Né destra né sinistra, francese

Né destra né sinistra, francese

Con le elezioni presidenziali in vista, Marine Le Pen ha presentato, in 144 brevi punti, quello che dovrebbe essere il programma di governo del Front National.

Innanzitutto, è senz’altro d’interesse l’insieme delle proposte di riforma economica avanzate dal fronte di Marine Le Pen: proposte coerenti con uno degli slogan della campagna elettorale, “ni droite ni gauche, français”.

Il programma non è infatti in alcuno modo riconducibile in maniera netta ad una classificazione liberale o socialista, prevedendo su entrambe queste impostazioni ideologiche la supremazia di un altro fattore: la nazionalità.

Più volte è infatti ripetuto il concetto di preferenza nazionale (quasi un eco del buy american, hire american di Trump) in caso di commesse pubbliche quale via maestra per il rilancio dell’industria francese.

Al tempo stesso, è proposta una tassazione differenziata (in aumento) sulle assunzioni di cittadini stranieri, la cui concorrenza (vista la propensione di questi ad accettare retribuzioni più basse rispetto alla norma) è considerata sleale, mentre l’importazione di merci straniere libere da dazi o altre restrizioni sarà sottomessa alle condizioni generali di reciprocità (merci libere da dazi, quindi, se il paese d’origine produce con norme e regolamenti comparabili con quelli francesi).

Ancora: viene difeso a spada tratta il ruolo dello “Stato stratega” della politica economica nazionale e viene quindi rifiutata qualunque ipotesi di privatizzazione dell’industria pubblica. Al contrario, è avanzata la proposta di sottomettere al parere dello Stato l’accettabilità degli investimenti stranieri in Francia, in modo che settori strategici non cadano in mani estere, o per tutelare le aziende francesi da OPA o scalate ostili.

Sempre nella stessa ottica, si propone la creazione di un dipartimento dello Stato volto a regolamentare l’incidenza degli ultimi sviluppi tecnologici (vedi la diffusione di un’economia basata sulle app, come Uber o simili), per evitare casistiche di concorrenza sleale sul mercato del lavoro.

Viceversa, se questo approccio sembra nettamente statalista, il programma lepenista non si mostra nemico dell’impresa e dell’attività privata.

E’ proposta, infatti, una decisa riduzione dell’imposizione fiscale sugli utili d’impresa (dal 33% attuale al 24%), mentre sono proposti tagli uniformi del 10% dell’imposta per tutti i redditi di persone fisiche (esclusi dai tagli solo i ricettori di reddito più elevati).

Per incentivare il lavoro giovanile, invece, si vorrebbe una defiscalizzazione completa per la prima assunzione di un giovane sotto i 21 anni, l’abbassamento dell’età minima per poter firmare un contratto di apprendistato ai 14 anni e lo sviluppo delle scuole tecniche e professionali.

Si aggiungono a questi provvedimenti la promessa di portare la spesa pubblica per la ricerca al 1% del PIL e quella della difesa dall’attuale 1,8% al 2% entro il primo anno e al 3% per la fine del quinquennio. 

Abbastanza moderata è, invece, la posizione su alcuni temi scottanti del dibattito sociale francese, come le 35 ore di lavoro settimanali o la pensione a 60 anniPer le 35 ore, il Front National si dice favorevole all’impianto attuale della regolamentazione del lavoro, fatta salva la possibilità, settore per settore, di contrattare per le diverse categorie professionali diversi contratti collettivi che possano prevedere anche 37 o 39 ore lavorative. Al contempo, per venire incontro alle necessità degli imprenditori, si propone la detassazione delle ore di straordinarioSulle pensioni, si vogliono invece rivedere le riforme recenti per riportare l’età pensionabile a 60 anni, fatto salvo l’obbligo di 40 anni di contributi versati.

Un programma, insomma, decisamente impostato all’espansionismo fiscale, visti anche gli aumenti di spesa per sicurezza e difesa, che dovrebbero portare da soli al reclutamento di nuovi 50 mila effettivi nelle forze armate, 15 mila agenti di polizia e gendarmeria e 6 mila agenti dediti alla sorveglianza delle dogane, data l’uscita dall’area Schengen promessa sempre all’interno del programma. Espansionismo fiscale che, nonostante le promesse di governare con rigore di bilancio e di ridurre sia il deficit che l’ammontare complessivo del debito, assume tutta la fisionomia di una spesa pubblica in deficit.

Abbastanza scarse, anche se non prive d’interesse, sembrano infatti le voci d’entrata per lo Stato, rispetto a  questi imponenti piani di tagli d’imposta e di aumento di spesa. Oltre alla già citata tassa sul lavoro straniero, si vorrebbe mettere in cantiere una riforma fiscale per le grandi società, volta a portare l’imponibilità alla fonte, ossia far pagare i grandi gruppi dove essi producono il loro reddito e non dove hanno residenza legale (vedi i casi di Google e Apple, accasate a Dublino per motivi fiscali, che pure, evidentemente, fatturano principalmente fuori dall’Irlanda).

Dopo la stretta sui paradisi fiscali, si passa quindi ad una generica promessa di lotta all’evasione e all’elusione fiscale, ad una drastica riduzione della spesa sociale dedicata all’accoglienza e a una promessa di razionalizzazione della spesa della pubblica amministrazione (in cui figura un taglio di quasi 300 posti parlamentari).

Tutto questo passa però in secondo piano rispetto ai due punti veramente forti: l’uscita dall’euro e il ripensamento del ruolo della Banca di Francia.

E’ esplicitamente dichiarato nel programma che la Francia dovrebbe riappropriarsi di una moneta nazionale, che farebbe da volano alla competitività francese grazie alla verosimile svalutazione che il nuovo franco avrebbe rispetto all’euro.

Alla Banca di Francia, invece, verrà ridato il ruolo di Banca Centrale Nazionale, smantellando il legame che essa detiene con la BCE nel contesto dell’Unione Bancaria, che verrà sospesa (assieme alla legge Sapin II, traduzione francese del bail-in). La Banca di Francia, inoltre, riassumerà il suo ruolo di finanziatore di garanzia del tesoro pubblico, potendo quindi acquistare sul mercato primario i titoli emessi dallo Stato francese, in modo da fornire sempre un’adeguata domanda, sostenere i prezzi e contenenere i tassi.

Ecco quindi l’ambiziosa proposta di Marine Le Pen, che sfida tutti i dogmi del mondialismo, rimettendo senz’altro la Nazione al centro non solo del dibattito politico, ma anche di quello economico.

Il momento è propizio, perché siamo dopo la Brexit e dopo Trump, che parla dell’euro come una manipolazione monetaria messa in atto dalla Germania a danno delle altre nazioni europee (e a guardare i dati record della bilancia commerciale tedesca, + 256 miliardi nel 2016, non si può certo dargli torto).

I sondaggi danno la Le Pen invariabilmente sconfitta.

Forse è un buon segno.