PD: la resa dei conti è alle porte

PD: la resa dei conti è alle porte

Le correnti interne al Partito Democratico sono sempre più divise e lo sviluppo del Congresso sancirà, probabilmente, la fine del precario equilibrio interno al partito di maggioranza relativa del paese.

La convocazione della Direzione nazionale del partito ha messo in luce tutte le divergenze interne. Da tempo, Matteo Renzi è malvisto dalla corrente più legata alla sinistra “ulivista”. Ora i nodi iniziano a venire al pettine. L’Assemblea di oggi vedrà presumibilmente Renzi dimettersi dalla segreteria del Partito Democratico, con l’accreditata ipotesi di una reggenza temporanea di Orfini, che sbrigherà gli incarichi di ordinaria amministrazione. Delegare la direzione del partito, in attesa delle primarie, sarà l’unica concessione che Renzi farà alla minoranza. Ma questa situazione non è altro che l’inizio di una guerra politica, di un gioco strategico dove il “sovrano assoluto” vuole sbarazzarsi definitivamente dei cospiratori che, a loro volta, tramano contro di lui. L’esito, però, sembra scontato. Non ci sarà nessuna resa dei conti definitiva, bensì una scissione.

La divisione, come già detto, si è manifestata palesemente alla fine dell’assemblea del 13 febbraio. Gli ordini del giorno hanno svelato le posizioni delle due correnti. Da un lato i renziani, che vogliono iniziare il Congresso il prima possibile per risolvere le questioni interne e andare di conseguenza al voto il prima possibile; dall’altro l’ala dalemiana e bersaniana, che punta a prolungare l’esperienza del governo Gentiloni fino a fine legislatura, con conseguente prolungamento dei tempi del Congresso e delle primarie e la speranza di un indebolimento dell’ancora attuale segretario. Una vera e propria partita a scacchi, quindi, dove il fine di ogni mossa è quello di indebolire l’altra fazione.

Dagli interventi di lunedì è emerso un Renzi sì molto forte, che probabilmente ha ancora la maggioranza dei consensi, ma anche la debolezza dei renziani. Infatti, a prendere la parola sono stati i critici del cosiddetto “renzismo”. Oltre, ovviamente, ai candidati alle primarie Speranza (il più papabile tra gli scissionisti), Emiliano e Rossi, gli altri interventi, anche se maggiormente concilianti, non hanno risparmiato critiche alla precedente esperienza di governo, o comunque non l’hanno difesa efficacemente. Così, nonostante Renzi abbia grandi possibilità di vincere nuovamente le primarie interne, da lui si allontanano inesorabilmente le persone di maggior spessore all’interno del partito.

La sconfitta al referendum costituzionale, in questo senso, ha provocato un duplice danno. Da un lato, Renzi ha bisogno di riaffermare la propria leadership: per farlo, deve rimettersi in gioco con nuove primarie che lo riconfermino alla guida del partito. Dall’altro, il fatto che non sia riuscito a imporre un sistema elettorale maggioritario favorirà l’ipotesi della scissione. Stante la probabile approvazione di un sistema proporzionale, la scissione potrebbe infatti dare un enorme potere agli avversari interni, che, fino ad ora, erano ai margini del progetto politico del PD renziano

Da partito autonomo e non da semplice corrente partitica minoritaria, gli scissionisti avranno la possibilità di contrattare con l’attuale premier ed imporre, a un futuro governo di coalizione, parte della propria linea, grazie ai deputati e senatori che avrebbero in mano dopo le prossime elezioni. Ammesso che, in futuro, sia effettivamente possibile un’alleanza tra chi rappresenta in pieno l’establishment (Renzi) e chi cerca ancora di darsi un tono “di sinistra” (Emiliano et similia). Sicuramente l’area democratico-progressista subirà delle ripercussioni, a tutto vantaggio degli altri schieramenti.