Au nom du Peuple: Marine Le Pen alla prova del nove

Au nom du Peuple: Marine Le Pen alla prova del nove

Due giorni fa è stato reso pubblico il programma ufficiale per la corsa di Marine Le Pen all’Eliseo. 144 Engagements Présidentiels con cui la leader del Front National si presenta alle Presidenziali francesi del 23 aprile con il paradossale marchio dell’assoluta favorita al primo turno e della probabile perdente al ballottaggio, a prescindere da chi sarà il suo sfidante designato. Ma siccome ultimamente i sondaggi hanno fallito rovinosamente ogni volta che gli opinionisti si sono azzardati a dar loro troppo credito, negli USA come nel Regno Unito, è più che mai chiaro che la leader sovranista e “populista” non parta affatto battuta nel suo confronto, da unica donna candidata, con Emmanuel Macron, François Fillon e Benoit Hamon.

Per la prima volta, infatti, la Le Pen si presenta all’Eliseo con un programma presidenziale credibile  e con il volto pubblico pulito dalla dédiabolisation condotto dal suo vice, Florian Philippot, ormai in fase avanzata. Espulso e rinnegato il padre e fondatore del partito Jean-Marie e dismesso da tempo il ruolo di movimento di estrema destra con legami nemmeno troppo velati con Vichy, Marine in queste elezioni si sta giocando il tutto per tutto, con la fretta e l’impazienza di chi ha atteso a lungo questo momento e pensa sia giunto il tempo di passare all’incasso, dopo il disastroso quinquennio socialista che ha messo in ginocchio la Francia dal punto di vista della sicurezza e della credibilità internazionale, senza peraltro riuscire affatto a risolvere i problemi di una stagnazione economica che non accenna a finire.

Oggi, il Front National, non solo rinnega il fascismo e abbandona le storiche posizioni conservatrici sui temi etici – la cui totale assenza dai numerosi punti del programma appare come un cambio di rotta dall’enorme portata se si torna indietro di neppure una decina d’anni – ma addirittura si eclissa in maniera pressoché totale per far spazio al nome (non al cognome!) della sua leader. Se si osservano le foto dell’evento di Lione, il video di presentazione della campagna elettorale e lo stesso slogan della campagna elettorale, Au nom du peuple – Marine 2017, risulta evidente la scelta di rinunciare sostanzialmente allo storico simbolo del Front (la fiamma blu-bianco-azzurra mutuata dal Movimento Sociale Italiano) e l’eclissi dello stesso cognome Le Pen, omesso per puntare tutto su di lei, Marine: la forza gentile, la prima donna all’Eliseo, con le idee chiare, il programma ampio ma facile e accessibile a tutti, incentrato su temi concreti come il lavoro, l’economia, la sovranità nazionale e la difesa dell’identità francese (identificata con i valori della République), che cambierà la Francia e la renderà di nuovo grande – per parafrasare il trumpismo d’Oltreoceano.

Il video ufficiale della campagna di Marine Le Pen

Inutile dire che tutto questo, unito al predominare del rassicurante colore azzurro, fa facilmente saltare alla conclusione che il Front National si sia definitivamente trasformato in un partito neo-gollista, che della malconcia destra dei Républicains aspira a prendere il posto. Eppure la conclusione sarebbe errata e abbastanza frettolosa.

Innanzitutto, il programma è costituito da un mix abbastanza coerente di tematiche storiche del Front National (e spesso e volentieri copiate dalla destra gollista) con posizioni teoricamente appannaggio delle sinistre. La lotta strenua contro l’immigrazione e per la messa in sicurezza delle banlieue (definite come zone del territorio francese ormai totalmente fuori dal controllo dell’autorità statale) si mescola a una politica economico-sociale fortemente keynesiana, con incentivi fiscali alle piccole-medie imprese, il mantenimento delle 35 ore lavorative settimanali, l’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni per favorire il ricambio generazionale, l’abolizione della loi du Travail confezionata dai socialisti secondo le indicazioni europee, di taglio, al contrario, monetarista e liberista.

