Italiani, “tragici Fantozzi”

Italiani, “tragici Fantozzi”

Fantozzi: un ragioniere divenuto “leggenda”. Chi di noi, almeno una volta, non è stato travolto dall’irresistibile, per alcuni tratti avvincente, comicità del ragioniere più celebre d’Italia?
Una serie cinematografica infinita e brillante, quella ideata da Paolo Villaggio, in arte Fantozzi, per il suo umile e servile impiegato che, oltre 40 anni fa, esordì nelle sale italiane, con il primo film della fortunatissima serie cinematografica. Nemmeno un anno di programmazione e Fantozzi divenne un fenomeno nazional popolare, simbolo cinematografico e ancor prima culturale di un’intera nazione.

Non stupisce affatto il successo della saga fantozziana. Essa, forse meglio di altre commedie di quel periodo, è riuscita a descrivere e raccontare la personalità dell’italiano medio, esasperandone i vizi più grotteschi, le abitudini più tragiche, le esperienze più frustranti; il tutto condito da una comicità surreale, capace di sdrammatizzare, almeno in parte, alcune caratteristiche, bizzarre e tragicomiche, della nostra società contemporanea.

Nell’immaginario collettivo popolare del nostro paese, nessuno meglio di Fantozzi rag. Ugo (così riportava la targhetta del suo campanello) ha saputo raffigurare le contraddizioni, i vezzi dell’impiegato italiano, frutto del boom economico degli anni ’60 in Italia. Perché Fantozzi, protagonista dell’omonima epopea, è ben di più di un pellicola. Egli è un manifesto sociale sulle abitudini e sul modus vivendi di un’intera nazione. La malinconica vita del rag. Fantozzi, contrassegnata da insoddisfazioni ed insuccessi, ci mostra impietosamente le poche virtù ed i tanti vizi di quella piccola borghesia che, in quegli anni, iniziava legittimarsi sotto il profilo sociale e culturale.

La saga fantozziana, in sostanza, rappresenta una satira sociale senza tempo, un’esaltazione della mediocrità della classe media italiana. Con la sua routine mattutina, frenetica e fatale, Fantozzi porta con sé il vivere scandito secondo gli alienanti tempi del lavoro moderno (di chapliniana memoria), con tutti i suoi stereotipi e la sua mediocrità, che lo rendono vittima, senza possibilità di riscatto, di quell’atavico senso di oppressione ed insoddisfazione.

Villaggio ed il regista, Salce, ebbero quasi un’ispirazione pirandelliana. Sì, perché l’indole di Fantozzi non è poi così lontana dall’inettitudine presente in alcuni personaggi umoristici del genio girgentino. E perché Fantozzi rappresenta, in tutta la sua sventurata comicità, l’emblema dell’inadeguatezza alla vita.

Ma siamo davvero certi che il servile ragioniere, in “mutanda ascellare”, sia solamente uno stereotipo creato per suscitare ilarità, risate e ironia? Attualmente, è inutile negarlo, siamo un po’ tutti come il celeberrimo rag. Fantozzi. Egli incarna egregiamente l’archetipo dello iellato, emarginato dal suo stesso conformismo, al quale nessuno vuole assomigliare, ma di cui tutti, in fondo, facciamo parte.
Icona e maschera dell’italianità, Fantozzi, oggigiorno, rappresenta la cultura decadente nostrana ancor meglio di 40 anni fa. E come potrebbe essere altrimenti? La deriva umana e sociale descritta nel successo di Villaggio è più attuale che mai.

Essa non fornisce alibi a nessuno. L’avvilente e abietta “scala sociale” fantozziana mostra tratti di attualità sconvolgente: ci sono i potenti e i “megadirettori”, cinici e menefreghisti, i quali vivono beatamente tra fasti e magnificenze (“festeggiano con panettoni d’oro con zaffiri e ametiste al posto dei canditi e brindano con champagne riserva 1612”); ci sono, poi, i furbetti (il geom. Calboni è il prototipo dell’italiano “marpione”), raffigurati come individui tristi, senza scrupoli, privi d’ogni dignità morale ed etica, che riescono spessissimo a farla franca. Ed infine, troviamo gli “ultimi”, incarnati egregiamente dalla figura di Fantozzi e dei suoi colleghi di ufficio, i quali non posseggono né la forza né la voglia di ribellarsi contro quel sistema che li opprime e li umilia. E gli “ultimi”, oggi come allora, vivono la propria routine in un mix agrodolce, segnato da noia asfissiante e piccole gioie quotidiane. E così, la rivalsa dalla monotonia e dalla banalità della vita di tutti i giorni raggiunge la sua piena consacrazione attraverso la passione sportiva.

