Il Che Guevara di Pierre Kalfon (Seconda parte)

Il Che Guevara di Pierre Kalfon (Seconda parte)

IL DISTACCO DEL CHE

La soluzione data alla crisi internazionale provocata dall’invio dei missili sovietici a Cuba crea delusione nel castrismo. Kalfon sottolinea la difficoltà di conoscere con esattezza chi, fra L’Avana e Mosca, ha proposto l’idea della loro installazione. Verosimile che Cuba, aizzata e fuorviata da informazioni appositamente gonfiate dai Sovietici sopra un nuovo pericolo d’invasione, prenda per prima l’iniziativa, come sembrerebbe suggerire la circostanza d’un viaggio del Che a Mosca, dove incontra personalmente Krushev nella sua dacia in Crimea, a cui non segue alcun resoconto ufficiale, quasi a confermare la segretezza e delicatezza degli argomenti trattati.

Krushev – continua Kalfon – persegue due obbiettivi, il primo è render pan per focaccia agli Americani che hanno installato rampe missilistiche nelle vicinanze dei confini russi; il secondo, creare una rottura fra i “falchi” del Pentagono e le “colombe” della Casa Bianca. In un’informativa mandata dal colonnello del KGB Adjubei a Krushev, si legge che Kennedy, rivolto ai Russi, ricorda loro che “gli USA non sono intervenuti durante l’invasione in Ungheria”, ciò che è un modo d’esigere il loro non intervento durante la progettata invasione di Cuba. Nell’agosto del 1962, sbarcano i primi contingenti militari sovietici sull’isola, seguiti da installazioni missilistiche che vengono piazzate di fronte alle coste della Florida. Non sono ancora arrivate le testate nucleari, ma tutto è già predisposto per riceverle. Le fotografie scattate il 14 ottobre da un aereo-spia statunitense provocano la dura reazione americana, ossia il blocco della navigazione intorno a Cuba. Krushev ordina al convoglio che trasporta altre installazioni ed armi di non forzarlo, mentre le trattative Mosca-Washington sboccano in un accordo, ossia il ritiro dei missili russi in cambio della promessa di non intervento statunitense e lo smantellamento delle testate nucleari installate in Italia e in Turchia. L’accordo viene accettato, seppur mantenuto a lungo segreto.

Castro apprende della decisione di Mosca da un dispaccio d’agenzia. Si sente trattato da semplice pedina per uno scambio politico, ed in parte è vero. Due giorni prima, in un messaggio inviato a Krushev, il líder máximo è arrivato a suggerirgli di attaccare gli Stati Uniti con i missili nucleari in caso d’invasione americana a Cuba. Meglio l’apocalisse nucleare che cedere! “In questa interpretazione parossistica del Patria o muerte!, in questo esacerbato machismo-leninismo – commenta Kalfon – c’è un comportamento quasi patologico”. La sua reazione al dietrofront sovietico, come riportano molti cronisti dell’epoca, è furiosa e, almeno a parole, anche il Che è sulla stessa linea di Fidel; in un articolo scritto nel mezzo della crisi ma apparso solo sei anni dopo, si legge: “La ‘sovversione cubana’ è l’esempio impressionante di un popolo che è disposto ad immolarsi atomicamente affinché le sue ceneri servano di cemento alle società nuove e che quando si stipula, senza consultarlo, un patto con cui si ritirano i missili atomici, non fa un sospiro di sollievo, non ringrazia per la tregua raggiunta ma scende in campo per gridare, anche fosse da solo, la sua decisione di lottare contro i pericoli e le minacce dell’imperialismo yankee…”. L’accecamento ideologico fa dimenticare che i sovietici hanno ottenuto in contropartita l’astensione degli USA da ogni ingerenza sull’isola e Krushev cerca invano di spiegarlo ai suoi interlocutori caraibici.  L’innamoramento verso l’URSS comincia a svanire, lasciando il posto a una relazione costruita sui reciproci interessi.

Nonostante l’ancor non sopito amore verso la “madre della libertà” (che peraltro sta aiutando l’isola economicamente), il castrismo cova sogni d’internazionalizzazione della sua lotta, in contrasto con le direttive dei partiti comunisti obbedienti a Mosca che, in ossequio alla distensione, predicano la difesa della pace. E lo fa addestrando in casa propria apprendisti guerriglieri d’ogni nazionalità, in un campo chiamato “Punto zero”, tra cui Jorge Ricardo Masetti, un giornalista argentino incontrato nella Sierra Maestra, poi divenuto uno dei primi responsabili di Prensa Latina. Questi, incoraggiato dalle parole del connazionale, il quale gli ha confidato che, al momento opportuno, porterà la rivoluzione socialista nella comune terra natia, parte per l’Argentina con una trentina di uomini, tra cui alcuni cubani fornitigli proprio dal Che, per aprire un “fuoco insurrezionale”, secondo la filosofia rivoluzionaria guevarista. L’avventura termina in un disastro: il gruppo armato, che s’installa nella regione nordoccidentale del Salta, vaga per settimane attraverso sterminate sierre e selvagge foreste senza incontrare anima viva, ma bastano un paio di scontri con la gendarmeria perché siano quasi tutti uccisi e catturati; Masetti riesce a fuggire, ma di lui non si saprà più nulla, scomparso e sicuramente inghiottito dalla selva dove s’è rifugiato. E’ il primo di una serie di disastri politico-militari ispirati o condotti dal Che.

