Demografia e fine dell’Impero occidentale

Demografia e fine dell’Impero occidentale

Quanto ha pesato sulle sorti di Roma antica il fattore demografico, ossia il calo della natalità? Ce lo spiega in maniera convincente e documentata il testo di Michel De Jaeghere, Les derniers jours – La fin de l’empire romain d’Occident, su cui converrà ritornare in qualche successiva occasione per approfondire altri aspetti legati alla fine di quel mondo che rappresentò, per molti, “l’avvenimento più interessante ed importante della storia universale”. Va immediatamente precisato che l’Autore si astiene dallo stilare classifiche circa le ragioni della caduta di Roma, che rappresentano in verità un complesso insieme, dove cause ed effetti di una catena ininterrotta di eventi s’intrecciano sino a formare un quadro difficilmente scomponibile. In questo contesto, il calo demografico ne costituisce sicuramente un elemento, più che per il suo contributo causale, come cartina di tornasole di una diffusa mentalità che inizia a manifestarsi progressivamente nella società imperiale.

Il progressivo affievolimento della pietas romana è il primo fattore da prendere in considerazione nell’economia di questo ben preciso argomento. Quel sentimento stava a significare “amore filiale” e, dunque, rispetto per quanto trasmesso dai padri, volontà d’onorare la tradizione e i mores maiorum. Ne costituì uno specchio fedele il mito di Roma, consegnatoci da Virgilio e Tito Livio, ossia il racconto di Enea che, fuggendo dalla sua patria, portò con sé il padre Anchise, caricandolo sulle spalle, il figlio Ascanio e le statuette degli dèi Penati, obbedendo a quella pietas che gli comandava di far sopravvivere la sua razza e la sua religione, che appunto costituiscono l’anima d’una nazione.

Questo fu il primo e più grande segreto della grandezza dei Romani, i quali non si consideravano, individualmente, centro d’imputazione di diritti, doveri e libertà, ma depositari di una stirpe che doveva continuare a perpetuarsi. Una delle più terribili sciagure per un civis romanus – scriveva il Mommsen nella sua Storia di Roma – era la mancanza di discendenti, eventualità a cui la legge ovviava con gl’istituti della adoptio e della adrogatio, differenti nei loro requisiti, ma sostanzialmente diretti ad assicurare il proseguimento o il consolidamento della famiglia. Già nel 403 a.C. due censori, Marco Furio Camillo e Marco Postumio Albino, anticipando una successiva misura adottata da Ottaviano Augusto, stabilirono una legge che tassava gli anziani che non si erano sposati. Valerio Massimo, insigne letterato ai tempi di Tiberio, ne esaltò l’esempio pronunciandosi così: “La natura vi impone una doppia legge, quella di venire al mondo e quella di generare dei discendenti; per il solo fatto che vi abbiano allevati, i vostri genitori vi hanno trasmesso un debito, quello di nutrire, a vostra volta, dei figli. Non stupitevi dunque di dover apportare un contributo che servirà a quelli che hanno in carico una numerosa posterità.”

Se nell’Alto Impero la pax romana aveva garantito sicurezza alle frontiere, favorito tranquillità e benessere interno, determinato lo sviluppo della grandezza di Roma, espandendo il suo splendore, il suo stile ed i suoi istituti in tutte le province, proprio in corrispondenza del suo apogeo iniziava un processo inverso. Una volta stabilizzati i confini e – fatta salva la breve parentesi delle successive conquiste di Traiano – rinunciato ad ulteriori allargamenti, progressivamente si affievoliva l’ardore guerriero dei suoi cittadini, più rivolti a godere delle ricchezze e dei benefici – o, le classi più deboli, degli aiuti statali – che le espansioni territoriali avevano loro apportato; dimenticandosi che la prosperità era un bene da difendere e che i vantaggi della civilizzazione erano derivati da fatti d’armi, dunque da eserciti ben equipaggiati e numerosi.