Poco o nulla sembra cambiato da quegli anni ’70, così distanti eppure così vicini, quando le telecronache delle partite di calcio echeggiavano all’unisono nei cortili dei condomini: viviamo, ancora oggi, in una nazione che continua a idealizzare il calcio, vedendo quest’ultimo come una sorta di dovere civico e non come una mera forma di intrattenimento. La smisurata passione degli italiani per il pallone, vissuto con trepidazione dalla poltrona di casa, trova la sua rappresentazione ideale nella scena de “Il secondo tragico Fantozzi”, che anticipa il dramma della famigerata Corazzata “Kotiomkin” (Potemkin). Il “rutto libero”, con il quale Fantozzi celebrava un incontro calcistico memorabile, può esser considerata la massima espressione di libertà e piacere nel dare sfogo ai propri istinti davanti alla tv. La filosofia del “rutto libero” rimane tuttora un punto fermo nel rapporto tra gli italiani e i grandi eventi televisivi, che siano essi partite di calcio, reality show o, magari, il Festival di Sanremo di Carlo Conti.

Ma non solo lo sport e la tv. A ricordarci quanta affinità vi sia tra la goffa remissività del famoso ragioniere e l’indole, non propriamente combattiva, di una notevole parte del popolo italiano, ci ha pensato lo stesso Paolo Villaggio in occasione della presentazione della versione restaurata dei due storici “Fantozzi” e “Il secondo tragico Fantozzi”. Parole, quelle dell’attore genovese, che vale la pena ricordare: “l’italiano medio, quando parla del suo Paese, dice che sono tutti ladri. In realtà non è vero disprezzo: gli italiani vorrebbero essere tutti ladri, ma non hanno avuto il coraggio di rubare. Il sogno di molti è di fare una rapina in banca”. Una teoria, a dir il vero, non troppo distante dalla realtà. Sì, perché, gli italiani sono stati sempre così: perennemente in prima linea, compatti e determinati, a condannare il malaffare, la cattiva gestione della res publica, ma che, a ben pensarci, non sono così schifati nel prevaricare o fregare il prossimo. Non è un caso se l’italica logica del “tengo famiglia”, abbia plasmato intere generazioni di individui (geometra Calboni docet).

Proprio come Ugo Fantozzi, siamo un popolo di rivoluzionari in infradito e bermuda, fieramente convinto che la coscienza civile sia qualcosa da riporre in soffitta e tirar fuori, all’occorrenza, la mattina al bar, quando i toni rasentano, addirittura, quelli della “lotta armata”. Amiamo rifugiarci nei soliti luoghi comuni, ci piace lamentarci. Siamo un popolo tremendamente ingenuo e immaturo, molto spesso sprovvisto degli strumenti culturali e motivazionali necessari per opporci alle decisioni di una minoranza più determinata e istruita. In fondo, ci piace fare la voce grossa, ma non disdegniamo di farci mettere i piedi in testa, come tanti ragionier Fantozzi. Citando il compianto Rino Gaetano “partono tutti incendiari e fieri, ma quando arrivano sono tutti pompieri”.

E non siamo poi così lontani dalla realtà, scorgendo alcune similitudini tra le attuali dinamiche nei social-media e quelle delle “megaditte” del secolo scorso. Ci sono sempre meno luoghi aggregativi, anche nel contesto lavorativo. Il contenitore ha nuove peculiarità, ma le interazioni fra gli individui finiscono per seguire ancora gli stessi, spesso miserabili, principi. Abbiamo l’amicizia del geometra Filini su Facebook. Mettiamo “mi piace” alle foto della signorina Silvani. E il direttore? Beh, lui è sempre “un bel direttore” -citando il geom. Calboni – ma per farglielo sapere diventiamo suoi “follower” su Twitter.

Paolo Villaggio, in sostanza, ha descritto, con oltre quarant’anni di anticipo, la nuova alienazione del ceto borghese, ormai in disarmo, soggiogato dall’attuale deriva economica, sociale e culturale. Ci ha descritto, in un turbinio di risate e umorismo, il suo sfruttamento servile e la sua autocommiserazione, la spietata autorità di potenti e “megadirettori galattici”. Nessuno meglio di Fantozzi ha rappresentato in maniera esilarante la condizione postmoderna del dipendente impiegato, il nuovo proletario della società consumista di massa, i suoi desideri e le sue paure.

Fantozzi, il ragionier Fantozzi, è la caricatura simbolica della classe “media” di un’intera nazione. Egli non rappresenta solo la tragedia di un uomo buffo ma anche e soprattutto un’utopia italiana intesa come insieme di ambizioni e velleità (prima fra tutti, quella del ragioniere di conquistare il cuore della signorina Silvani), che non trovano quasi mai realizzazione.

E se in passato questo impiegato sfigato incuteva nello spettatore il terrore di essere come lui, oggi questa paura si è trasformata in certezza; e ciò fa della sua figura un elemento di consolazione, perché, probabilmente, ci fa sentire meno isolati ed inadeguati.
“Fantozzi è lei?” No, oggi siamo tutti Fantozzi.