Lettera aperta alle autorità ecclesiastiche: dobbiamo ubbidire a Mammona?

Lettera aperta alle autorità ecclesiastiche: dobbiamo ubbidire a Mammona?

Il recentissimo ammonimento di Jorge Bergoglio circa il dovere del pagamento dei tributi, l’evasione e l’elusione fiscale costituendo non solo “atti illegali, ma atti che negano la legge basilare della vita: il reciproco soccorso“, si pone in stretta continuità rispetto ad altre recenti affermazioni di alcuni eminenti prelati, il cardinal Bagnasco, presidente della CEI, mons. Caffarra, arcivescovo di Bologna, e mons. Mazzoccato, arcivescovo di Udine, sul tema del pagamento dei tributi allo Stato. Ha affermato il primo che chi evade commette peccato, ha detto il secondo che pagare le tasse è un obbligo morale e ha tuonato il terzo che “l’evasione fiscale è un furto”, giungendo a proclamare che “chi non versa le tasse si trattiene qualcosa che in realtà non è suo”.

Ma è così, secondo la millenaria e consolidata dottrina cattolica? San Tommaso distingueva tre ordini di giustizia, quella legale – o generale – quella commutativa e quella distributiva. La prima è quella che orienta gli uomini al bene comune, è dettata dall’autorità e consiste nel dovere di sottomissione alle sue leggi. La giustizia commutativa è quella che si deve realizzare nei rapporti personali, ossia quando avviene uno scambio deve realizzarsi una giusta proporzione tra le due prestazioni, in modo tale che nessuno dei contraenti ne riceva danno. Nella giustizia distributiva prevale un aspetto sociale, ossia la distribuzione dei beni comuni che deve raggiungere tutti i componenti della comunità, ma non necessariamente in maniera uguale, bensì proporzionata non solo alle esigenze, ma anche ai meriti, all’onore e allo status delle persone.

Ciò detto sorge la necessità di differenziare, giuridicamente, il concetto di tassa da quello di imposta. La prima è ciò che lo Stato richiede come corrispettivo di una sua prestazione; se vuoi un certificato, lo paghi, se vuoi un servizio, corrispondi allo Stato l’ammontare del costo. Qui viene in evidente considerazione la giustizia commutativa; poco importa che uno dei soggetti sia lo Stato, perché prevale l’aspetto del rapporto di scambio e conseguentemente sorge la necessità di una giusta proporzione tra il dato e l’avuto. La seconda, invece, come il nome suggerisce, rappresenta un contributo coattivo prelevato dalle attività economiche e dal lavoro, per assicurare un’entrata economica al bilancio dello Stato e una copertura finanziaria dei servizi pubblici. L’ imposta non è connessa a una specifica prestazione da parte dello Stato o degli enti pubblici e la sua base imponibile è la ricchezza su cui viene applicato il prelievo. L’istituto dell’imposta si collega dunque sia al concetto di giustizia distributiva sia a quello di giustizia legale, e non deve violare i principi di quella commutativa; è giusto e doveroso che ognuno conferisca alla società, per i bisogni collettivi, una quota dei propri beni in proporzione alle sue capacità – va comunque sottolineato che la dottrina cattolica respinge decisamente una concezione, quale sembra emergere dalle parole di mons. Mazzoccato, socialisteggiante e statalista della proprietà privata, che, caso mai, deve essere orientata a scopi sociali – ma l’autorità civile deve usare i beni messi in comunione attraverso un’equa distribuzione tra i membri della società e un utilizzo conforme alla giustizia e alle necessità fondamentali dello Stato.

Mons. De Paolis, già Segretario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica e già Presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, affermava: “Il Legislatore ha il diritto di imporre le tasse, il cittadino ha il dovere di pagarle, ma il governo deve usare bene quei soldi: se li usa male o se la tassazione è eccessiva, viene a mancare il presupposto”. Chi ha ragione allora? Seguendo il ragionamento di Mons. De Paolis – e della dottrina tradizionale – il diritto dello Stato all’imposizione fiscale non si pone come assoluto, ma relativo, ossia deve obbedire ad un ordine morale oggettivo e, quindi, il dovere fiscale dei cittadini è condizionato dall’essere l’imposta “giusta” – ossia finalizzata al bene comune – e “non eccessiva”.

Vediamo, allora, come funzionano tasse, imposte e quali destinazioni sono riservate al denaro prelevato. Se ci soffermiamo ad esaminarne qualcuna tra le decine in vigore, ci piace ricordare la tassa sui cani, sull’autovettura, quella sui gradini che s’affacciano sul marciapiede e sull’ombra proiettata da un balcone o da una sporgenza sul suolo pubblico o, ancora, quella sui passi carrai; qual è la controprestazione che lo Stato offre a chi possiede autovetture, cani, gradini, proietta ombre e vuole uscire di casa senza usare l’elicottero? In che cosa consiste il beneficio somministrato dall’ente pubblico? Nel non murare il nostro cancello? Nel non mandarci a casa l’accalappiacani? Nel non abbattere a cannonate gradini e balconi? Nel non sgonfiarci le ruote dell’auto tutte le volte che la usiamo e la parcheggiamo? Nel non notificarci a casa la cartella esattoriale se chiniamo la testa e paghiamo? E queste solo per ricordare le più ridicole e vessatorie.

