Verso gli umili con umiltà

Verso gli umili con umiltà

Il mondo voluto dai philosophes, e da chi li ha ispirati o ne è stato poi modellato, mostra incoraggianti segnali di autoestinzione.

La malattia della ragione, spacciata per medicamento miracoloso, ha prodotto tarli micidiali che prima o poi porteranno l’intera struttura lignea a crollare su stessa e da un momento all’altro, perché le apparenze rassicurano sia gli osservatori distratti – spesso concentrati sulla compiaciuta accettazione dei traguardi appena raggiunti o di quelli che sembrano ormai a portata di mano, quali rassicuranti prove dell’inarrestabilità evolutiva del progresso – che i fedeli fanatici di un culto dell’uomo a cui anche buona parte degli uomini di Chiesa mostra di essersi entusiasticamente piegata.

Tuttavia, per quanto è doveroso fare da parte di quelli che Thibon chiamava “moralisti e apostoli”, perché l’azione di un Dio troppo a lungo calpestato non tarderà a mostrarsi, è necessario agire adottando una cura che sia radicale e globale; oggi più che mai, infatti: “Tutte le cure locali – si tratti di prediche morali, di sistemi politici o di piani economici – si rivelano, prese separatamente, più deficienti che mai. La guarigione dell’umanità esige una scienza totale e un amore totale dell’umanità”(1).

Giunti al punto in cui siamo, non è più pensabile “costringere le masse alla santità”, ma bisogna continuare a scendere fino alle fondamenta per ripararle pazientemente, senza dimenticare che a chi osserva il nostro lavoro, devastato anch’egli da epidemie morali che lo hanno colpito senza soluzione di continuità, le ragioni del nostro impegno, e la sua stessa reale direzione, appariranno quanto meno misteriose, perché non può immaginare quale sia la nostra formazione e da cosa sia motivato il nostro spirito di sacrificio.
Del resto, noi stessi dai medesimi mali abbiamo iniziato a guarire non del tutto e non da molto, noi che abbiamo visto morire, e vedremo morirne ancora, chi si sforzava di apparire sano o di avere diagnosi e cure alternative migliori e più efficaci, perché più pragmatiche, o chi ha infine mostrato, dicendosi nostro fratello, di non meritare uno sforzo paziente che giungesse a logorarci oltre i nostri stessi limiti.

Costumi e tradizioni devono essere pazientemente ricostruiti in noi stessi, senza pretendere che anche il popolo faccia lo stesso solo per questa ragione, comprendendo anche quelle ricadute che una logica manichea potrebbe subire come definitive.
Non siamo angeli, e l’armonia tra morale e costumi – con la prima che si incarna nei secondi e questi che dalla morale vengono coronati – è il traguardo della ricostruzione avvenuta, più difficile da realizzare compiutamente in noi stessi che nella società decaduta.

Non credo esistano scorciatoie e se il sentiero ne offrirà alcune saremo in grado di vederle solo perché già al lavoro nella giusta direzione di marcia. Se la nostra fosse soltanto una missione politica, ci troveremmo nel posto sbagliato – le fondamenta non sono più visibili a chi guarda solo all’arte del possibile, limitandosi ad una meno dispendiosa messa in sicurezza – così come lo saremmo se pretendessimo – come credevano di poter fare i giacobini e come pretendono di fare i loro epigoni contemporanei – di supplire con la sola moralità ai costumi devastati, macchiandoci di quel peccato d’orgoglio che ci renderebbe simili agli autori del disastro a cui sentiamo il dovere di porre rimedio.

La morale astratta dei philosophes, l’amore senza barriere della fratellanza universale e degli immortali princìpi non ci appartiene: “Oggi, la morale più alta deve imparare a chinarsi sulle realtà più umili, bisogna che segua il male fino al punto estremo della sua incarnazione nei costumi, poiché è di là che deve partire il rimedio”(2).

Sforziamoci di esserne degni, pronti a raccogliere i migliori e le migliori nostre energie nel servizio degli umili e per la loro elevazione totale. Essa per avviarsi ha bisogno di tutta la nostra umiltà e dell’allenamento costante della nostra pazienza.

Note e virgolettato sono tratti da G.Thibon: “La morale e i costumi”,“Ritorno al reale”, ed. Effedieffe, pp 121-122.