L’indebolimento dei costumi, a cui non fu estranea la pressoché totale scomparsa delle storiche e virtuose famiglie di Roma, ebbe come spiegazione non solo gli agi e il benessere della società, ma fu in parte involontaria conseguenza dall’editto dell’imperatore Caracalla, che, nel 212 d.C., concedendo la cittadinanza romana a tutti i cittadini liberi dell’Impero, reputava che ciò avrebbe rafforzato un comune sentimento patriottico. Fino a quel momento, chi voleva ottenerla – e godere così dei vantaggi e delle prerogative che questa comportava, tra cui la carriera nelle istituzioni dello Stato – doveva entrare nell’esercito. Venuta meno questa condizione, crollò l’arruolamento – era sicuramente meglio continuare a lavorare in campagna, che affrontare una dura disciplina e rischiare di cadere in battaglia – mentre il fenomeno dell’immigrazione dei barbari, soprattutto dei Goti, utilizzati come soldati, schiavi e coloni – già peraltro iniziata ai tempi di Augusto – non accennava a diminuire.

Le guerre civili del terzo secolo, successive proprio alla dinastia dei Severi, contribuirono anch’esse alla crisi demografica; le stragi, le epidemie di peste e le prime invasioni crearono vuoti nelle aree agricole, già soggette a spopolamento, a cui si aggiunsero le penurie causate dalla crisi del commercio a media/lunga distanza, reso più problematico dall’insicurezza delle vie di comunicazione.

Perdita della pietas, rilassamento dello spirito guerriero, disordini politici, eventi naturali provocarono dunque un calo demografico e il fenomeno fu constatato dai censimenti e andò di pari passo con la riduzione delle entrate fiscali – meno terre coltivate, primario fattore economico dell’epoca, meno tributi – su cui lo Stato, soprattutto a partire dalla fine del terzo secolo, sempre di più dovette contare per mantenere un imponente esercito schierato su migliaia di chilometri di confine e un’elefantiaca burocrazia, che la restaurazione militare di Diocleziano e l’istituzione della tetrarchia comportarono. La necessità d’un carico tributario adeguato ai bisogni di uno “Stato-provvidenza” determinò il congelamento delle classi sociali, ogni artigiano, agricoltore, lavoratore autonomo dovendo contribuire in maniera fissa ai bisogni dell’erario ed essendogli proibito, con la previsione di pene severissime, di cessare l’esercizio del proprio mestiere, che i figli dovevano poi obbligatoriamente continuare, per sfuggire alla morsa sempre più asfissiante degli esattori. Va da sé che questa vera e propria tirannia fiscale, che imponeva restrizioni sempre più pesanti, finì per scoraggiare la creazione di famiglie numerose.

Ma queste circostanze di carattere politico-sociale intervennero in una situazione che, come abbiamo detto, già aveva cominciato a manifestarsi. Fin dai primi tempi dell’Impero, si era registrato un lento ma progressivo spopolamento delle campagne, che costituivano il vivaio delle legioni romane. Tanto era avvertito il pericolo di un calo demografico che Augusto aveva reintrodotto una tassa che colpiva i cittadini (romani) celibi e Traiano aveva proibito l’accesso alle magistrature a coloro che non avevano figli. Nella opulenta e beata alta società romana dei primi secoli, si potevano ascoltare raccomandazioni a non fare figli e a non sposarsi, date le responsabilità che da ciò derivavano; anche le classi povere, che vivevano di sussidi e distribuzioni alimentari, ne seguivano l’esempio per non compromettere il livello di sussistenza raggiunto. Nello stesso periodo, si cominciarono a diffondere, sempre più numerose e varie, le pratiche di contraccezione e l’aborto, un tempo limitato ad evitare nascite di figli illegittimi, si espanse dagli strati sociali più elevati fino a quelli popolari, e i medici ne considerarono gli esiti come la principale causa di sterilità femminile nelle classi più basse.  

La legislazione d’ispirazione cristiana cercò di rilanciare, dal quarto secolo, la demografia: ostacoli al divorzio e alla rottura dei fidanzamenti, repressione dell’omosessualità e dell’adulterio, severe punizioni contro l’aborto, senza però che queste misure ottenessero grandi risultati. I tassi di natalità, già scarsi nelle famiglie aristocratiche, si abbassavano in quelle più povere, fino a toccare punte minime nelle campagne, dove la morale cristiana era ancora quasi sconosciuta.

“Nessuna civiltà – scriveva René Grousset – si distrugge dal di fuori se non quando abbia cominciato a distruggersi dal di dentro. E una società, una civilizzazione non si distruggono colle proprie mani se non quando abbiano cessato di comprendere la loro ragion d’essere, quando l’idea dominante attorno alla quale esse erano un tempo organizzate è come divenuta estranea. Questo fu il caso del mondo antico.” E lo stiamo purtroppo constatando, oggi, coi nostri stessi occhi.