Ci troviamo evidentemente di fronte ad una totale carenza di giustificazione sotto il profilo del principio commutativo; nessun beneficio, in questi casi paradigmatici e in decine di altri, sussiste per chi paga il tributo che, gabellato come “tassa”, in realtà è un vero e proprio balzello, senza un pur minimo fondamento sinallagmatico che lo giustifichi. Le imposte, che colpiscono redditi, patrimoni e transazioni suscettibili di apprezzamento economico, la fanno però da padrone. E tra queste, vorrei ricordare i tributi che gravano sulle transazioni: l’imposta di registro che colpisce spostamenti di ricchezza, che però non significano necessariamente un aumento del proprio patrimonio; chi compra una casa non se la vede regalare dal vecchio proprietario, ma deve pagarla e la acquista con denaro che, frutto di risparmio, non è che il residuo di un capitale già colpito da imposta e che, quindi, ha già assolto ad una pretesa ed ipotetica funzione di giustizia legale e distributiva. Chi, in forza d’una sentenza, si vede riconoscere il diritto alla restituzione di una somma dovuta e su cui, privato o impresa , già deve pagare o magari già ha corrisposto l’imposta sul reddito, perché deve versare allo Stato un’ulteriore percentuale come imposta di registro?

Perché questa duplicazione ingiusta e vessatoria? E come giustificare gli altissimi tassi che gravano sugli stipendi e sulle entrate dei cittadini? Le imprese, secondo una recente analisi, sono colpite da un’imposizione che complessivamente raggiunge fino al 65% del reddito prodotto. E i lavoratori, autonomi e dipendenti, che sopportano il peso dell’imposta indiretta sui propri consumi, pagati con denaro già colpito dal prelievo che grava sul reddito, vedono i loro guadagni più che dimezzati. E, ancora, come giustificare la tassa sulla proprietà della prima casa, acquistata con denaro già gravato dalle imposte sui redditi e dalla successiva corresponsione dell’imposta di registro? Facile rispondere che “lo Stato ha bisogno di soldi” (tutti ne abbiamo bisogno, ma ci viene giustamente vietato di rubarli o di estorcerli).

Ma a questa pretesa si può contrapporre quanto già sottolineato, ossia che, secondo la dottrina tradizionale della Chiesa, non esiste il diritto assoluto alla pretesa dell’imposta, ma solo un diritto che può trovare giustificazione nella sua non eccessività e, inoltre, nella necessità per l’Autorità dello stato di realizzare il bene comune; in questo ampio concetto, possiamo tranquillamente ammettere il raggiungimento di una migliore distribuzione del reddito attraverso la concessione di benefici sociali alle fasce più svantaggiate della popolazione e il mantenimento di quella complessa macchina amministrativa che serve (recte, dovrebbe servire) a far funzionare sanità, giustizia, scuola, polizia ed altre funzioni che si assumono di stretta competenza dello Stato; ma, sempre a condizione che queste funzioni siano assolte senza sciali, clientele, corruttele e per scopi conformi al diritto naturale.

Il prestigioso giurista cattolico Carlo Francesco D’Agostino affermava che “lo Stato che ci metta le mani sopra (alla proprietà privata), all’infuori di quello che sia la giusta corresponsione dei servizi che rende – e dei soli servigi indispensabili al bene comune – è semplicemente un ladro ed un violento”. Ed allora, anche a voler benignamente sorvolare su come quelle funzioni siano concretamente realizzate e quelle condizioni concretamente rispettate, va osservato che è ormai fatto notorio che il debito pubblico in Italia comprende vere e proprie voci di spesa, sempre crescenti, che non trovano alcuna legittimazione etica e/o esulano dai compiti primari dello Stato e comprendono regalie e benefici concessi alle caste parlamentari e politiche, il mantenimento d’una burocrazia inutile e parassitaria, finanziamenti buttati nella partecipazione ad “operazioni di pace” che, in realtà, nascondono la complicità in veri e propri immorali ed indifendibili atti di guerra e d’invasione e altri innumerevoli sprechi che favoriscono le solite clientele; senza contare le decine di migliaia di aborti, che ogni anno sono compiuti coi soldi pubblici. Lo Stato – lo “Stato Provvidenza”, che ci viene presentato come portatore di benessere – ha invaso la nostra vita quotidiana e, come prezzo dell’invasione, getta come Brenno la propria spada sulla bilancia, pretendendo che il peso del suo strumento di “occupazione” sociale – una burocrazia politica ed amministrativa che trova principalmente giustificazione solo in se stessa – sia mantenuta dai suoi sudditi. Ma v’è di più; il debito pubblico è anche conseguenza della svendita dello Stato della propria sovranità monetaria al sistema bancario. Lo Stato, emettendo titoli pubblici che consegna al sistema bancario, che li riceve in contropartita del prestito di denaro che crea dal nulla, naturalmente s’indebita per il valore nominale corrispondente aumentato degl’interessi; alla scadenza, lo Stato rimborsa il titolo al suo portatore, che lo ha a sua volta acquistato dal sistema bancario, che li ha venduti ai risparmiatori/investitori; morale: il sistema bancario ha incassato, col costo tipografico delle banconote stampate, il rimborso del valore nominale dei titoli e l’ammontare degli interessi che lo Stato gli ha corrisposto, drenando le necessarie risorse attraverso il sistema impositivo, in una spirale diabolica d’indebitamento e di strozzinaggio legalizzato.