Amato dal popolo cubano, Ernesto Guevara non suscita analogo sentimento a tutta la dirigenza castrista. All’invidia per uno che, nonostante la cittadinanza onoraria, straniero rimane, si aggiunge l’accusa di responsabilità nel fallimento della politica industriale, da lui voluta e perseguita con la scelta, poi rivelatasi disastrosa, del parziale abbandono della coltivazione della canna da zucchero che, dopo la magrissima raccolta del 1963, ritornerà presto ad essere oggetto principale della politica economica del governo.

Ma c’è anche insofferenza verso una mentalità giansenista, portata a frequenti campagne di moralizzazione contro le disparità di trattamento fra élite rivoluzionaria e cittadini comuni, ed incapace di comprendere la natura cubana, rilassata, gioiosa, poco incline al sacrificio che il Che invece richiama di frequente come criterio d’edificazione del vero socialismo.

Il sistema economico socialista senza la morale comunista non m’interessa – dichiara in un’intervista al settimanale francese Express nel luglio 1963 – ciò che il marxismo persegue non è solo la scomparsa del privilegio ma anche dell’interesse individuale. Marx si preoccupava dei fatti economici, ma li traduceva sotto il profilo spirituale, chiamandoli fatti di coscienza. Se il comunismo li disdegna e si riduce a un metodo di produzione, allora questa non è una morale rivoluzionaria. Perché se si tratta di produrre di più e di mangiare meglio, allora i capitalisti lavorano meglio di noi. Basta lasciarli fare”.

Ma lo spirito di sacrificio non deve essere frutto di coercizione, dovendo nascere spontaneo nel cuore d’ogni rivoluzionario. Il rifiuto dello stimolo materiale, in nome di un’etica laica rivoluzionaria, non deve riguardare solo i rapporti interni, ma anche quelli internazionali: all’interno dell’area dei paesi socialisti o in via di costruzione del socialismo è immorale, secondo il suo pensiero, una qualsiasi forma di ricerca del profitto d’una nazione a spese di un’altra.

Tali posizioni, che danno luogo ad un acceso dibattito, provocano non solo un generale scetticismo, ma collocano il ministro dell’industria in una zona delicata per il castrismo. Nel momento in cui la Russia sovietica accetta alcuni principi del libero mercato per sostenere la sua zoppicante economia (“un capitalismo di contrabbando”, commenta il Che) e riceve per questo accuse di revisionismo dalla Cina, la dirigenza castrista – che della Russia sovietica ha bisogno eccome – pur avendo sempre accettato questo enfant terrible della Revolución, comincia a preoccuparsi dell’argentino, che si comporta – parole di Kalfon – da “elettrone impazzito”, tanto imprevedibili appaiono le sue uscite. Nel frattempo, incoraggia una seconda riforma agraria, che limita a poco più di sessanta ettari la misura massima di proprietà; vede nel proprietario terriero, anche piccolo (che nutre stimoli materiali di natura capitalistica), un pericolo controrivoluzionario che bisogna prevenire.

La sua stella però comincia lentamente ad offuscarsi. Tutto il settore zuccheriero viene sottratto alla competenza del ministero dell’Industria ed affidato ad un nuovo ministro; e l’anno 1964 il Che lo passa soprattutto viaggiando su incarico di Fidel Castro, che è un modo elegante per toglierlo di torno dagli affari interni cubani. Dopo il famoso intervento all’assemblea delle Nazioni Unite, l’11 dicembre, dove evoca una coesione interna nel campo socialista, denunciando “la internacional del crimen” che gli Stati Uniti dirigono e accusando la civilizzazione occidentale d’essere lo schermo di “bande di iene e sciacalli”, vola in Algeria; qui il Che, in amichevoli rapporti col presidente Ben Bella, propone la creazione d’una base che serva da appoggio e scalo per i guerriglieri latinoamericani e da testa di ponte per le lotte di liberazione nazionale da compiersi nel continente africano, nuova prospettiva strategico-rivoluzionaria. La risposta affermativa del leader algerino lo convince ad effettuare un viaggio nell’Africa continentale a visitare i paesi recentemente decolonizzati, ad alcuni dei quali Cuba comincerà a fornire aiuti militari.

