La scarsa memoria dei media anti-Trump

La scarsa memoria dei media anti-Trump

Il decreto esecutivo di Donald Trump che ha vietato temporaneamente l’ingresso negli Stati Uniti ai cittadini di 7 paesi a maggioranza musulmana (Siria, Somalia, Sudan, Yemen, Iran, Iraq  e Libia) per “rischio terrorismo” ha suscitato enormi proteste negli Stati Uniti e in tutto il mondo occidentale. Manifestazioni ai maggiori aeroporti e di fronte alla Casa Bianca, giudici federali ed esponenti dello star system hollywoodiano improvvisatisi barricaderi pro-rifugiati, dure stigmatizzazioni da parte delle cancellerie europee hanno portato all’estremo la contestazione verso la presidenza Trump, a poco più di una settimana dal suo inizio ufficiale.

C’è da dire che quello che è stato subito (impropriamente) denominato “muslim ban” è viziato da dei notevoli e incontestabili difetti di forma e di sostanza. La selezione dei 7 paesi sembra essere pretestuosa, seppur fondata su una lista precedentemente redatta dall’amministrazione Obama: i responsabili delle maggiori stragi avvenute sul suolo americano negli ultimi anni (la maratona di Boston, San Bernardino, Orlando) portano tutte la firma di attentatori cittadini o originari di paesi che non sono, allo stato attuale delle cose, soggetti a restrizioni, come Kirghizistan, Pakistan, Afghanistan. Si prosegue, purtroppo, nella linea di condotta che pare ignorare il fatto, ormai conclamato, che i maggiori finanziatori del terrorismo islamico internazionale siano organizzazioni ed enti privati e pubblici delle petromonarchie del Golfo Persico (Arabia Saudita, Qatar, EAU), paesi alleati militari degli USA e dell’Occidente, ma dominati dall’estremismo sunnita di marca wahhabita che ha costituito l’humus ideologico da cui sono sorti al-Qaeda prima e IS poi. Inoltre, non paiono esserci novità di sorta rispetto alla pregiudiziale anti-iraniana che ha accompagnato tutte le amministrazioni precedenti (dominate in maniera bipartisan dalla lobby neocon) e che considera la teocrazia sciita, avversaria dell’ISIS in Siria, un finanziatore del terrorismo internazionale, sulla base della discutibilissima definizione di “organizzazione terroristica” attribuita ai libanesi di Hezbollah.

Premesso tutto questo, c’è da essere felici che i media internazionali e gli opinion leader progressisti e liberal di tutto il mondo abbiano goduto di un’improvvisa folgorazione che ha fatto loro ricordare una serie di terribili dimenticanze che ne hanno caratterizzato la narrazione internazionale negli ultimi anni. Ad esempio, pare si siano accorti della situazione drammatica dello Yemen, dove la guerra civile tra il presidente Hadi, sostenuto dall’Arabia Saudita, e i ribelli sciiti Houthi, sostenuti dall’Iran, ha provocato quasi 7000 morti, decine di migliaia di feriti e quasi 3 milioni di sfollati (dati aggiornati a dicembre 2016). All’improvviso, il raid americano di ieri contro al-Qaeda in Yemen, il primo autorizzato dal presidente Trump, è rimbalzato su tutte le prime pagine, con i suoi 16 morti civili e la squallida sensazione che chi leggesse per la prima volta del conflitto yemenita sulle pagine del Corriere possa pensare che prima di tutto questo non sia successo nulla, che Obama sullo Yemen abbia lanciato caramelle e i suoi alleati sauditi si siano comportati da campioni della democrazia e dei diritti umani.

Ma lo Yemen è soltanto un esempio marginale dell’ipocrisia progressista che seleziona le stragi e i diritti umani violati con l’intento di indirizzare politicamente l’indignazione internazionale. Sono passati alcuni mesi dalla liberazione di Aleppo ed ancora non monta lo scandalo per le prove prodotte dal governo siriano, che hanno dimostrato il diretto coinvolgimento di USA, Turchia ed Emirati Arabi nella fornitura di supporto e di armi alle varie sigle terroristiche che hanno tenuto e devastato la città nel nord della Siria negli ultimi anni di una guerra in cui l’amministrazione Obama ha ripetutamente fallito i suoi tentativi di regime change, lasciando però sul campo decine di migliaia di vittime civili e qualche milione di rifugiati verso Libano, Turchia ed Europa. 

Per non parlare della piccola dimenticanza che ha portato a ignorare completamente la faccia di bronzo (per non dire altro) dei leader europei, che da una parte attaccano Trump e si ergono a paladini della società aperta, mentre dall’altra pagano mazzette miliardarie (perché di questo si tratta) a un campione della democrazia e della libertà di espressione come Erdogan per tenere i rifugiati siriani in campi di accoglienza (una volta si chiamavano “di concentramento”) sul suolo turco e rallentare l’ondata migratoria lungo la via balcanica.

E mentre i riflettori sul Donbass sono spenti da oltre un anno (proprio ieri, il governo di Kiev ha ripreso a bombardare Donetsk), le luci delle telecamere sono tutte rivolte a illuminare i singoli, sicuramente spiacevoli, casi che hanno coinvolto bambini e disabili negli aeroporti statunitensi a causa del divieto all’ingresso imposto da Trump. Quando c’è da ottenere un risultato politico (il contrasto a Trump fino a un possibile futuro impeachment), il modo più facile e veloce per ottenerlo è stato constatato essere l’utilizzo di immagini forti e video lacrimevoli per raccontare storie drammatiche, in cui il collegamento a una misura politica odierna (il Trump ban, ma anche le recinzioni in Ungheria, il muro messicano e i respingimenti nel Mediterraneo dell’era Berlusconi) cancella completamente le numerose cause a lunghe termine che hanno portato alla situazione attuale, assieme ai loro responsabili.

Se qualcuno se ne è dimenticato, cerchiamo di ricordarglielo: il dramma dei rifugiati, le guerre umanitarie, i morti ammazzati, gli stati falliti e i bambini assassinati, non sono responsabilità di Donald Trump.  Del suo predecessore, invece – tanto amato dai media quanto sorridente e strafottente rockstar prestata alla politica per abbindolare gonzi e anime belle – non si può dire altrettanto.