A proposito di democrazia e fascismo

A proposito di democrazia e fascismo

L’ottimo pezzo di Francesco Santarelli mi ha suggerito alcune riflessioni.

Ho sempre pensato che la migliore definizione di “democrazia” fosse quella che, implicitamente, mi fornì la collocazione del relativo argomento in un testo di Diritto costituzionale comparato: “democrazia” stava, infatti, fra le “Forme di governo“, mentre fra le “Forme di Stato” c’erano Repubblica, Monarchia, Impero.

L’essere una forma di governo ci consente dunque una definizione di segno affermativo: una procedura che si deve evidentemente ispirare ad una corretta raccolta del consenso, rispettandone le scelte attraverso la formazione di adeguate rappresentanze elettive.

Ma il “non” essere una forma di Stato ci aiuta, con un ragionamento a contrariis, a inquadrarne ancor meglio l’intrinseca natura. Le forme di stato, monarchica e repubblicana, rappresentano – anche se il tempo ne ha un po’ sfumato il senso ed i contorni  originari – due filosofie, due sistemi, due forme di pensiero, rispettivamente, un’idea aristocratica rappresentata da una linea dinastica come primario riferimento di tutela d’ordine sociale e di sicurezza territoriale, contrapposta a un’idea più borghese e popolare, che vede gli stessi scopi tutelati da un differente punto di riferimento, ossia la previsione di regole, di contrappesi e limitazioni che dirigano il funzionamento degli organi di amministrazione.

Spiegazione assai generale, che in altra sede meriterebbe maggiori precisazioni, evidentemente, anche perché quelle forme diedero vita a differenti esperienze, che latitudini e tempi della storia forgiarono in variegate composizioni. Sta di fatto, però, che la forma di governo democratica ha convissuto e convive sia con la forma di stato repubblicana, sia con quella monarchica, pur nella sua derivazione costituzionale. E l’una e l’altra delle due forme di stato hanno ospitato forme di governo sia democratiche sia non democratiche. Anzi, vi sono ordinamenti – basti pensare a certe anche attuali realtà ispano-americane – dove sussiste la democrazia (espressa da altissimi afflussi alle urne), ma dove i metodi repubblicani – nel significato sopra espresso, ossia nel senso dell’equilibrio dei poteri – sono quasi del tutto assenti.

Dunque, non una filosofia, ma un codice di procedura deideologizzato, al più una filosofia della prassi. Questo dovrebbe essere la democrazia dal punto di vista storico e anche da quello logico-giuridico; stiamo assistendo, invece, da diversi anni a questa parte, ad una mutazione impressionante: da strumento indipendente di raccolta e gestione del consenso popolare a chiavistello di conservazione del potere, attraverso l’adozione di formule elettorali cervellotiche e cabalistiche; da garanzia di libertà di pensiero a foglia di fico della partitocrazia; una partita che dovrebbe essere giocata lealmente si è trasformata in una gara dai dadi truccati.

Oggi viviamo, infatti, l’epoca della democrazia ideologica, dunque distorta. Un semplice codice di procedura è stato infettato dal concetto che, tutto dovendo essere permesso, allora solo chi professa questa concezione della vita e dei rapporti sociali è compatibile con la democrazia, la quale ne diventa, dunque, strumento esecutivo e cane da guardia, iniettando attraverso i suoi organi istituzionali – che dovrebbero, invece, essere immuni da ogni settarismo, svolgendo una funzione giuridica – qualsiasi veleno nella società.

Espressi poco tempo fa l’opinione – che ribadisco – circa l’obiettiva incapacità del ragionamento ideologico di cogliere con sufficiente grado di fedeltà tutte le sfumature della politica e del pensiero; si può apprezzare (ed io personalmente apprezzo) il fatto che duecentocinquant’anni fa un’idea di matrice liberale auspicò la previsione di processi equi, che introducessero garanzie difensive per gli accusati e distacco del potere giurisdizionale da quello esecutivo, senza per questo diventare liberali. Il fascismo fece proprie quelle riforme e, dunque, secondo i falsi sillogismi che certe manie catalogatrici secernono, sarebbe diventato dunque liberale? E lo stesso fascismo, che pure ha operato all’interno dell’una e dell’altra forma di stato, monarchia e repubblica, con la democrazia non ha convissuto diversi anni, emanando proprio in quel periodo fascistissime riforme, sul lavoro, sulla maternità e sulla scuola? E nella fase finale del suo ciclo, in sede di congresso veronese, non previde in prospettiva lo svolgimento di libere elezioni?

Il punto, dunque, non è la tendenza liberale o quella democratica – parole che da sole esprimono troppo e per questo non esprimono un bel nulla – bensì il matrimonio tra l’ormai degenerata prassi democratica e il radicalismo ideologico liberale, che ha finito per svilire i principi del consenso popolare e della libertà delle idee, mettendo al mondo questi bei frutti: crisi di rappresentatività delle istituzioni, contaminate dal totalitarismo del pensiero conformista, che fa perdere di vista le realtà sociali più profonde e concrete, e condizionamento del dibattito politico, in un sistema, quello democratico, che dovrebbe esaltarlo.

Concludo queste mie considerazioni ricordando che i padri costituenti giunsero, ad un certo punto della discussione circa la composizione dei due rami parlamentari, a prevedere un Senato formato per due terzi da rappresentanti delle categorie del lavoro e delle professioni, iniziativa poi abortita per il timore di apparire come restauratori della precedente Camera dei fasci e delle corporazioni.

Ed allora, prendendo spunto dalla giusta osservazione dell’amico Santarelli a riguardo dell’attuale subordinazione del lavoro – inteso come dimensione di dignità e di elevazione spirituale dell’uomo – alle regole del mercato (che – egli osserva – l’attuale fase democratica, che io definirei piuttosto democratico-liberale, ha determinato), quella soluzione abbandonata dai timorosi legislatori costituzionali non potrebbe costituire un buon punto di partenza per sciogliere quel matrimonio cui prima accennavo e riportare il Paese reale (quello che lavora, produce, costruisce e che per questo dovrebbe avere la prima voce in capitolo) a determinare il proprio destino, stanco com’è delle velleità, delle menzogne e dell’astruso totalitarismo di quel radical-libertarismo che gli ha scippato libertà, dignità del lavoro e diritto democratico di scelta?

Qualcuno potrebbe obiettarmi che la democrazia è ciò che si vede, non quello che avrebbe potuto essere o le forme schiettamente giuridiche e ideologicamente neutre che ho provato a mettere a nudo. Ed avrebbe sicuramente ragione. Ma in questo contesto è mia semplice intenzione limitarmi a tentare una descrizione del concetto giuridico di “democrazia”, senza prenderne le difese, né farmi suo accusatore; che, per quanto mi riguarda, equivarrebbe a farsi difensore o accusatore delle regole dello scopone o del monopoli.