Vivere pericolosamente. L’epoca dello sport eroico

Vivere pericolosamente. L’epoca dello sport eroico

Parlando delle maggiori competizioni sportive, oggi, il pensiero va subito a sorridenti campioni milionari, idoli della televisione, sponsorizzati e oggetto di uno sfrenato merchandising. Personaggi più che persone, i protagonisti dello sport moderno si affidano – più che alle proprie doti di coraggio fisico e mentale – alle più sofisticate soluzioni tecnologiche.

Ciò non vale soltanto per gli sport in cui il tasso di rischio per l’atleta è più contenuto (es. il calcio), ma anche per quelle discipline in cui la sfida ai limiti fisici è una componente fondamentale della competizione (es. il ciclismo).

Da questa situazione emergono due principali conseguenze: anzitutto, nella pratica delle discipline sportive attuali è rarissimo riconoscere un tipo umano superiore, l’Atleta, ma soltanto un numero sempre crescente di star del palcoscenico mediatico. Inoltre, anche gli sport a maggior tasso di difficoltà fisica o tecnica hanno perduto qualsiasi connotazione epica, riducendosi a spettacoli pre-programmati che seguono, salvo rarissime eccezioni, un medesimo copione.

Le statistiche, ad esempio, mostrano che nel corso delle ultime edizioni del Giro d’Italia i tempi e i chilometraggi medi delle “fughe” – i tentativi di singoli o di pochi di uscire dal gruppo – si stanno riducendo, con la conseguenza per cui il gruppo dei corridori arriva compatto fino agli ultimi chilometri della tappa, dando vita a brevi fughe ad uso e consumo dei media soltanto a ridosso del traguardo.

Un altro esempio interessante si coglie dall’automobilismo, in cui il tasso di sorpassi per gara sta crollando campionato dopo campionato, a causa delle sempre maggiori precauzioni tecniche adottata dai circuiti per “anestetizzare” i punti più pericolosi del percorso, oltre che da una sempre maggiore omogeneizzazione fra le prestazioni delle singole scuderie.

Vi è stato un tempo, al contrario, in cui nelle discipline sportive poteva vedersi ancora primeggiare un tipo umano ben diverso, distinto dalla massa e riconosciuto come superiore per le proprie doti fisiche, morali e spirituali. È l’epoca dello sport eroico, delle sfide leggendarie e degli episodi che, se rapportati al tran-tran delle competizioni attuali, fanno impallidire le migliori prestazioni oggi tanto pubblicizzate.

Si tratta di un’epoca che, grossomodo, ha inizio negli ultimi anni del XIX secolo e termina negli anni Sessanta del XX secolo. Se è vero che lo sport è figlio dei tempi, non vi è da stupirsi se le imprese più eroiche siano state compiute, anche in questo campo, dalle stesse generazioni che hanno donato la vita in due conflitti mondiali, che hanno conosciuto miseria e riscatto e che, infine, hanno disprezzato le comodità per uno stile di vita puramente virile. In queste manifestazioni si riconosce l’Europeo nella sua forma migliore, depurata da quelle bassezze che oggi lo rendono animale da fast-food o, al più, “sportivo della domenica”.

Il pensiero evoca infiniti episodi di eroismo ardito, da parte di campioni o di semplici “meteore” dello sport di quegli anni. Ne abbiamo scelte tre che danno un buon esempio della tempra degli Atleti di allora.

Il primo riguarda l’Automobilista per eccellenza, Tazio Nuvolari, lo stesso a cui D’Annunzio donò il simbolo della tartaruga e la dedica “All’uomo più veloce, l’animale più lento”. Nel 1924, sul circuito del Tigullio, Tazio Nuvolari era impegnato in una gara a picco sul mare, fra tornanti sterrati, sbandate, uscite di pista.

Mancano pochi chilometri al traguardo, una ruota si stacca, Nuvolari perde il controllo, il veicolo cade in un fosso. Il suo meccanico, che gli è accanto, sviene. Gli spettatori lo aiutano, tirano fuori l’auto, la riparano alla bell’e meglio. Nuvolari riparte sui soli cerchioni, senza sedile, senza volante, guidando il veicolo con una chiave inglese, con il suo secondo ancora svenuto accanto a lui. Nessun pit-stop, nessuna safety-car, nessuna diretta mondiale. Eppure è successo.

Anche il Giro d’Italia ci regala innumerevoli pagine di un’umanità eroica e combattente.

Il ricordo va anzitutto, fra gli innumerevoli episodi, al giro del 1930, in cui un corridore pressoché sconosciuto, privo di squadra, correndo da isolato vince guadagnando la maglia rosa fin dalle prime tappe: è Luigi Marchisio, che sulla tappa dell’Etna viene colpito ad un occhio da un lapillo ardente del vulcano, eppure corre bendato per le settimane successive. Dalla Sicilia a Milano, con un occhio solo, senza una squadra. Eppure è primo, è campione.

Ma anche gli ultimi sussulti dell’epoca eroica ci regalano episodi leggendari. Questa volta, protagonista è il più famoso Fiorenzo Magni, e il giro è quello del 1956. Magni cade, si frattura una clavicola, non cede: continua, finisce la competizione al secondo posto. Il tutto, con una tenacia eroica e con accorgimenti di fortuna che ci lasciano sbalorditi.

Lasciamo parlare lui, intervistato dopo la gara. Ascoltandolo, non ricordiamo più se stia parlando di una corsa o di una battaglia: «Sono caduto nella discesa di Volterra e mi sono fratturato la clavicola. “Non puoi partire”, mi dice il medico. Io lo lascio parlare e faccio di testa mia: metto la gommapiuma sul manubrio e corro la crono. Poi supero gli Appennini. Ma provando la cronoscalata di San Luca mi accorgo di non riuscire nemmeno a stringere il manubrio dal dolore; allora il mio meccanico […] decide di tagliare una camera d’aria, me la lega al manubrio e io la tengo con i denti, per non forzare le braccia. Il giorno dopo […] cado di nuovo e mi rompo anche l’omero. Svengo dal dolore. Sono sulla lettiga quando riprendo coscienza e ordino a chi guida l’ambulanza di fermarsi. Mi butto giù, inseguo il gruppo, lo riprendo e arrivo sul Bondone sotto una tormenta di neve».

Impallidiscono i campioni dei social network, delle TV a pagamento, degli stereotipi scabrosi con veline e modelle, degli hotel di lusso e degli eccessi. E sorge – almeno nel pensiero – l’eroe di una razza dello Spirito, in quest’epoca che di eroi ha un bisogno assoluto. E i grandi campioni del passato sono ancora qui, a parlarci di un tempo più crudele, ma più vivo.