Le preoccupazioni della gerarchia catto-globalista

Le preoccupazioni della gerarchia catto-globalista

Lo scorso 13 febbraio, nel corso di un’intervista televisiva concessa al TG1 delle ore 20, il Segretario di Stato Vaticano, Cardinale Pietro Parolin, ha espresso viva preoccupazione nei confronti dell’avanzata del cosiddetto populismo e dei rinascenti nazionalismi. Una dichiarazione in sintonia con quelle che sono le preoccupazioni del sistema di potere mondialista, scosso dai recenti successi della Brexit in Gran Bretagna e di Donald J. Trump negli Stati Uniti, nonché dalla costante avanzata dei movimenti patriottici ed anti-globalisti un po’ in tutta Europa.

Stando alle parole di Parolin, dunque, la Chiesa sarebbe preoccupata dalla ribellione dei popoli al diktat mondialista, la cui connotazione massonica e progressista dovrebbe, invece, costituire la massima fonte di preoccupazione per una gerarchia ecclesiastica fedelmente ancorata alla natura ed alla missione della Chiesa.

Se ci dichiarassimo sorpresi da una simile presa di posizione – espressa da uno dei più influenti membri della diplomazia vaticana – saremmo degli sprovveduti. Sappiamo fin troppo bene, infatti, in virtù di quali ragioni l’attuale gerarchia cattolica esprima i medesimi timori che oggi caratterizzano i fautori della globalizzazione. È lo stigma del Concilio Vaticano II, che – per volontà della influentissima ed eretica setta modernista – ha decretato la resa della Chiesa al mondo moderno ed alle forze che ne rappresentano l’espressione culturale e politica.

L’errore madornale che troppi uomini di Chiesa stanno commettendo, è quello di scavare un solco profondo tra i popoli – che non vogliono perdersi nella dissoluzione morale e fisica imposta dalla globalizzazione – e la Chiesa stessa, vista come un’istituzione complice delle forze fautrici di tale dissoluzione. Una complicità del tutto innaturale s’intende, la cui realizzazione presuppone il tradimento totale del magistero tradizionale cattolico, ma che nei fatti si sta consumando con una impressionante accelerazione verso gli esiti più infelici.

In relazione alla firma dei Patti Lateranensi – di cui lo scorso 11 febbraio è stato ricordato l’ottantottesimo anniversario – che sancirono la pace fra la Santa Sede e lo Stato italiano, dopo il travagliatissimo periodo post unitario, abbiamo spesso sentito muovere alla Chiesa l’accusa di aver ceduto alle lusinghe del fascismo ed essere diventata “chiesa di regime”. Ora, al di là della consistenza di certe affermazioni volte a squalificare il significato dei Patti sanciti fra la Santa Sede ed il regime fascista, occorre guardare con lucidità alla sostanza ed agli effetti di quell’evento.

Il Concordato Stato-Chiesa del 1929, da parte cattolica può essere considerato un felice esempio di accordo fra le due istituzioni che, su piani distinti e non contrapposti, si occupano della vita delle persone e del consorzio umano associato. Grazie ai Patti Lateranensi, infatti, alla Chiesa fu riconosciuto quel ruolo di guida spirituale e morale della nazione che lo Stato liberale nato dal Risorgimento aveva disconosciuto, indicando anzi nella Chiesa stessa, e nella fede da essa custodita e trasmessa, il nemico principale della “nuova Italia”. Il Concordato, inoltre, riconobbe la religione cattolica come religione di Stato e restituì alla Chiesa tutta la libertà necessaria allo svolgimento della sua missione.

Oggi – a fronte dei ripetuti atti che mostrano una inequivocabile ed imbarazzante vicinanza della Chiesa al globalismo, quasi mostrandone il ruolo ad essa riservato di supporto “spirituale” e morale nell’opera di instaurazione del mondialistico e massonico Nuovo Ordine Mondiale – vien da domandarsi: la gerarchia ecclesiastica, che dal pontificato di Giovanni XXIII (1958 – 1963) persegue la via dell’innaturale connubio con le forze culturali e politiche della modernità (liberali, laiciste, progressiste), cosa spera di ottenere dal supporto offerto ad un sistema di potere le cui radici sono intrinsecamente avverse al cristianesimo? Nulla a vantaggio della Fede, ovviamente. Solo la speranza di una sopravvivenza meschina, segnata dal marchio infame del tradimento.