Un suo improvviso viaggio in Cina, che interrompe il suo periplo africano, s’inserisce nel quadro dei difficili rapporti tra i due colossi comunisti. Cuba rappresenta un punto chiave di questo dissidio, soprattutto per il ruolo che può giocare nelle dinamiche rivoluzionarie latinoamericane, dove l’isola costituisce un fondamentale riferimento. Castro non vuole compromettersi e gioca, con grande abilità, su molti tavoli: si appoggia alla Russia per gli aiuti economici, manda il suo amico come emissario in Cina – impedendogli però visite imbarazzanti nel Paese dei Soviet, ultimamente oggetto di critiche da parte dell’Argentino – per mantenere un canale politico e facendosi rappresentare a tal fine da un rivoluzionario a tutto tondo: lì il Che mostra ai vertici del partito il testo neutrale che il líder máximo leggerà a Mosca in occasione della riunione internazionale che dovrà sancire la scomunica di Pechino, insistendo sulla necessità di una riconciliazione – in vista della comune lotta antimperialista – ma i cinesi poco gradiscono che Cuba comunque partecipi a quella adunata dall’esito scontato. Castro, infaticabile tessitore, non cessa però di teorizzare, e mettere anche in pratica, disegni destabilizzanti a dispetto della politica distensiva imposta dai sovietici: ha da poco concluso un summit segreto a l’Avana coi partiti comunisti dell’America latina, che, nella maggioranza, si proclamano fedeli alla linea distensiva di Breznev, benché alla fine approvino l’appoggio alla lotta armata (soltanto) in sei Paesi: Venezuela, Colombia, Guatemala, Honduras, Paraguay ed Haiti. In Venezuela, la guerriglia già agisce in sei province, capeggiata da un ex militare, Medina Silva. Incontratosi in Algeri con il Che, quest’ultimo si propone d’affiancarlo nella lotta e Medina Silva accetta, a condizione che si metta ai suoi ordini. L’episodio è significativo – sottolinea Kalfon – perché mostra l’intenzione di Ernesto Guevara – che rifiuta la condizione posta dal leader della guerriglia venezuelana – di ritornare al suo vero e più sentito impegno, la guerriglia rivoluzionaria: il giro in Africa gli ha suggerito già da dove cominciare. Lì ritorna dopo l’interruzione cinese per completarlo. Dar es Salam è la meta, capitale della neocostituita Tanzania, formatasi dall’unione del Tanganica, prima protettorato inglese, con l’isola di Zanzibar; la scelta non è casuale, poiché i guerriglieri africani che hanno sconfitto l’aristocrazia araba di Zanzibar erano stati addestrati alla guerriglia un anno prima a Cuba, al Punto Zero, all’insaputa di Mosca. La Tanzania è separata dal Congo belga dal lago Tanganica ed appare una buona base per sviluppare azioni di sovversione nel vicino Stato, ciò che trova il pieno appoggio del presidente Julius Nyerere; il Che vuole creare un fronte antimperialista in Africa e definisce la situazione locale come “a buon punto di ebollizione”. A raffreddare il suo entusiasmo ci pensa il presidente egiziano Nasser, che già aveva incontrato cinque anni addietro nel suo primo giro di visite e che lo riceve nuovamente. Il Rais nutre simpatia per quell’idealista argentino, ma, informato delle sue intenzioni di partecipare ad una guerriglia insurrezionale in Congo, lo avverte “Lei mi sorprende molto. Vuole diventare un nuovo Tarzan, un Bianco che si mescola coi Negri per guidarli e proteggerli? Impossibile….Non avrà successo. Come Bianco, lo scopriranno facilmente e se troveranno altri Bianchi che l’accompagnano, darà agli imperialisti l’occasione di dire che non c’è differenza fra voi e i mercenari…”.

Ritornato ad Algeri, interviene nel corso d’un seminario economico di solidarietà afro-asiatica, alla presenza di delegati cinesi e russi. Il suo discorso, pronunciato il 24 febbraio 1965, s’iscrive nella sua visione etico-rivoluzionaria, ideologica e assai poco politica, e segna, per l’autore, una tappa fondamentale del suo imminente distacco da Cuba; in un tono durissimo, e senza citare esplicitamente l’URSS ma chiaramente riferendosi ad essa, proclama che “la pratica dell’internazionalismo proletario è un dovere che deve essere pagato dai Paesi socialisti quando si tratta d’aiutare un altro Paese impegnato nella via della liberazione” e accusa quei…“Paesi socialisti che sono in una certa misura complici dello sfruttamento capitalista… e che hanno il dovere morale di liquidare la loro complicità tattica coi Paesi sfruttatori dell’Occidente“. Diventa paladino terzomondista: occorre che l’Occidente metta a disposizione dei Paesi sottosviluppati tutte le sue conoscenze e la sua tecnologia, senza nulla chiedere; occorre che i debiti contratti dai paesi poveri siano rinegoziati; occorre che le armi siano consegnate gratuitamente ai popoli che intendano sollevarsi.

