Il genocidio palcoscenico del teatro politico

Il genocidio palcoscenico del teatro politico

Cronaca di una serata culturale, dove il genocidio degli ebrei viene usato come strumento per produrre consenso per una pseudo-sinistra liberista e mondialista.

Mi trovavo a trascorrere un paio di giorni presso il luogo di origine della mia famiglia, un tipico paese dell’appennino laziale, per sua fortuna non toccato dalle triste vicende dei continui terremoti. Una parente ,dopo una piacevole chiacchierata mi invita a seguirla ad un evento culturale locale, tenuto da un politico del luogo esponente della sinistra mondialista e docente in un Liceo, conosciuto per ricorrenti iniziative culturali su temi di attualità. Il tutto sponsorizzato dalla municipalità, che pur avendo un colore politico teoreticamente opposto acconsente alla sponsorizzazione di questi eventi, in nome di una apartiticità della cultura.

La serata è la seconda di un ciclo di due, che ha per tema l’Olocausto, con relatore un giovane professore universitario di Filosofia che, solo casualmente, ha il cognome coincidente con quello di un Ministro della Repubblica di uno dei primi governi Berlusconi.

Il giovane intellettuale presenta il suo libro sul genocidio ebraico e ne illustra i suoi punti salienti, partendo dall’assioma che il genocidio degli ebrei perpetrato dal nazismo sia un fenomeno unico nel corso della storia, per dei motivi che il bravo professore partenopeo si dimentica simpaticamente di mostrare.

Gli spettatori della riunione, pur essendo mediamente di cultura “superiore”, non riescono onestamente ad afferrare perché il 27 gennaio, in tutto il mondo, dobbiamo ricordare il genocidio degli ebrei e non quello degli zingari, che morirono nello stesso modo e negli stessi luoghi. In silenzio non assertivo, afferrano il concetto che questa ricorrenza è unica per la coniugazione di un movimento politico che, dopo la presa del potere da parte di Hitler nel 1933, pianifica a tavolino la pulizia etnica dell’area geografica a predominanza culturale tedesca. Dopo di che, è un continuo di immagini verbali e mediatiche di atti di violenza bestiale e testimonianze toccanti che non possono che scuotere la coscienza umana dell’ascoltatore.

Ma la mia coscienza critica è in rivolta, come si può affermare impunemente l’unicità di questo genocidio rispetto agli altri genocidi che la storia, con ricorrenza cadenzata, ci vomita addosso?

Cosa differenzia, sul piano della componente razziale, il genocidio degli indiani di America rispetto a quello perpetrato dai coloni americani che affermavano con franchezza anglosassone che “l’unico indiano buono era quello morto”? Cosa differenzia in metodicità la distribuzione delle coperte infettate di vaiolo, rispetto ai tentativi sperimentali teutonici di genocidio tramite le camere a gas?

Dove si distingue l’efferatezza del genocidio degli ebrei polacchi e russi da quello messo in pratica dalle milizie turche e curde nei confronti degli armeni?

Pecca di capacità tecnologica il monito di genocidio dato al Giappone, ormai inerme con le due bombe di Hiroshima e Nagasaki, rispetto ai forni crematori dei campi di concentramento?

Mi sovviene il sospetto che l’unicità dell’Olocausto sta nel fatto che, per un caso raro nella storia dei genocidi, il colpevole ha perso la guerra e viene processato dal vincitore.

Sono certo che il giovane professore, che per sicuro merito ha occupato una prestigiosa cattedra con il corrispettivo buon stipendio, saprà illuminare il mio innato spirito critico. D’altronde, come potrà mancare una sessione interattiva di domande e robuste risposte in una serata culturale patrocinata da locali esponenti di partiti con salde tradizioni democratiche?

Ma le mie interrogazioni rimarranno tali, irrisolte da un frettoloso “Tutti a casa”, prontamente lanciato dal rampante esponente politico globalista dal look di moderno sessantottino. La perplessità nella platea è visibile negli occhi delle persone e questa può generare inopportune domande; d’altronde, lo scopo di informazione è raggiunto, l’impegno culturale è compiuto, la ricaduta politica per futuri impegni elettorali conseguita, l’amicizia con il giovane professore universitario consolidata e con essa la rete di sue conoscenze ed influenze.

La mia rabbia cresce per questo teatro umano, che uccide per la seconda volta quegli uomini, donne, bambini vittime della tragedia che ebbe luogo nei campi di concentramento. Il loro sacrificio viene usato per il fine di una grande lobby  finanziaria, che deve nascondere un altro genocidio che si potrebbe fermare oggi, che è quello dei palestinesi rinchiusi nella striscia di Gaza. Il grande ghetto palestinese, con i bambini denutriti che crescono in un’esasperante vita se non quando deturpati ed uccisi dalle pallottole israeliane. La memoria degli ebrei di Treblinka,  e Auschwitz usata come velo per oscurare gli odierni genocidi, è la dimostrazione giornaliera che non esistono popoli eletti e razze superiori, ma bensì un animale a due gambe capace di qualsiasi ferocia, chiamato uomo.

Ma i peggiori sono loro, quelli che si pensano giusti, portatori di verità che, in realtà, usano per i loro fini, piccoli uomini senza etica.

L’etica direbbe: stabiliamo il giorno della memoria per tutti i genocidi, grandi e piccoli che sono avvenuti, tutti paritetici nella dimostrazione della pazzia umana.

Max Bonelli è autore del libro “Antimaidan” (le ragioni del genocidio del popolo dell’Est Ucraina) ed esperto di Scandinavia ed Ucraina.