15 febbraio 1898, l’esplosione della corazzata Maine

15 febbraio 1898, l’esplosione della corazzata Maine

Undici settembre, attacco a Pearl Harbor, esplosione della corazzata Maine. Questi, in ordine decrescente di tempo, tre episodi rappresentativi d’altrettanti casus belli, che determinarono interventi militari degli Stati Uniti d’America; avvenimenti che ancora fanno discutere e tuttora avvolti nell’ombra. Sono arcinote le teorie che intravedono negli attacchi alle Torri Gemelle e al Pentagono nel 2001 un complesso di motivazioni ben diverse da quelle che l’amministrazione di Washington ha assunto e messo a frutto nei mesi e negli anni successivi, intervenendo prima in Afghanistan e poi in Iraq. Quanto all’attacco improvviso nel porto hawaiiano, col Giappone stretto nella morsa di un embargo che lo strozzava, molto si è detto e scritto circa la trappola che Franklin Delano Roosevelt avrebbe ordito per regolare i conti con chi stava egemonizzando l’area asiatica del Pacifico; anche all’interno della stessa amministrazione americana si mossero accuse di bieco cinismo verso il presidente e nel suo bel libro dedicato al presidente americano (Lo stalinista Roosevelt, edizioni del Borghese), l’ufficiale dell’esercito Frank Crocker afferma che, alla notizia dell’attacco giapponese, questi avrebbe addirittura brindato.

La vicenda della corazzata Maine s’inserisce, invece, in un contesto che, ancora oggi, non ha perso d’attualità, ossia la relazione fra la potenza nordamericana e Cuba, all’epoca dell’accadimento – 1898 – appartenente alla corona di Spagna. L’isola caraibica ha sempre costituito un obiettivo degli Stati Uniti e lo stesso Thomas Jefferson, a capo di una Unione che, all’inizio del secolo, doveva ancora difendersi dalla revanche inglese (non sarà riconosciuta dai Britannici che nel 1812), aveva  individuato nel golfo del Messico un’area che gli Stati Uniti avrebbero dovuto controllare per la propria sicurezza, compresa quella del commercio; in una circostanza riferì che Napoleone Bonaparte sarebbe stato favorevole all’annessione di Florida e Cuba, in cambio della neutralità della giovane federazione nelle guerre d’indipendenza dell’America spagnola. Le foci del Mississippi e le isole di Cuba e Portorico, quest’ultime chiavi di accesso al golfo, erano dunque destinate ad entrare nell’orbita dell’espansionismo yankee ed infatti gli Stati che lì si affacciano – Louisiana, Florida e Texas (i primi due acquistati e il terzo annesso dopo la sua indipendenza dal Messico) – costituirono il primo passo per il controllo di quell’area.

La stessa isola caraibica fu al centro delle preoccupazioni americane e dei giochi diplomatici, in primo luogo fra Stati Uniti ed Inghilterra, che convinsero il presidente Monroe, il 2 dicembre 1823, a pronunciare al Congresso, in occasione della relazione sullo stato dell’Unione, alcuni punti che costituirono il primo nocciolo di quella dottrina (dai contorni assai elastici, che si adattarono alle diverse contingenze storiche) che prese il suo nome. Il timore americano era che, di fronte ad una Spagna in evidente declino politico e militare – in quello stesso anno era stata invasa dai francesi, con la benedizione della Santa Alleanza per abbattere la costituzione liberale e ripristinare la monarchia assoluta  – altre potenze europee, in primis l’Inghilterra (ritenuta il vero pericolo) ed in secundiis la Francia, potessero inviare truppe sull’isola a scopo di garanzia e soccorso, per poi insediarvisi in maniera stabile.