Il discorso è d’un impatto straordinario; nessuno fino a quel momento, nel campo socialista, aveva osato sfidare così apertamente Mosca. Fidel Castro mantiene il silenzio: i russi gli servono ed infatti partecipa alla conferenza che termina con l’anatema verso il partito comunista cinese, ma, al tempo stesso, capisce che queste parole, se da un lato pongono il Che in una situazione d’eresia di fronte ai partiti comunisti, dall’altro hanno attirato l’interesse e la simpatia di tutte le sinistre rivoluzionarie non conformi al Cremlino. Su un successivo suo libello (intitolato “Il socialismo e l’uomo a Cuba”), pubblicato in un giornale uruguayano, Kalfon s’intrattiene per evidenziare le ingenuità – spesso al limite del ridicolo – e le contraddizioni che lo portano, a dispetto dei suoi proclami libertari ed egualitaristi, a difendere, magari involontariamente, posizioni irrimediabilmente ostili alla libertà e volte al più ottuso totalitarismo. Afferma che l’avanguardia popolare di Cuba, che sta alla testa dell’America latina, permetterà un giorno la creazione dell’uomo nuovo, che si libererà dal giogo alienante del lavoro per dedicarsi alla cultura e all’arte (“E’ mancato a Guevara il tempo di rileggersi?”, commenta Kalfon); che l’uomo nel socialismo, nonostante l’apparente standardizzazione, è più completo, la sua possibilità d’esprimersi e di farsi sentire all’interno dell’apparato sociale è infinitamente maggiore (“come intepretare questa cecità se non nell’astrazione in cui il nostro pensatore pare stia nuotando?”, aggiunge); in ordine alla partecipazione dell’individuo alle decisioni, conclude Kalfon, il “Che” si mostra reticente perché le conclusioni a cui dovrebbero condurre le sue premesse, fondate su una concezione individuale della libertà – seppur marxisticamente intesa – andrebbero a scontrarsi con l’irrazionale che lo coglie quando si tratta di parlare del líder máximo, che rimane per lui, nonostante le differenti vedute e l’opposto carattere, un mito infrangibile. “L’iniziativa parte in generale da Fidel o dall’alto comando della Rivoluzione ed è spiegata al popolo, che la fa sua… utilizziamo per il momento il metodo quasi-intuitivo di auscultare le reazioni di fronte ai problemi posti… Fidel e il popolo cominciano a vibrare in un dialogo d’intensità crescente fino ad arrivare ad un finale improvviso coronato dal nostro grido di lotta e vittoria” (“L’orgasmo come meccanismo di democrazia diretta?”, ironizza Kalfon).

I termini del duro confronto che si consuma con Castro al ritorno a L’Avana del Che sono avvolti tuttora nel mistero. I due s’intrattengono, in un colloquio rimasto segreto, per quaranta (40) ore filate in una residenza privata del primo. E’ quasi certo (testimoni auditivi che si trovano a passare nelle stanze vicine lo riferiscono) che volino parole dure e pesanti. La dura requisitoria di Algeri ha trascinato il governo cubano in una polemica imbarazzante, senza che l’ambasciatore itinerante avesse alcun potere di sollevarla.

Sconfitto sul piano politico, sconfessato su quello economico, non gli resta se non una accelerazione verso il suo mai sopito sogno, la “guerra de guerrillas“; al momento, con l’eccezione del Vietnam, il fronte antimperialista più caldo è quello del Congo belga e Cuba sta già preparando una spedizione per dar manforte ai ribelli congolesi. Il Che chiede di parteciparvi, sia pur in veste di consigliere e le ragioni della risposta affermativa di Castro sono esaminate in profondità dall’autore, che si sofferma sulla natura del rapporto fra i due leader, i cui dissidi – sostiene – non possono comunque aver comportato una rottura totale: nonostante le divergenze, Guevara è sempre quello più ascoltato e le sue proposte sono sempre considerate attentamente da Fidel Castro. Questi non ama essere lasciato, perché vive l’abbandono come un tradimento – e la vicenda Matos lo testimonia – ma la decisione dell’amico di partire non è che un completamento della lotta rivoluzionaria. Ed in fondo, separare il Che da un ambiente che si sta facendo ostile e, last but not least, allontanare un uomo che gli sta facendo ombra, lo trova obiettivamente conveniente.

IN VIAGGIO VERSO LA FINE

Prima di lasciare l’isola, scrive alcune lettere; una in particolare è diretta a Fidel Castro ed è una lettera d’addio, struggente, in cui, dopo aver lodato il leader della rivoluzione, rinuncia alle cariche, alla cittadinanza ed esonera Cuba da ogni responsabilità, annunciando che la sua lotta continuerà fuori dall’isola; su questa missiva, poco tempo dopo, il destinatario giocherà un’importante mossa politica.

Non sono note, perché custodite gelosamente negli archivi cubani, le circostanze della partenza da Cuba. Si sa che lascia l’isola nei primi giorni del mese di aprile del 1965, accompagnato dal capitano Dreke, un ufficiale dell’esercito ribelle, e da un piccolo esercito d’un centinaio di soldati di pelle nera, tra cui una dozzina di cubani. Il Che giunge dopo un tortuoso tragitto aereo a Dar Es Salam, completamente travisato: è necessario che la sua presenza rimanga segreta. Dopo il passaggio del Tanganica, il gruppo inizia l’addestramento, in attesa di ricevere ordini dai dirigenti militari e politici congolesi per raggiungere i fronti operativi.

Tatù – così ora viene chiamato – calcola una permanenza da tre a cinque anni; ci rimarranno, lui e i soldati cubani (che, con l’arrivo di nuovi contingenti, raggiungeranno a malapena il centinaio) poco più di sette mesi, al termine dei quali ammetterà il fallimento dell’impresa. La realtà africana sfugge alla logica rivoluzionaria, che i combattenti congolesi o ruandesi non riescono a cogliere, legati come sono alle loro realtà etniche e tribali. I loro dirigenti militari e politici manifestano sentimenti di antimperialismo perchè fa loro comodo: per ricevere soldi, aiuti, armi che però impiegherebbero non già per dare strutture socialiste al paese, ma per conquistare posizioni di potere e favorire il loro clan, la loro tribù. A loro volta, i combattenti africani sono pigri, svogliati, passivi e non comprendono perché debbono obbedire agli ordini d’un bianco quando sono i bianchi i nemici da combattere. Appena possono, si recano nelle città vicine per accompagnarsi con prostitute e tornano spesso ubriachi; esigono rifornimenti e lavoro dalle popolazioni locali, che trattano con durezza.

