Vittime dei reati e Stato disertore

Vittime dei reati e Stato disertore

Sempre pronto all’agguato fiscale contro gli Italiani, generoso con le masse di disperati che  volontariamente lasciano (non “fuggono”, lasciano) i rispettivi paesi senza alcuna stretta necessità (guerre o carestie), avaro nei confronti di tanti nostri compatrioti che abbandona a se stessi nelle situazioni di necessità (mancanza di lavoro, di decenti soluzioni abitative, di aiuti alle popolazioni colpite dai terremoti), imbelle di fronte alla criminalità comune, con una magistratura spesso tollerante verso la microdelinquenza – salvo far tintinnare in maniera spettacolare le manette quando di mezzo ci vanno pezzi grossi, perché la prima pagina in questi casi la si guadagna – lo Stato diserta il proprio dovere di pensare alle sofferenze, alle frustrazioni, ai piccoli o grandi drammi quotidiani di chi è colpito da violenze – soprattutto di matrice straniera ed extracomunitaria – che lasciano le vittime (data l’abituale insolvenza degli autori di questi misfatti) prive d’ogni ristoro economico.

A quest’ultimo problema aveva in parte provveduto la direttiva dell’Unione Europea n. 2004/80 del 29 aprile  2004, che istituiva l’obbligo per gli stati membri di provvedere “…a che le loro normative nazionali prevedano l’esistenza di un sistema di indennizzo delle vittime di reati intenzionali violenti commessi nei rispettivi territori, che garantisca un indennizzo equo ed adeguato delle vittime”. Ciò significa che lo Stato italiano dovrebbe predisporre i mezzi affinché le vittime di reati intenzionali e violenti commessi in Italia – per esempio rapine, violenze sessuali, omicidi e lesioni volontarie – siano adeguatamente risarcite o indennizzate quando l’autore del fatto sia rimasto sconosciuto, si sia sottratto alla giustizia o non abbia risorse economiche per garantire agli aventi diritto il ristoro dei danni, morali e materiali, causati. Il termine per adeguare la legislazione interna alla direttiva, dunque per predisporre le opportune procedure e stanziare i relativi fondi, scadeva nel luglio del 2005, ma ad oggi il nostro Parlamento, così solerte nel dibattito e nell’approvazione dei “nuovi diritti” , così puntiglioso nello scovare nuove punizioni contro chi espone gagliardetti o busti del Duce, con una Presidente della Camera, molto impegnata a inviare letterine a Zuckerberg per sollecitare pulizie politiche dei social, non ha avuto il tempo di farlo, nonostante il nostro Paese, appena due anni dopo, sia già stato condannato dalla Corte di Giustizia, con sentenza 29 novembre 2007, per il prolungarsi dell’inadempimento.

Qui l’imperativo refrain “Ce lo chiede l’Europa” non vale.

Il governo italiano, già negli anni precedenti, aveva cercato di sottrarsi ad obblighi analoghi, non dando attuazione (unica nazione insieme alla Grecia) alla Convenzione europea relativa al risarcimento delle vittime di reati violenti (firmata nel 1983 ed entrata in vigore nel 1988), che, anticipando di molti anni la direttiva del 2004, aveva previsto il contributo dello Stato al risarcimento dei pregiudizi alla salute derivanti da fatti violenti ed intenzionali, quando la riparazione non poteva essere interamente garantita da altre fonti.

La cialtroneria delle nostre istituzioni non ha mancato di rivelarsi anche nel corso del procedimento civile “pilota”, intentato da una giovanissima ragazza vittima d’uno stupro – commesso, ça va sans dire, da stranieri, rimasti latitanti e comunque sprovvisti di beni – nei confronti dello Stato, di cui lamentava l’inadempimento, conclusosi con una sentenza del Tribunale di Torino che, prendendo atto della mancata applicazione della direttiva, lo ha condannato al risarcimento.

In quell’occasione la Presidenza del Consiglio dei Ministri si era difesa sostenendo, con argomenti indegni di uno Stato serio: 1) di avere già attuato la direttiva con l’emanazione del decreto legislativo 9 novembre 2007 n. 204 (si noti, poche settimane prima della condanna della Corte di Giustizia che, attivando e notificando la procedura d’inadempimento, aveva evidentemente destato dal torpore il nostro governo) e, 2) che l’ordinamento già contempla dei sistemi d’ indennizzo, benché solo per alcune specifiche categorie di vittime (quelle del terrorismo e della criminalità organizzata, del disastro di Ustica, della banda della Uno bianca, dell’usura).

Mentre il decreto legislativo n.204 – controllare per credere – si limitava a contemplare il caso di reati violenti ed intenzionali commessi in uno Stato membro dell’Unione a danno di residenti in Italia e dell’assistenza che il nostro sistema giudiziario doveva fornire a richiesta delle autorità giudiziarie straniere (niente a che vedere, dunque, cogli obblighi dello Stato italiano in riferimento a fatti delittuosi realizzati sul nostro territorio, in adempimento della direttiva…), la seconda obiezione, a parte la sua pretestuosità – la direttiva europea stabilisce una regola di carattere generale, che non può soffrire eccezioni – all’evidenza, dimostra la volontà della nostra classe politica di dividere le vittime dei reati, stabilendo delle ingiuste quanto imbecilli forme di discriminazione; atteggiamento che è frutto di incompetenza politica e giuridica.

A completare questa bella anamnesi sulla serietà dei rappresentanti delle nostre istituzioni, va segnalato  che ai lavori preparatori della direttiva europea, tenutisi a Bruxelles il 21 marzo 2002, parteciparono delegati di tutti gli Stati membri dell’Unione Europea fatta eccezione per l’Italia, la quale inviò, tramite il Ministero di Grazia e Giustizia, una lettera di giustificazioni della propria assenza motivata da “la necessità di operare dolorose selezioni degli impegni” a fronte di “una disponibilità limitata di risorse umane”.

Una sentenza, comunque, è stata pronunciata e ha stabilito un principio che fungerà da precedente per i casi simili, anche se chi si trova nelle condizioni d’ottenere un risarcimento in tempi brevi, dopo aver affrontato già un processo come parte lesa per i fatti violenti subiti, si vedrà costretto ad affrontarne un altro per chiedere allo Stato l’adempimento. Ma è già qualcosa.

Quel che è importante sottolineare è che quanto stabilito dalla direttiva dell’Unione europea, che l’Italia, accumulando pessime figure, continua a respingere, va a rappresentare, visti i tempi, un atto di giustizia. Poco importa che non fosse ciò che avevano in mente i legislatori europei, ma nel momento in cui vanno moltiplicandosi gli atti violenti commessi da extracomunitari, entrati illegalmente – ma non solo – in Italia e privi di qualsiasi mezzo per risarcire i danni che provocano, è sacrosanto che sia chiamato lo Stato a risponderne, vista la sua masochistica compiacenza nel favorirne l’afflusso, regolarizzato o meno. E, c’è da scommetterci, l’ostinata volontà delle istituzioni di sottrarsi a questo impegno è direttamente proporzionale alla consapevolezza che quell’obbligo, viste le abitudini delle “risorse” e la loro insolvenza economica, determinerà una fila di richieste risarcitorie a cui lo Stato dovrà provvedere e per le quali dovrà trovare una corrispondente copertura; e in che modo, se non attraverso la leva fiscale e l’aumento dei balzelli? Ma consoliamoci, stando a quel che ci dicono, saranno le “risorse” quelli che “ci pagheranno la pensione”.