L’attentato vigliacco

L’attentato vigliacco

Avevo letto, o forse me lo aveva detto mia madre, che i grandi eventi della vita di un uomo sono annunciati da una serie di segni, piccoli e grandi.

C’è sempre, nascosta tra le pieghe delle cose, un’indicazione che, a saperla leggere, svela l’arrivo imminente di un accadimento straordinario; c’è un’ombra in fondo al cuore che predice un dolore futuro o una gaiezza involontaria e insistente che presagisce una gioia.

Quella mattina mi ero alzato con le stesse intenzioni di sempre e, messa la testa appena appena fuori dalla finestra, avevo visto il medesimo andirivieni.

La giornata era la seconda di primavera. Mia madre chiacchierava in cucina con mio fratello gemello e io pensavo solo ad uscire.

Il solito pranzo frugale, dopodiché non avevo resistito; le gambe si muovevano da sole: dovevo scendere, correre, gridare e giocare, ma soprattutto non volevo mancare all’appuntamento!

Passavano sempre di là, in quella stradina stretta, i ragazzi che cantavano la canzone che a me piaceva e che, dietro di loro, ripetevo a squarciagola, storpiando le parole di una lingua che non conoscevo… ma come mi piaceva e come mi divertivo! Zompetto e strofa! Un ginocchio su e poi l’altro, marsch, via all’inseguimento.

Non potevo perdermeli, non oggi, non con la primavera alla finestra… un po’ dopo le tre del pomeriggio, l’ora della morte di Cristo, l’ora incantata della Misericordia, come mi diceva il parroco… mah, chissà, per me era l’ora della marcia, della canzone e  dei giochi.

Corro giù per le scale, saluto in fretta, urlando un ciao alla mamma; mio fratello non vuole venire… che scemo! Corro e in un attimo ci sono, li vedo da lontano, cantano e io dietro, veloce, forte, fortissimo, zum pa, zum pa, io sto correndo zum pa, guardo la striscia di cielo stretta tra la fila dei palazzi, zum pa, respiro e canto, zum pa... BOOM!

Continuo a correre, ma ora c’è silenzio, continuo ad andare veloce, ma adesso salgo, sto salendo ad una velocità inimmaginabile, sono leggerissimo, una goccia trasparente, senza corpo, senza peso, volo in alto, guardo giù e vedo la mia testa, che strano… non mi interessa per niente e… continuo a salire e poi d’improvviso mi fermo.

Sono di fronte ad una porta, è altissima; neppure a Roma, la mia città, ce ne sono di tanto imponenti.

Mi accorgo di avere nuovamente un corpo, sono vestito di colori sgargianti, non soffro, anzi, provo una gioia indefinibile.

Alzo il braccio e busso. La porta si apre, mi accoglie una donna: è magnifica. Sono senza parole. Tutto intorno a lei è luce o forse è lei la luce. Mi invita ad entrare. Io non parlo. Lei dice: “Sono la Madre di Cristo. Tu chi sei? Quanti anni hai?”

“Sono Pietro Zuccheretti, ho dodici anni, Signora, e passavo in Via Rasella…”