Credono alla superstizione come atto di fede: un tenente colonnello dell’esercito ribelle spiega a Tatù che grazie ad una pozione magica, la dawa, le pallottole sparate dai nemici perdono forza, rendendo dunque invincibili i soldati che la bevono, e nessuna spiegazione logica riesce a convincerli del contrario.

Le scarse operazioni militari che compiono finiscono tutte in disastri o si rivelano inutili. Nella prima di queste, al primo fuoco molti combattenti ruandesi scappano, abbandonando i compagni feriti o in difficoltà. Nella seconda, disobbediscono agli ordini anticipando il fuoco e provocando così una reazione che provoca una sbandata generale dei congolesi. La dirigenza politica si limita a millantare imminenti successi per scroccare soldi a Cuba, alla Cina, alla Corea del Nord…

Nel frattempo la CIA sta cercando d’indovinare dove si trovi il Che; diverse ed opposte notizie s’accavallano: ucciso nei combattimenti seguiti allo sbarco americano a Santo Domingo, avvistato in Vietnam, prigioniero in Perù, addirittura circola la voce d’una sparatoria avvenuta fra lui e Fidel Castro; il quale, forse per abbassare la pressione o per un disegno ben preciso, decide di leggere pubblicamente la lettera ricevuta prima di partire, che non era certo destinata alla divulgazione. Lo scalpore è enorme; il suo contenuto non svela certo il mistero circa il luogo della sua attuale presenza, ma tranquillizza Mosca e mette Guevara nell’impossibilità morale, date le perentorie decisioni che vi scolpì, di rientrare nell’isola. La sua reazione alla notizia, appresa per radio, secondo un testimone, sarebbe stata in queste eloquenti parole: “Mi hanno sepolto da vivo”. Vere o false che siano è certo che il suo destino s’è separato da quello di Cuba. E lo conferma la proposta che Fidel Castro gli rivolge, dopo che il presidente tanzaniano Nyerere, a seguito di pressioni cinesi, proibisce che rifornimenti militari transitino per il suo paese e dopo che il presidente congolese Kasavubu, su pressioni di Nasser e di altri leader della regione, licenzia i mercenari bianchi “con gli onori militari”, chiedendo altresì la fine delle interferenze straniere, dunque anche cubane, nel territorio. E’ l’inizio della smobilitazione, preceduta da una controffensiva di truppe mercenarie, guidate dal francese Bob Denard, che mettono all’angolo le truppe ribelli. Castro comunica al Che di scegliere: continuare a combattere, ed allora sarebbe stato aiutato, oppure ritirarsi, ed in questo caso, Tatù avrebbe mantenuto il suo status quo attuale, a Cuba o in un altro posto; mantenimento dello status quo: vale a dire condizione di clandestinità, ciò che gli avrebbe impedito, anche scegliendo l’isola, di mostrarsi alla luce del sole e, ancor meno, di operarvi politicamente. Lui vorrebbe continuare il combattimento, ma la mancanza di mezzi, la forza degli avversari e i giochi diplomatici tesi alla normalizzazione della situazione congolese lo determinano ad abbandonare l’impresa. La notte del 21 novembre 1965 riguadagna, attraversando il Tanganica, le rive tanzaniane, graziato dalle truppe nemiche, terrestri ed aeree, che si limitano ad osservare il passaggio del lago senza sparare un colpo.

Rimane tre mesi nell’ambasciata cubana di Dar Es Salam e lì trascrive in duecento cartelle gli appunti giornalieri annotati durante i sette mesi africani; ne spedisce una copia a Fidel Castro ed una alla moglie Aleida, intitolandoli: “Passaggi della guerra rivoluzionaria. Il Congo”. Ancora adesso questi scritti sono in parte coperti dal segreto. Né il governo castrista né la moglie hanno permesso la loro pubblicazione. Si conosce solo qualche passaggio, trapelato dalla cortina di silenzio imposto dal regime; in uno di questi si legge: “Eravamo andati a cubanizzare il Congo ed invece sono i congolesi quelli che ci hanno congolizzato”.

