Le tragedie di Vasto

Le tragedie di Vasto

Un giovane ventenne, che sette mesi prima, in un incidente stradale, aveva investito con la propria auto una donna in motorino, uccidendola, è stato a sua volta ammazzato a colpi d’arma da fuoco dal marito della vittima.

La raffica di commenti che questa vicenda ha provocato merita qualche breve riflessione. Si può cercare di comprendere umanamente la reazione dell’omicida, sconvolto dal dolore causato dalla perdita della moglie e del figlio che la donna portava in grembo; si possono invocare attenuanti, per auspicare che la pena che questa persona certamente patirà non sia inflitta nella misura massima che la legge prevede (l’omicidio premeditato comporta l’ergastolo). Ma le giustificazioni, i moti di comprensione e di simpatia, le spiegazioni non possono, non debbono andare oltre.

La differenza fra l’uomo e l’animale sta nell’intelligenza e l’intelligenza è, anche, volontà e dunque capacità di dominare le proprie passioni e i propri istinti. Un animale, se ha fame e si trova davanti un pezzo di carne, se la mangia. Un uomo affamato può anche decidere di astenersi dal mangiare ed affrontare giorni di digiuno. Ed intelligenza significa anche valutare le conseguenze della propria condotta in tutte le sue direzioni; si chiama “pensiero astratto”. Il secondo omicida di Vasto – lo era anche il ragazzo che aveva investito la donna, che però non intendeva uccidere – non ha voluto o non ha saputo calcolare che il suo gesto avrebbe allungato la tragedia che già s’era prodotta in conseguenza del primo omicidio: per sé, per i suoi cari ed anche per i parenti del ragazzo morto ammazzato. E questo esclude qualsiasi aureola di eroismo, di coraggio o di giustizia. Non è eroico ammazzare a pistolettate una persona indifesa, bensì vile; non è coraggioso chi non calcola le conseguenze della sua azione, caso mai è un incosciente; e non c’è giustizia senza intelligenza e prudentia.

Allontaniamo, quindi, da noi sentimenti che non possono appartenerci, quello di apprezzare – a prescindere – chi si fa giustizia da sé: anche perché dal “giustiziere della notte” al culto di “William Lynch”, il passo può essere breve e la faida – introdotta dalle prassi barbare – era estranea al concetto del diritto romano, i cui istituti costituiscono il fondamento delle nazioni civili.

Rispettare il principio della Legge non significa accettare il legalismo o il culto della legalità che gli attuali regimi finti democratici ci impongono; vi sono leggi, regole, norme, che vanno disapplicate, anzi disobbedite perché naturalmente, obiettivamente, umanamente contrarie a sentimenti superiori di Giustizia, e non c’è bisogno di citare San Tommaso per giungere a tali conclusioni. E lo stesso vale per le situazioni eccezionali, dove gli avvenimenti, la necessità e la forza si sostituiscono per più o meno brevi periodi alle legislazioni vigenti – che però finiscono sempre per riprendere il loro vigore.

Nulla di tutto questo è però presente nella vicenda di Vasto: il ragazzo era in libertà perché la legge processuale, che vale per tutti, gliela garantiva – che doveva fare? Chiedere di essere incarcerato? – in mancanza di esigenze cautelari. La tragedia era scaturita più dalla fatalità che da condotte incoscienti del conducente; non era ubriaco, non era drogato, pare viaggiasse a velocità non eccessiva, si era fermato a soccorrere la vittima. E vige una precisa legge sostanziale che prevede una pena da due a sette anni di carcere, non un vuoto legislativo colmabile da una giustizia-fai-da-te. Poco, molto? Chi siamo noi per stabilirlo? Ci facciamo giudici? Legislatori? Giuristi? Non si trattava di un delinquente che l’aveva fatta franca o d’un violento o d’un assassino che la giustizia non avrebbe potuto raggiungere perché magari scappato in Brasile – casi appunto eccezionali – ma d’un ragazzo che aspettava un processo, sede deputata per l’accertamento delle sue responsabilità.

Il confine fra legge della giungla e Legge è la stessa barriera che separa il caos dall’ordine, la barbarie dalla civiltà, il sentimentalismo romantico – di cui è impregnata la nostra società, ormai ostaggio di qualunque istinto individuale – dal rispetto delle forme. E di fronte a queste eterne contrapposizioni tutti noi dovremmo ben sapere da che parte stare, traendone le dovute conseguenze.