Genocidio giuliano-dalmata: una memoria da difendere

Genocidio giuliano-dalmata: una memoria da difendere

La storia la scrivono i vincitori. Questa è una frase che sentiamo ripetere come un mantra. Forse, l’abbiamo sentita talmente tante volte da esserci convinti dell’idea. Ma la battaglia per imporre la memoria del genocidio perpetrato dal maresciallo Tito, col prezioso aiuto dei partigiani comunisti italiani, ai danni delle popolazioni della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia, ci insegna che la storia la raccontano i fatti e gli uomini. Non esiste barriera per la verità, se vi è coraggio nella testimonianza e perseveranza nella ricerca.

Con questo articolo, non intendiamo ripercorrere le tristi vicende che hanno visto la sistematica deportazione e uccisione di migliaia di nostri connazionali. Ci poniamo come obiettivo quello di denunciare quegli intellettuali e professori di fede marxista che insistono nel giustificare e difendere quel massacro. Non vi è, da parte di costoro, sostanziale negazione dei fatti storici, bensì la decisa giustificazione e quasi esaltazione di quello sterminio.

Prendiamo un esempio paradigmatico. Il prof. Angelo D’Orsi, insegnante di Storia delle dottrine politiche nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Torino, ha pubblicato il 10 febbraio 2015 su MicroMega, rivista politica del Gruppo Editoriale l’Espresso, un articolo dal titolo “Giorno del Ricordo e speculazione antistorica”, nel quale ha sostenuto la seguente tesi: la vendetta di Tito (l’autore mette tra virgolette la parola vendetta) fu una resa dei conti per la ferocia dell’occupazione italiana in Jugoslavia. In pratica, il professore sostiene che un popolo che avrebbe, a suo dire, partecipato al massacro di un milione di morti in una terra, non può lamentarsi di un pogrom autorizzato dalle potenze liberatrici.

Una tesi aberrante e antistorica (la sua sì), condita da alcune menzogne, come quella che la maggior parte degli infoibati sarebbero stati già morti quando venivano gettati nelle cavità carsiche. E secondo voi, questo esimio professore è stato punito per aver definito una “turpe” e “macabra” speculazione politica la Giornata del Ricordo, istituita con Legge dello Stato? Ovviamente, no. Nessun coro indignato dell’intellighenzia. Nessuno che lo abbia messo alla gogna. Il professore è ancora lì a percepire un lauto stipendio.

Ma non è la prima volta che D’Orsi disonora gli italiani. Sempre su MicroMega, questa volta nel 2010, sempre in un articolo contro le Foibe, ha scritto: “Gli italiani fascisti, come dimostrano molti studi degli ultimi anni, si fecero odiare in quelle terre persino più dei tedeschi nazisti. Istituirono campi di concentramento. Commisero ogni sorta di nefandezze, ai danni di popolazioni inermi. E come ci si può stupire, poi, che si sia giunti a una resa dei conti, a guerra finita? Ovviamente, non si giustificano così efferatezze dell’altra parte, i delitti restano delitti, quali che sia la loro fattispecie: ma i contesti in cui avvengono li rendono assai diversi, gli uni dagli altri. E comunque, sono i contesti che aiutano a spiegare tutti i singoli fatti, individuali e collettivi” (http://temi.repubblica.it/micromega-online/10-febbraio-la-giornata-del-ricordo-e-il-revisionismo-sulle-foibe/).

Inutile spiegare a questo signore che la Jugoslavia è un’invenzione nata da un tavolo di pace e non una nazione, che quelle terre sono state prima romane, poi veneziane, quindi italiane da almeno 2000 anni. Inutile spiegargli che i massacri titini vennero perpetrati con l’aiuto della partigianeria comunista italica, quella che si fregiò di medaglie per aver ucciso vigliaccamente dei nostri connazionali. Inutile anche rammentargli che l’esodo umiliante cui furono sottoposti i legittimi abitanti di quelle terre fu imposto a una nazione sconfitta e umiliata, e non vi è motivo di gioire per questo. La sua faziosità va oltre ogni ragionevolezza.

A questa opera di massacro perpetuo ai danni degli esuli, non si sottrae nemmeno l’Anpi, che della memoria storica si erge a custode, salvo distorcere la verità ogni volta che possa. In un articolo reperibile sul web, vi è una lunga ricostruzione della personalissima versione dei fatti partorita dagli ambienti di sinistra, tutta tesa a ridimensionare e giustificare i fatti. È simpatico leggere da costoro la seguente frase: “ci opponiamo fermamente alla semplificazione e alla strumentalizzazione della storia, manipolata appositamente per supportare precise esigenze irredentiste e portare avanti progetti politici intrisi di nostalgia fascista e nazionalista. Per noi antifascisti, è fondamentale considerare per quale progetto di società hanno operato in vita e per quali ideali si sono sacrificati i morti di quegli anni. Riteniamo che sia scorretto, offensivo, democraticamente e politicamente inaccettabile considerare alla stessa stregua chi morì per la libertà e i diritti e chi invece morì cercando di difendere la dittatura fascista e completare il progetto di società razzista fondata sulla violenza, sullo sfruttamento dei lavoratori, sullo sterminio di massa delle “razze inferiori” e degli oppositori”.

Ecco, il modo migliore per celebrare il Giorno del Ricordo e la memoria degli esuli ci sembra quello di smascherare chi ancora, con la penna e con la voce, continua un massacro iniziato ormai oltre settanta anni fa. Sono decine gli Angelo D’Orsi che siedono in cattedra e insegnano ai giovani studenti a odiare l’Italia e gli italiani. Sono migliaia le persone che ancora danno ascolto ad Anpi e sodali. Compito nostro deve essere quello di smascherarli. Lo dobbiamo ai nostri esuli. Lo dobbiamo ai nostri martiri.