Fidel Castro, al contrario dell’amico caduto in disgrazia, ha il vento politico in poppa; sta diventando un personaggio di caratura internazionale; a l’Avana, nel gennaio del 1966, è stata convocata un’assemblea generale di 430 delegati provenienti da Asia, Africa e America latina, rappresentanti di tutta la sinistra, legale e clandestina; vi partecipano alcuni intellettuali “impegnati”: Alberto Moravia, il peruviano Mario Vargas Losa, il francese Régis Debray (che aveva definito quella cubana “un’esperienza rivoluzionaria che aveva incontrato il marxismo”); nonostante le critiche cinesi circa la presenza della Russia “europea e revisionista”, il consenso è unanime quanto alla necessità di lottare contro il comune nemico imperialista. Esattamente quanto sostenuto dall’assente forzato, che neppure può inviare al congresso un proprio messaggio. Dalla Tanzania, il Che passa a Praga, base logistica cubana, e qui elabora il successivo progetto insurrezionale: la Bolivia. La scelta di questo Paese ubbidisce a diverse ragioni: in primo luogo, perché confina con cinque nazioni (Cile, Perù, Paraguay, Brasile ed Argentina) e perciò potrebbe costituire il baricentro di una lotta continentale; in secondo luogo, perché il paese è assai politicizzato, con una minoranza bianca e una maggioranza india di diverse etnie; infine, ed è forse il motivo più importante, la Bolivia è la chiave di accesso all’Argentina, la sua patria, che non ha mai cessato di immaginare come teatro della sua lotta rivoluzionaria. Castro, informato dei propositi – che giudica irrealistici – del Che, lo invita, prima di dirigersi in Bolivia, a ritornare a Cuba. Insisterà a lungo per convincerlo, visto che più volte rifiuta (per orgoglio? per vergogna?) di  tornare sui propri passi, ma alla fine, forse incoraggiato dal colpo di stato militare che s’è appena prodotto in Argentina a spese del governo del radicale Ilia, accetta e, al termine di un lungo tragitto che percorre travisato, nel luglio del 1966 atterra a L’Avana.

Qui rimane quasi tre mesi isolato in una fattoria posta all’interno dell’isola con una quindicina di combattenti d’esperienza, tutti ufficiali o sottufficiali, il fior fiore dell’esercito cubano. Impone un addestramento durissimo, alternato a corsi di teoria e d’insegnamento del quechua, la più importante lingua india della Bolivia. Fidel Castro che pensa di tutto questo? Reputa l’impresa troppo rischiosa, occorrerebbero secondo lui situazioni già strutturate di guerriglia in loco, ma non lesina aiuti, garantendo armamenti di prim’ordine. Anche qui il suo gioco è evidente: la guerriglia in Bolivia gli serve per allentare la pressione statunitense sull’isola, dirigendola altrove; inoltre se l’avventura si conclude positivamente, bene; se fallisce, ha in mano la famosa lettera con cui il Che s’è smarcato dalla politica cubana.

Kalfon osserva che Guevara è eccellente sul piano tattico militare, ma sul piano politico è uno stratega disastroso. Nei giorni in cui i guerrilleros cubani s’installeranno nelle montagne del Nuancahuazù, in una fattoria posta ai piedi del versante orientale delle Ande – che fungerà da base operativa, scelta dal Che a dispetto di diverse indicazioni suggeritegli dai boliviani – le organizzazioni sindacali campesinas firmeranno un patto con le forze armate, il tutto con la benedizione del presidente, regolarmente eletto, René Barrientos, generale d’aviazione. Si sente rassicurato, senza rifletterci troppo, quando Mario Monje, il leader del partito comunista boliviano – allineato a Mosca – gli fa capire, senza peraltro dichiararlo apertamente, di non opporsi alla sua lotta armata, promettendogli un vago aiuto, meglio ancora se l’azione rivoluzionaria si sviluppa fuori dalla Bolivia. Il panorama politico dell’estrema sinistra locale è assai variegato: quattro o cinque movimenti, effetto di scissioni, rendono poco intellegibile la situazione, ma al Che non interessano le dispute ideologiche, chiede combattenti preparati e leali. Ad aiutarlo nell’attività di propaganda e di reclutamento in Bolivia, c’è anche, divenuto un suo interlocutore privilegiato, Régis Debray, che dopo la conferenza tricontinentale s’è fermato a Cuba. Nel frattempo, il PCB, al corrente di queste frenetiche attività, comincia a lamentarsi: non può tollerare che tentativi rivoluzionari avvengano in territorio boliviano a loro insaputa ed in più ad opera di stranieri; inoltre, il momento non è propizio per una sollevazione popolare.

Tali obiettivi ostacoli non scuotono minimamente la volontà di Ramón (questa la sua nuova identità), determinato a mettere in pratica gl’insegnamenti tratti dalla guerriglia della Sierra Maestra. Si riaccende in lui la durezza del combattente: durante gli ultimi giorni d’addestramento a Cuba, il ministro dell’Interno, per fargli una sorpresa, porta la moglie Aleida all’accampamento. Il Che s’infuria a tal punto che non vuole neppure che la donna scenda dall’auto, non vuole neanche parlarle e rimprovera all’alto dirigente di aver voluto favorirlo rispetto agli altri soldati; finirà con un permesso straordinario di cinque giorni per tutti, ma l’episodio non è che l’annuncio delle prove infernali, al limite della sopravvivenza, che il Che imporrà a sé ed ai suoi.

Sarebbe però sbagliato imputargli mancanza di sentimenti. Attaccatissimo alla madre, con cui intratteneva un rapporto straordinario e dolcissimo (l’annuncio della sua morte lo colse nella giungla congolese ed egli reagì mettendosi in disparte ed intonando delle malinconiche arie di tango argentino), attaccatissimo alla moglie e ai figli, tratta la compagna con un affetto romantico, rispettoso, le dedica poesie dai toni teneri ed intensi. Ma l’amore per la Revolución, e per i suoi rigidi doveri, è sicuramente più forte.