Può essere allora moralmente preteso, in nome di una giustizia legale che implica il soddisfacimento dell’esigenza del “bene comune”, che il cittadino, a causa d’una scelta suicida dello Stato, retto evidentemente da insipienti, traditori e vili, s’impoverisca per alimentare l’arricchimento senza giustificazione logica ed etica del sistema bancario, a cui inoltre (colmo dei colmi) è costretto a pagare i debiti, per decisione dello Stato? O che si dissangui per permettere il perpetuarsi di una ingente spesa burocratica che non trova alcuna legittimazione, se non come strumento d’occupazione e di controllo?

Dove sta la moralità, la giustificazione della finalità del bene comune? Dove sta il presupposto logico della pretesa fiscale dello Stato? Non è che il Papa e gli alti prelati citati all’inizio confondano “Equità” con “Equitalia”? Eppure la Chiesa, fino a poco tempo fa, non si sbagliava nell’indicare i propri nemici; quanto alla spesa burocratica Pio XII – papa Pacelli – affermava che “I bisogni finanziari di ogni nazione, grande o piccola, sono formidabilmente aumentati, per colpa non solo delle tensioni o complicazioni internazionali, ma anche soprattutto, forse, della smisurata estensione dell’attività dello Stato; attività, la quale, dettata troppo spesso da ideologie false o malsane, fa della politica finanziaria, e in modo particolare della politica fiscale, uno strumento al servizio di preoccupazioni di ordine totalmente diverso. […] Ecco perché, rivolgendosi a coloro che hanno qualche parte di responsabilità nel maneggio delle questioni di finanza pubblica, [la Chiesa] li scongiura: in nome della coscienza umana, non rovinate dall’alto la morale! Astenetevi da provvedimenti che […] urtano e feriscono nel popolo il sentimento del giusto e dell’ingiusto, o ne pospongono la forza vitale, la legittima ambizione di cogliere il frutto del proprio lavoro, la sollecitudine della famiglia; considerazioni queste, che meritano di occupare il primo posto, non l’ultimo, nella mente del legislatore” (PIO XII, Allocuzione ai membri del Congresso dell’Istituto Internazionale delle Finanze pubbliche, 2 ottobre 1948).

E nell’enciclica “Quadragesimo anno” del 1931 così si affermava, in ordine ai rapporti tra Stato ed individuo: “La pubblica autorità però, come è evidente, non può usare arbitrariamente di tale suo diritto; poiché bisogna che rimanga sempre intatto e inviolato il diritto naturale di proprietà privata e di trasmissione ereditaria dei propri beni, diritto che lo Stato non può sopprimere, perché l’uomo é anteriore allo Stato (enc. Rerum novarum, n. 6), ed anche perché il domestico consorzio è logicamente e storicamente anteriore al civile (enc. Rerum novarum, n. 10). Perciò il sapientissimo Pontefice (Leone XIII) aveva già dichiarato non essere lecito allo Stato di aggravare tanto con imposte e tasse esorbitanti la proprietà privata da renderla quasi stremata. Poiché, non derivando il diritto di proprietà privata da legge umana, ma da legge naturale, lo Stato non può annientarlo, ma semplicemente temperarne l’uso e armonizzarlo col bene comune (enc. Rerum novarum, n. 35)”; San Tommaso d’Aquino insegnava che «il regno non è per il re, ma il re è ordinato al buon governo». Ossia, il fine dell’autorità civile è soltanto il bene comune dei cittadini.

Oggi, lo Stato invade arbitrariamente la vita dell’uomo, schiacciandolo sotto il peso di una burocrazia corpulenta e appiccicosa, cercando di porre sotto il proprio controllo ogni aspetto della sua esistenza e facendogli pagare a caro prezzo questa sua intrusione; magicamente, lo Stato invece scompare là dove una sua presenza potrebbe garantire un ordinato sviluppo economico e sociale, a cominciare dal campo monetario e creditizio, dove da una trentina d’anni ha lasciato via libera alle forze sempre più incontrollate della speculazione finanziaria e dell’usura legalizzata; e qui il prezzo che si pretende far pagare al cittadino è ancora più salato. Deve pagarle allora lui le scelte sciagurate dello Stato, dettate da insipienza, viltà e tradimento? Diteci, dunque: dobbiamo ubbidire alla giustizia secondo San Tommaso o secondo Mammona?