasi individuo di sesso maschile o femminile come “signore” o “signora”, se a tale appellativo non fosse corrisposto l’effettivo possesso di tale qualità.

Oggi, come sappiamo, non è più così: anzi, l’uso di conferire titoli onorifici anche a coloro cui non spettano ha già condotto, da alcuni secoli, al livellamento lessicale ultimo: il termine “donna”, ossia “signora”, “padrona” (cfr. latino “domina”) è passato a designare indistintamente qualsiasi appartenente adulto al sesso femminile, dalla regina alla serial-killer.

Ed è sorprendente constatare che, a tale uso lessicale, si è accompagnata nei secoli una re-interpretazione del ruolo naturale e tradizionale della donna, che – divenuta “padrona” e dimentica del suo specifico ruolo nella società – ha iniziato a voler essere “altro da sé”, ovvero ad ambire a funzioni tipicamente maschili, dimenticando di essere già depositaria di tutto quanto è fondamentale per la vita umana e per la sua conservazione: la vita.

Così, oggi, sul grande palcoscenico umano abbiamo – da una parte – “l’uomo che striscia sulla terra” e -dall’altra parte – “la signora”: il maschio deresponsabilizzato, non più vir, privo di autorità e di orgoglio; la femmina straniata dalla propria condizione, eternamente in tensione, scalpitante, dimentica della sua migliore natura. Materiale su cui le forze della Tradizione dovranno lavorare molto e lavorare duramente.