Nel novembre del 1966, a distanza di dieci anni dalla partenza del Granma, i cubani arrivano in Bolivia attraverso differenti percorsi; quello più complicato spetta all’Argentino, il quale, per sviare i controlli incrociati della CIA – che sta fiutando qualcosa – utilizza treni e aerei cambiando più volte identità. La regione in cui s’insediano, chiamata Chaco, che s’estende anche in Argentina e Paraguay, è quanto di più inospitale vi sia. Boscaglia invasa da spine, rilievi accidentati, alture, montagne con alte scarpate, fondovalli con vegetazione tropicale, insetti le cui punture provocano fastidi insopportabili. S’aggiunge al quadro già desolante la scelta d’un luogo, isolatissimo, che non pare adatto alla strategia invocata dal Che, ossia guerriglia di sfiancamento e di movimento che porti la popolazione ad unirsi alla rivolta.

Si consuma infine la rottura col partito comunista boliviano. Kalfon sottolinea che la “anchilosata semantica del dialogo rivoluzionario” permette ad ognuno degli interlocutori di ritagliarsi, nella discussione, un cono d’ombra e di vaghezza che viene poi debitamente utilizzato. Così Monje, che pure riceve pressioni dall’Avana affinché coadiuvi l’impresa, accetta che alcuni dei suoi s’uniscano ai cubani, ma resta sul piatto la strategia di fondo dei partiti comunisti legati a Mosca, compresi quelli latinoamericani: non forzare le situazioni, aspettare pazientemente che il popolo acquisti consapevolezza, affinché si sollevi unito. L’incontro di fine anno fra il leader del PCB e Ramón si risolve in un nulla di fatto. Monje offre la sua partecipazione alla spedizione e le dimissioni da leader del partito e promette d’agire per convincere gli altri movimenti sudamericani ad appoggiare la lotta, ma a patto che gli sia affidata la conduzione politica e militare delle operazioni in Bolivia. Su questo punto il Che non concorda e sicuramente, nella partita a scacchi giocata fra Cuba e il PCB, Monje ha ben calcolato questa mossa, che gli consente di smarcarsi e difendersi poi dalle accuse di tradimento o di scarsa collaborazione.

L’addestramento iniziato a Cuba continua in Bolivia, dove al gruppo iniziale si sono uniti alcuni dissidenti comunisti locali. Ramón ordina una perlustrazione della regione per conoscere i luoghi e i percorsi e per prendere i primi contatti con la pur scarsa popolazione che ci vive; doveva concludersi in ventiquattro giorni, durerà il doppio. E’ lui a condurre il gruppo: divisi in due colonne, i suoi uomini si trascineranno in quei luoghi accidentati, ognuno con un carico di venticinque chili, affamati, spossati, mortificati, ma soprattutto chiedendosi quale sia l’obbiettivo di quelle marce di cui non colgono il senso: “Perchè? Cosa ci facciamo qui?”. Il Che comanda la spedizione con rara durezza, non accetta debolezze, lamenti, richieste di sosta. Due di quei disgraziati, entrambi boliviani, muoiono affogati in un torrente, il primo dopo essere scivolato da una scarpata, il secondo durante un attraversamento in barca. “Cammina o crepa”, questa la consegna trasmessa ai suoi compagni che sono costretti a nutrirsi, come lui del resto, dati gli scarsi viveri rimasti, di tutto ciò che si muove, quasi regredendo ad uno stato primitivo; allo sfinimento si aggiunge anche la mancanza di sintonia, fondamentale in quelle condizioni, fra cubani e boliviani.

La cronaca degli scontri con l’esercito, già allertato a causa delle leggerezze commesse da qualche guerrillero e dalle delazioni di alcuni minatori reclutati con sciagurata ingenuità dai dissidenti del PCB, si riduce a poco; qualche imboscata e, alla fine, l’abbandono della base, ormai scoperta, e l’errare del Che e dei suoi in un percorso senza fine e senza apprezzabili obiettivi. Il loro isolamento, causato dalla scarsa conoscenza del territorio, dalla mancanza di mezzi di comunicazione, dall’assenza di un appoggio propagandistico nelle città – diversamente da quanto era avvenuto durante la rivoluzione cubana – segna la loro fine. Sulle tracce del gruppo, sempre più ridotto nel numero per le perdite e le fughe, ci si sono messe pure CIA ed FBI, nella convinzione che lì si trovi pure il loro nemico numero uno. La cattura di Régis Debray – che si era unito a Guevara pur senza partecipare ad azioni – e di Ciro Bustos, un militante argentino di sinistra – che fornisce preziose informazioni per la ricerca dei fuggiaschi, prima d’essere ucciso e gettato da un elicottero nella selva – anticipano il dramma finale. Accerchiati da ogni parte, sarà un campesino a segnalare la presenza di guerriglieri. In due (gli unici fino a quel momento scampati di quella pattuglia, tra le quattro-cinque in cui s’era frazionato il gruppo) il Che e Ramon Cuba, un minatore boliviano, sono alla fine catturati nei pressi del villaggio chiamato La Higuera. Solo cinque uomini dell’intera spedizione, alla fine, riescono a salvarsi fuggendo per duemila chilometri sino alla frontiera cilena.

