Risveglio in un mondo alieno

Risveglio in un mondo alieno

Forse quella sera avevo bevuto qualcosa di troppo, o forse fu un colpo di freddo. Ma quando mi svegliai, capii subito che qualcosa non andava. Dopo quel minuto in cui mi chiesi se fosse meglio alzarsi dal letto o rimanere sotto le coperte, aprii le finestre e vidi un mondo molto diverso da quello che lasciai la sera prima. C’era la tv accesa e il telegiornale del mattino riportava la data; poco importa il giorno sul calendario, ciò che contava era l’anno: il 2088! Mi ero inspiegabilmente svegliato nel futuro, eppure non ero invecchiato rispetto al giorno precedente. Tornai a guardare fuori dalla finestra. In realtà, il mondo che vedevo non era diversissimo da quello che ricordavo, almeno da un punto di vista architettonico e tecnologico. Soliti palazzi, solite auto, solite vetrine. Ma c’era qualcosa che me lo faceva percepire come un vero e proprio mondo alieno.

Scesi in strada e capii il perché. Vedevo camminare esseri amorfi, di cui era impossibile stabilire il sesso; erano tutti vestiti alla stessa maniera, con abiti non identificabili in nessuna collezione maschile, né in nessuna femminile. Vedevo coppie (in un paio di occasioni, anche dei terzetti) camminare mano nella mano, con lo sguardo chino su quello che sembrava uno smartphone; però non riuscivo a capire chi era l’uomo e chi la donna, o se erano entrambi uomini o entrambe donne.

Mi resi conto subito di essere fuori posto. I miei vestiti, pantaloni, maglietta e una giacca sportiva, attirarono presto l’attenzione e gli sguardi di disapprovazione dei passanti; mi guardavano come se fossi un cavernicolo appena scongelato.

Cercai di evitare più occhi possibile e mi diressi verso il Corso, dove c’erano gli storici bar che frequentavo una volta; quelle erano attività immortali, pensai. Ma mi bastò imboccare la via per ricevere un’altra atroce delusione. Nessuno dei locali che conoscevo era ancora lì: bar aperti nell’Ottocento e che avevano accompagnato le vicende storiche della città erano spariti. Al loro posto, attività che recavano marchi di catene multinazionali (alcuni li conoscevo anch’io), frequentati da clienti più concentrati a farsi foto che a interagire col vicino.

Cercando invano un bar vecchio stile, arrivai alla piazza del Municipio e fui colpito dall’assenza della bandiera nazionale sulla facciata. Forse la stanno lavando, pensai. Invece, l’unico sostegno attaccato al muro era occupato dalla bandiera blu. Mi assalì l’atroce dubbio che, alla fine, il concetto stesso di Stato nazionale fosse sparito. Passando davanti al Duomo, a pochi metri dal Municipio, mi accorsi di un altro fatto inquietante: l’edificio recava una targa con scritto Museo del Duomo, con prezzi e orari di apertura. Ma come, il Duomo era diventato un museo? Niente più funzioni? Assurdo.

Procedendo nella mia passeggiata, senza accorgermene mi allontanai dal centro storico. Fui fermato da un passante, il quale mi avvertì che, oltre quel punto, si entrava nel quartiere malfamato. Ma come, siamo nel futuro ed esistono quartieri degradati? Me ne infischiai e continuai il cammino. Lo spettacolo che mi si presentò fu agghiacciante. Gente che dormiva tra i rifiuti o che vi rovistava dentro alla ricerca di un tozzo di pane raffermo, un tremendo odore di sporco, addirittura un cadavere lasciato a marcire in strada. Un altro mondo, a pochi chilometri dai salotti liberal del centro città. E non c’era nessuno ad aiutare costoro.

Tornai indietro ed esplorai ancora quel pianeta in cui mi ero ritrovato. Mi accorsi, ascoltando, che il linguaggio dei giovani era parecchio cambiato, al punto che non riuscivo nemmeno a riconoscere che lingua stessero parlando. Inglese forse? Nemmeno.

Il caldo del primo pomeriggio mi colse di sorpresa, costringendomi a togliermi la giacca e a scoprire la maglietta che recava il disegno della bandiera del mio Paese. E mi resi conto di essere al centro dell’attenzione, molto più che per lo stile dei miei vestiti. Le bocche spalancate, gli occhi carichi d’odio, i bisbiglii. Fui avvicinato da un poliziotto che, afferratomi per un braccio, mi trascinò via accusandomi di crimini contro l’Unione per aver esposto una bandiera proibita. Dissi che era solo un vecchio marchio di qualità, ma non volle sentire ragioni. Curiosamente, mentre il poliziotto mi perquisiva, un ragazzo dalla pelle scura rubava la borsa ad una signora, senza che il tutore dell’ordine battesse ciglio. Bisogna capirlo, mi disse, era molto più grave esporre una maglietta. Me la cavai con una multa (che ovviamente non potevo pagare) e tornai verso casa. Avevo avuto troppe sorprese per quel giorno.

Messomi a letto, mi addormentai quasi subito. Al mio risveglio, capii che quello che avevo vissuto era stato solo un brutto sogno. O forse una premonizione?