Questo programma, capace potenzialmente di spaziare da un elettorato operaio, che ovunque in Europa è deluso da un’estrema sinistra ormai schiacciata sulla lotta esclusiva per i diritti civili di gay e immigrati, al mantenimento dell’elettorato storico del Front National, così come di pescare tra i delusi dei Républicains. A questo si aggiunge il forte cavallo di battaglia, che ha già scatenato allarmismi e innalzamenti dello spread di dubbia origine, per il quale si promette l’uscita dall’Euro e dall’Unione Europea (previo referendum) e il ritorno a una moneta nazionale francese – in questo avvalendosi con evidente chiarezza di una traduzione dei documenti prodotti dal responsabile economico dell’alleata Lega Nord, Claudio Borghi Aquilini, e del professor Alberto Bagnai, suo sodale nella battaglia per la  rottamazione della moneta unica e il ritorno alle valute nazionali e alla possibilità di effettuare svalutazioni competitive.

Questa posizione è, in realtà, solo all’apparenza molto radicale, perché nel programma si fa anche esplicito riferimento a una “trattativa semestrale” con l’Unione Europea per restituire alla Francia la sua “sovranità monetaria, legislativa, territoriale ed economica”. La formula è obiettivamente un po’  vaga e lascia lo spazio per una (comunque difficilissima sulla carta) trattativa con l’Unione Europea per ottenere uno smantellamento condiviso della moneta unica e, magari, la preservazione dell’istituzione (UE) nonostante l’eliminazione della moneta comune alla maggioranza dei suoi aderenti.

Trattasi comunque di ipotesi e speculazioni che solo il tempo potrà dirci quale esito avranno. Resta il fatto che il programma di questa Marine “dediabolizzata” ha indubbiamente dei grossi punti di forza, ma anche dei limiti. La voglia di grandeur francese – espressa anche dal notevole punto 118, che prevede l’uscita della Francia anche dalla NATO, l’Alleanza Atlantica da cui, comunque, anche De Gaulle aveva a suo tempo fatto uscire il paese, che vi era poi rientrato successivamente – cozza inesorabilmente con la necessità, perché avvenga uno smantellamento dell’Eurozona quanto meno parzialmente ordinato, di avere un forte alleato internazionale che faccia da supporto contro l’inevitabile crisi dei mercati finanziari che seguirebbe immediatamente a una vittoria elettorale di Marine. Certamente Marine ha espresso parole di apprezzamento per il neo-presidente degli USA Donald Trump, ha un legame ormai solido e stabile con la Russia di Putin e c’è la possibilità che nel 2017 anche in Olanda, Italia e Germania si assista a forti affermazioni (seppur difficilmente in grado di arrivare al governo) di forze politiche “euroscettiche” che possano appoggiare la sua scelta drastica di abbandonare l’Eurozona. Ma se le previsioni di alcuni commentatori, forse un po’ troppo ottimisti, che vedono una rapida fine dell’Eurozona forse già entro la fine di quest’anno si rivelassero errate, un braccio di ferro della Francia contro tutto il resto d’Europa avrebbe un esito complesso e tutto da scoprire, non essendo la Francia né un gigante internazionale né un piccolo Stato debole e in crisi nera come la Grecia.

In generale, quello che lascia qualche dubbio è l’impianto generale della candidatura di Marine Le Pen all’Eliseo. Passi tutto, dalla dédiabolisation come strumento inevitabile ora portato al parossismo del sostituire il cognome con il nome, alla rinuncia a certi temi difficili da sostenere in uno Stato, la Repubblica francese, dominato dal concetto di Laicité, che impone, tra le altre cose, che per tagliare i finanziamenti statali alla costruzione di moschee, si debbano tagliare i fondi linearmente a tutte le religioni, ivi compreso il cattolicesimo. Tuttavia, quello che si sta prendendo Marine Le Pen è un forte rischio, una scommessa su se stessa ma anche sulla maturità della Francia, sul fatto che sia pronta a votare il Front National con la stessa serenità con cui si vota un qualsiasi partito normale e che, al ballottaggio, non finisca come alle regionali di due anni fa: l’alleanza in difesa dei “valori costituzionali” tra socialisti e gollisti e il ribaltone al secondo turno che ha vanificato tutte le larghe vittorie del Front di due settimane prima.

Una sconfitta che avvenisse nonostante la forte moria di avversari credibili degli ultimi mesi (il ritiro di Hollande, la sconfitta alle rispettive primarie di Valls e Sarkozy, lo scandalo che ha travolto Fillon) non sancirebbe la parola fine sulle velleità governative del Front National. Ma su quelle di Marine, nonostante  l’età non certo avanzata, qualche dubbio si porrebbe, perché il risultato migliore nella storia ultra-cinquantennale del Front National si accompagnerebbe comunque a una bocciatura senza appello di una persona, un programma e una strategia. E altri cinque anni di attesa possono essere molto lunghi, se hai una nipote che si chiama Marion.