Proprio per evitare situazioni – interne ed internazionali – di rischio, l’amministrazione americana, fino agli anni che precedettero la guerra del 1898, fece di tutto per mantenere la Spagna in possesso dell’isola, ben sapendo che lo stesso era a titolo precario; a tal fine dissuase, durante un congresso panamericano organizzato da Simon Bolivar nel 1826, Colombia e Messico dall’organizzare interventi armati per liberare l’isola e un atteggiamento ambiguo – simile a quello che nei tempi odierni ha tenuto con l’estremismo islamico – mantenne con i movimenti di rivolta cubani, alcune volte aiutandoli, altri scoraggiandoli, secondo le circostanze. Si oppose, insomma, a qualsiasi tentativo indipendentista, fino a che non fossero maturate le condizioni favorevoli per un suo intervento, consapevole com’era – come aveva affermato il segretario di Stato di Monroe, Quincy Adams, estensore della sua dichiarazione e poi divenutone successore alla presidenza – che una volta separatasi dalla Spagna, per una sorta di legge di gravitazione politica ed incapace di sostenersi da sola, Cuba avrebbe finito per gravitare naturalmente verso l’Unione nordamericana. In questo modo si spiega il rifiuto degli Stati Uniti di aderire, all’inizio degli anni Cinquanta, ad un’iniziativa di “convenzione tripartita”, proposta da Francia e Inghilterra, diretta ad impedire l’acquisizione dell’isola da parte di terze potenze e a garantire che gli stessi firmatari non ne avrebbero acquisito, per sé o per altri, il dominio o l’autorità. Si trattava più che altro di un monito rivolto ai nordamericani, dai cui porti erano salpate alcune spedizioni, pur da loro condannate e qualificate come atti di pirateria, ma evidentemente in qualche modo tollerate come ballons d’essai, dirette a Cuba per provocare insurrezioni.

Fino alla fine degli anni Cinquanta la pressione sulla corona spagnola, pur esercitata in forma diplomatica, lo fu però in maniera diretta e brutale; era il tempo in cui negli Stati Uniti dominava la potente oligarchia terriera schiavista del Sud, costituita da uomini non proprio politicamente raffinati. La Spagna, che aveva perso tutti i propri possedimenti nell’America meridionale, per evidenti ragioni di prestigio aveva sempre sdegnosamente rifiutato le offerte di acquisto, che venivano comunque continuamente reiterate. La guerra di Secessione mutò la natura dell’approccio con la Spagna. All’oligarchia terriera si sostituì, nel controllo della nazione, la plutocrazia del Nord, più politicamente scaltra, duttile e portata all’intrigo, costituita da uomini formati nella disciplina dell’industrialismo. Se la prima voleva mantenere lo schiavismo a Cuba e ne temeva l’emancipazione per il rischio che si africanizzasse, la seconda voleva l’emancipazione dallo schiavismo, ma non dell’isola, perché sapeva che così la stessa avrebbe avuto minor valore per gli spagnoli; da qui la necessità di operare in maniera più discreta e meno diretta.

Respinta la proposta spagnola di concedere un governo autonomo, ma non l’indipendenza, a Cuba e Portorico in cambio di un compenso, irritati per l’accordo che nel 1878 si era concluso al termine della c.d. “insurrezione dei dieci anni” – le agitazioni a Cuba costituivano per il governo di Washington un jolly diplomatico, non già un motivo di solidarietà verso il malcontento – la vera conquista di Cuba si realizzò grazie allo zucchero, la risorsa dell’isola che dipendeva in larga misura dagli acquisti nordamericani.

Grazie al c.d. “emendamento Aldrich”, dal nome di un senatore americano, nel 1891 si permise l’esenzione dai diritti doganali d’importazione dello zucchero in cambio della reciproca libertà di dazi per le merci statunitensi esportate ai Paesi coltivatori della canna. Questa misura favorì un accordo commerciale con la Spagna e permise ai grandi produttori di Cuba di piazzare comodamente lo zucchero nei mercati (consentendo agli investitori di Wall Street di specularvi) e ai suoi cittadini di comprare merci a prezzi favorevoli.