Al paesino accorrono tra gli altri il colonnello boliviano Zenteno, già ministro degli Esteri in un precedente governo, e l’esiliato cubano anticastrista Felix Rodriguez, alias Ramos, agente della CIA. Il Che, custodito nei locali della scuola, non risponde alle domande, ma la sua sorte è segnata; nella tarda mattinata del giorno nove, arriva l’ordine, direttamente dalla presidenza e dallo Stato maggiore: Nada de prisoneros. L’esecuzione dev’essere immediata e la spiegazione sta nella volontà del governo di evitare un secondo “processo Debray”. Il giudizio contro l’intellettuale francese, figura tutto sommato di secondo piano, sta mettendo in imbarazzo lo Stato andino, soprattutto sul piano internazionale. Cosa avrebbe significato allora, in termini d’attenzione dell’opinione pubblica mondiale, un processo a Che Guevara, che oltretutto è cittadino di un Paese amico? La decisione nasce quindi all’interno dei vertici boliviani, a dispetto delle richieste pressanti della CIA, che lo vuole vivo per portarlo a Panama, interrogarlo e processare insieme con lui anche la politica di appoggio alla sovversione condotta da Cuba. La sentenza di morte del Che è eseguita dal sergente Mario Terán, con una mitraglietta M-2 che scarica nove colpi addosso al prigioniero rinchiuso, legato mani e piedi, in una stanza; avrebbe preferito morire nella sua Argentina, magari combattendo là nella sua terra per quel socialismo che lui aveva idealizzato, ma, come ebbe a dire in un’occasione: “In qualsiasi luogo la morte ci sorprenda, sia la benvenuta”. Gli altri prigionieri catturati in quei giorni subiscono la stessa sorte.

La prima notizia diffusa dai canali militari, che il Che è morto in combattimento, suona già di inutile e sciocca bugia; in tanti l’hanno visto camminare scortato da soldati verso il villaggio. Il cadavere, portato in elicottero nella città di Villagrande, viene esposto e in quell’occasione sono scattate le fotografie che lo ritraggono per l’ultima volta, gli occhi aperti e un’espressione che pare quasi ironica; sepolti in maniera anonima in una fossa comune, nel 1997 i suoi resti sono rintracciati, recuperati e riportati in Argentina.

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Il principale merito del libro di Kalfon, oltre a quello di smentire alcuni luoghi comuni (il Che tradito da Fidel, ucciso dalla CIA, venduto dall’URSS), di presentare una visione equilibrata del personaggio e di fornire documentati e seri riscontri alla sua narrazione, è soprattutto quello di consegnarci una storia che non può lasciare indifferenti e che c’immerge in una tempesta di considerazioni. Il mito che si è costruito intorno a lui, come esempio di verità, di libertà e di giustizia – avverte – deve fare i conti con una realtà meno poetica, fatta di durezza, di spietate decisioni, di sangue versato e fatto versare. Non c’è dubbio che il Che non si sia mai riempito le tasche e non abbia mai cercato il vantaggio personale, ma questo basta per farne un paladino tout court? Il suo “uomo nuovo”, modello del socialismo guevarista, tutto sacrifici, disinteresse, assenza di stimoli materiali esiste, è mai esistito, esisterà? Nel disprezzare luomo, in nome d’un astratto bene dell’umanità, ha reso un servizio alla verità, alla giustizia, alla libertà?

Nondimeno la docile sottomissione alle esigenze di Castro degli ultimi mesi, la sua generosità, i suoi slanci di audacia e di tenerezza, la sua fine, restituiscono al Che una dimensione di concreta umanità che lui stesso, probabilmente – sposato com’era alla Revolución e alle sue dure leggi – neppure ci teneva a dimostrare; ben poco gl’interessava il giudizio degli altri.

Il suo idealismo romantico fu la sua gabbia di contraddizioni: il coraggio, l’abnegazione fino all’ascetismo, il disinteresse favorirono col tempo una rappresentazione distorta della realtà, che lo portarono a perdere lucidità e a piegare, troppo spesso, logica e buon senso ai teoremi e alle astrazioni che si era costruito e a cui non poteva in alcun modo abdicare, perché, in questa sua costruzione ideale, erano consustanziali alle sue qualità umane. Da qui la sua eterna frustrazione, il suo dramma interiore – troppe smentite riceveva – e i suoi limiti politici, che lo portarono a fallire tutte le prove in cui si disimpegnò, sia nella gestione del potere rivoluzionario sia nella strategia politico-militare.

Immaginava che la “Guerra de guerrillas” combattuta nella Sierra Maestra cubana fosse un modello universalmente valido – sbagliando – e che la Revolución, per essere veramente tale, dovesse essere permanente: e qui c’è una (teorica) verità  – “ogni rivoluzione genera una burocrazia di controrivoluzionari”, disse una volta – che però resta una mera constatazione a cui egli cercò, invano, d’ovviare con la sua idea di una Revolución che solo lui, però, riusciva ad immaginarsi e che inseguì tutta la vita come un miraggio. Anche qui fallendo, venendo anzi deluso (“tradito” non sarebbe la parola giusta) proprio da chi gli stava vicino.

A Cuba, in un atto solenne celebrato un paio di settimane dopo la sua morte, la voce di Fidel Castro rompe il silenzio, ricordando il Che come “modello di uomo che non appartiene a nessuna epoca”. Da vivo dava fastidio – commenta Kalfon – da morto diventa perfetto.