Marine Le Pen e l’Italia

Marine Le Pen e l’Italia

Le parole di Marine Le Pen – ampiamente fuorviate, com’era prevedibile, dai titoli della stampa – circa la sua intenzione, una volta eletta presidente de la République, di impedire una seconda cittadinanza se dì nazione extraeuropea – e quindi anche israeliana (mais oui!) o statunitense, ma non russa – avranno sicuramente spiazzato tutti coloro che definivano la figlia di Jean Marie una “sionista”, per alcune frasi di sostegno ad Israele o per aver ventilato la possibilità di recarvisi in visita, o l’accusavano d’aver annacquato eccessivamente il Front National per entrare nelle stanze del potere.

Chi l’ha definita in quel modo dimentica che la Francia ospita milioni di musulmani, e tra questi molte migliaia di potenziali terroristi, e che i suoi cittadini (come quelli di tutto il mondo) se ne fregano altamente delle prepotenze israeliane ai danni dei palestinesi, ma guardano con crescente preoccupazione quello che sta accadendo a casa loro. Quindi, anche fosse solo per difendere la numerosa comunità ebraica presente nel paese, l’eventuale collaborazione israeliana allo scopo di prevenire attentati diventa legittima e necessaria. E, viene da aggiungere, se davvero filosionista, la Le Pen avrebbe potuto escludere dal prospettato divieto, oltre ai cittadini europei, anche quelli israeliani. Ma non l’ha fatto.

Chi accusa il Front National d’essersi annacquato (tanto da aver rifiutato di far gruppo con i greci di Alba Dorata, gli ungheresi di Jobbik e l’NPD tedesco) non vede la portata di questa “rivoluzione francese” e si ferma al solo limitante dato ideologico: pensare che la Le Pen, figlia d’una Francia che ha sempre badato al sodo, fino al punto d’allearsi con gli Ottomani in funzione antiasburgica e che, in politica estera negli anni delle guerre religiose appoggiò i protestanti contro i cattolici (salvo perseguitare – Fille ainée de l’Eglise – i protestanti di casa propria), possa stringere alleanze con gruppi che (chi più chi meno) hanno qualche affinità ideologico-politica significa essere affetti, con tutto il rispetto e la simpatia, da ingenua miopia. Non foss’altro perché, ed è comprensibilissimo, la Le Pen non può pensare di giocarsi questa fondamentale partita col rischio (anzi la certezza) d’essere accostata a gruppi accusati – a torto, s’intende, da una stampa codarda, fraudolenta e venduta – di viaggiare ai confini della legalità.

Se lo facesse sarebbe una stupida, politicamente parlando, e la Le Pen è tutt’altro che tale ed agisce, e deve agire, colla bussola della Realpolitik. Ne ha tutto il diritto, anzi il dovere. Non più come leader d’un movimento nazionalista deve ragionare, bensì con la logica d’un presidente d’una potenza militare, economica e industriale, che, dato da sottolineare, non vuole rinunciare alle sue prerogative identitarie, come lo dimostra il divieto della doppia nazionalità extracontinentale, segno evidente e messaggio implicito d’una volontà di collaborazione ed amicizia fra Europei, da una parte, e di chiarezza di rapporti colle altre nazioni del globo, dall’altra.

Ed è in una prospettiva di ritorno ad una politica protagonista che si colloca l’uscita, annunciata, dalla NATO e dalla UE, cosa che accelererebbe la destrutturazione – o quanto meno il ridimensionamento – di questi due organismi che, di fatto e di diritto, limitano il libero dispiegarsi delle latenti energie dei popoli europei e favorirebbe una sana relazione col mondo russo.

E l’Italia?

Io sono fiero della mia stirpe, della mia cultura, delle mie origini, della mia lingua, ma proprio perché amo il mio Paese (parola che alcuni disprezzano, ma che esprime, come il suo significato originario fa intuire, le sue viscere, le sue radici, i suoi umori profondi, la sua gente antica, la Patria carnale), debbo ammetterne certi limiti. L’espressione “L’Italia farà da sé”, pronunciata da Carlo Alberto alla vigilia della Prima guerra d’indipendenza sempre rimase (a parte poche lodevoli eccezioni, che però confermano la regola) una pia illusione. La nostra politica internazionale ha sempre dovuto appoggiarsi, ostaggio di limiti strutturali, ad altre potenze. E fra queste, tra alti e bassi, in un rapporto di amore-odio, la Francia.

Non c’è nazione che abbia più tratti in comune con l’Italia: culturali, linguistici, storici, politici. Le nostre somiglianze ci hanno sempre fatto avvicinare, ma anche allontanare violentemente, come due amanti rancorosi e litigiosi, ma attratti fisicamente l’uno dall’altro. Limitandoci agli ultimi più importanti esempi, furono le idee della Rivoluzione francese – comunque ampiamente filtrate, una volta arrivate al di qua delle Alpi – e poi le baionette di Napoleone, per entusiasmo prima e per delusione poi, a risvegliare una coscienza nazionale che si stava già formando, ma che non aveva trovato ancora l’occasione di manifestarsi; l’unità d’Italia deve moltissimo alla Francia. Non si tratta di giudicare venticinque anni di tempeste rivoluzionarie e napoleoniche – che, per quanto mi riguarda, sono negative moralmente, politicamente ed idealmente, salvo tuttavia chiedermi anche quanto sia produttivo esaminare gli avvenimenti della storia secondo giudizi ideologici ed etici – ma di leggere le dinamiche storiche con una valutazione obiettiva e di lungo respiro.

L’Italia-Nazione – e mi riferisco a chi ha a cuore la sua sovranità, la sua libertà, la sua dignità, dunque chi vuole sciogliersi dalle catene eurocratiche che costringono noi e gli altri popoli europei ad un’unione innaturale ed imposta da trattati mai sottoposti a serie discussioni e a giudizi elettorali – ancora una volta ha la Francia come sponda di riferimento. Segno che la Storia, pur non ripetendosi, ci fornisce sempre lezioni da tenere a mente, molto più interessanti ed istruttive degli schemi ideologici che, al contrario, ci fanno vedere le cose da posizioni soggettive, limitanti ed asfittiche.