La sospensione dell’accordo di reciprocità tre anni dopo provocò il rincaro dei viveri, che, grazie all’accordo, entravano a Cuba liberi da dazi e dalla minaccia degli interessi zuccherieri dell’isola. Le agitazioni che ne seguirono si tradussero ben presto nel ritorno ad una guerra civile che assunse caratteri di ferocia. I successivi governi dei presidenti Cleveland (1885-1888 e 1893-1896) e McKinley (1897-1901) fecero pressioni alla Spagna affinché, oltre a misure di carattere militare, adottasse soluzioni politiche, con riforme di carattere sociale che placassero il malcontento. Il decreto reale che concedeva a Cuba l’autonomia di governo nel novembre del 1897 precedette di pochi mesi l’episodio del Maine. Ancorata all’Avana, la corazzata era stata inviata dagli Stati Uniti per prelevare i cittadini statunitensi dell’isola, ritenuti in pericolo a causa dei continui disordini; la notte del 15 febbraio 1898, una violenta esplosione ne squarciò lo scafo uccidendo 262 marinai e due ufficiali. Le indagini condotte dall’autorità spagnola affermarono l’origine interna dello scoppio, mentre l’istruttoria di un tribunale americano giunse alla conclusione che la causa era da ricercare in un ordigno posto all’esterno dello scafo e, non potendosi imputare il fatto con certezza alle autorità spagnole, le si accusò di colpevole negligenza. Le pressioni su McKinley e sull’amministrazione statunitense – da una parte del Congresso, da un’opinione pubblica eccitata dalla strage, da una stampa aggressiva, da false informazioni del console americano all’Avana e, non da ultimo, dall’allora vicesegretario della Marina e futuro presidente, Theodore Roosevelt, poi acclamato come eroe della guerra cubana – portarono all’ultimatum approvato dalle due camere, il 20 aprile 1898, in una “risoluzione congiunta”, con cui s’autorizzava il presidente ad intimare alla Spagna la concessione dell’indipendenza all’isola e il ritiro delle sue truppe di terra e di mare , e all’uso della forza per portare a compimento la risoluzione; la quale sottolineava “l’intollerabile esistenza di questo stato di cose che per più di tre anni ha prevalso a Cuba, tanto vicina alle nostre coste, ferendo profondamente il senso morale del popolo degli Stati Uniti e offendendo la civilizzazione cristiana e che è culminato con la distruzione di una nave americana con 266 ufficiali e marinai, mentre si trovava in visita amichevole all’Avana”.

La Spagna rimandò al mittente l’umiliante ultimatum e dichiarò guerra agli Stati Uniti, che però si concluse in pochi mesi con la perdita, da parte spagnola, non solo di Cuba, ma anche di Portorico e di altre isole delle Indie occidentali, oltre a quella di Guam, nell’arcipelago delle Marianne, e alla cessione delle Filippine per venti milioni di dollari. Naturalmente il governo di Washington, in tutto questo tempo, ben si era guardato dal riconoscere l’autonomo governo cubano in carica, con cui altrimenti avrebbe dovuto misurarsi per ogni eventuale iniziativa, laddove era chiaro l’intento di avere mano libera. Ed infatti, al termine delle ostilità, Washington installò a Cuba un governo militare, che rimase in funzione fino a quando furono indette le elezioni per la nomina di legislatori costituenti, imponendo una pesante consegna: “In adempimento della risoluzione del 20 aprile 1898… il presidente è autorizzato a lasciare il governo e il dominio dell’isola di Cuba al suo popolo una volta che si stabilisca un governo ed una costituzione che definisca le future relazioni fra Stati Uniti e Cuba…”.

Naturalmente a stabilire il contenuto delle relazioni ci pensò l’amministrazione statunitense col famoso “emendamento Platt”, che prevedeva limitazioni al diritto cubano di stipulare trattati con potenze terze, l’intervento degli Stati Uniti a “protezione” dell’indipendenza cubana e dei diritti di libertà e proprietà, la ratifica degli atti compiuti dall’amministrazione militare, l’esclusione dell’Isola dei Pini dalla sovranità cubana, la vendita o l’affitto di terre cubane agli Stati Uniti per consentire agli stessi di organizzarvi e mantenervi la difesa dell’isola, ed infine che il governo di Cuba richiedesse che quelle clausole fossero oggetto di uno specifico trattato. Cosa che, infatti, insieme alla loro previsione costituzionale, avvenne col trattato del maggio 1903, rimasto poi in vigore per una trentina d’anni.

L’intellettuale e politico argentino, Roque Saenz Peña, presidente della nazione dal 1910 al 1914, dedicò queste amare parole alla guerra voluta dagli Stati Uniti, che ben possono adattarsi a tanti successivi interventi che hanno visto protagonista la potenza nordamericana: “Il congresso federale degli Stati Uniti disconosce la giurisdizione spagnola delle Antille, ma non perché nascano le autonomie native, né per animare la vita politica di una nuova nazione, ma per demolire ogni esistenza politica, seppellendo negli abissi di un intervento armato sia gli spagnoli che gli insorti, la Repubblica e la Monarchia; tutto si disconosce , tutto si discredita e tutto si distrugge, cancellando perfino le vestigia dell’organismo che si dichiara caducato, senza riconoscere principio d’autorità che gli succeda, né governo alcuno in esercizio che non sia quello fornito dalla forza di eserciti stranieri, estranei alla contesa e al territorio, estranei  alla razza dei belligeranti”.