Fantadiritto. Le sentenze che inventano l’adozione omosessuale.

Fantadiritto. Le sentenze che inventano l’adozione omosessuale.

Come riportato nella giornata di ieri da molte agenzie di stampa e dai principali quotidiani di informazione, la Corte d’Appello di Trento ha riconosciuto a due uomini il diritto di essere considerati “padri” di due bambini nati negli USA da maternità surrogata – quella che in linguaggio politically correct si dice “gestazione per altri” (quanto altruismo!), ma che in maniera un po’ più spiccia si dice anche “utero in affitto” (e suona già peggio).

A conti fatti, non è una novità assoluta, perché si tratta semplicemente della prima applicazione da parte di un giudice di merito (in questo caso, di secondo grado) della sentenza n. 19599/2016 della Corte di Cassazione, “in tema di trascrizione dell’atto di nascita straniero recante l’indicazione di due genitori dello stesso sesso“. Si tratta, però, della conferma di una possibilità che su queste colonne avevamo già annunciato in tempi non sospetti, dopo il varo definitivo del DDL Cirinnà sulle unioni civili.

In quell’occasione, la famigerata stepchild adoption – l’adozione del figlio del partner con cui ci si lega in un’unione civile, che avrebbe reso possibile, di fatto, anche l’adozione di figli avuti all’estero tramite maternità surrogata – era stata stralciata dal testo finale del disegno di legge, sacrificata sull’altare dell’alleanza con il Nuovo Centro Destra, il cui leader, Angelino Alfano, riuscì nell’impresa di far passare come un grande successo del suo partito questa modifica del DDL, arrivando a paragonarsi a Papa Wojtyla (sic).

Il ministro degli Affari Regionali Enrico Costa, del suo stesso partito, fu però un pochino più accorto e paventò il rischio di “sentenze creative”, che facessero rientrare dalla finestra di un tribunale ciò che l’aula del Parlamento aveva deciso di non approvare.

Oggi, possiamo constatare come Costa abbia avuto ragione, mentre Alfano si sia dimostrato ancora una volta la prova vivente che certe teorie lombrosiane sono probabilmente state scartate con un po’ troppa fretta. Come si potrebbe definire se non “creativa”, infatti, una sentenza che sostiene (testualmente) che “si deve infatti escludere che nel nostro ordinamento vi sia un modello di genitorialità esclusivamente fondato sul legame biologico fra il genitore e il nato” e che da questa discutibilissima asserzione derivi, inoltre, la possibilità dell’esistenza di “due padri” di un solo bambino, nonostante l’ordinamento legislativo italiano non contempli questa possibilità in una riga che sia una?

“Creativa” è un termine doppiamente azzeccato, alludendo non solamente alla fervida fantasia di un giudice che è riuscito a paragonare la situazione di un bambino comprato negli Stati Uniti (si gesta per altri, ma si gesta per soldi) a un istituto millenario come l’adozione, ma anche alla facoltà “creatrice” di leggi nuove che la Corte si è auto-attribuita, senza che il CSM abbia avuto, al momento, nulla da ridire al riguardo.

Dato, però, che in Italia ci risulta essere in vigore un ordinamento basato sul Civil Law, o “diritto continentale”, in cui ai giudici di merito spetta la semplice applicazione e interpretazione di leggi proposte, discusse e approvate dal legislativo, e non un ordinamento di Common Law, dove la legge è invece espressamente fondata sull’accumulazione di decisione e interpretazioni passate da parte di corti dal potere spesso decisamente più sostenuto che in sistemi fondati sul paradigma opposto, è lecito chiedersi come sia possibile che tutto ciò avvenga nella più totale indifferenza.

La risposta è semplice: il ministro Costa non ha verosimilmente poteri di preveggenza, ma ha semplicemente intuito come funzionano le cose in Italia. Un paese in cui si è assistito nel tempo a uno sbilanciamento pauroso del balance of power a vantaggio di una Magistratura che si presenta, attualmente,  come l’unico potere pubblico sottoposto esclusivamente al proprio stesso auto-controllo tramite il Consiglio Superiore della Magistratura. Chi può incaricarsi da solo di fare trasparenza e sa che sarà giudicato nel suo operato solamente da suoi colleghi di corporazione (nel senso deteriore del termine), si concede tranquillamente il lusso di andare ben oltre la legittima interpretazione di una legge vigente, per dedicarsi, tramite sentenze, alla stesura de facto di indirizzi legislativi a cui sarà poi la politica a doversi adeguare.

Se in tutto il mondo occidentale si assiste a una presenza sempre più pervasiva e influente dell’ideologia LGBT nella stesura di leggi e nella pronuncia di sentenze, in Italia in particolare abbiamo anche un problema di ipertrofia giudiziaria a cui solo una radicale riforma della Giustizia, troppo spesso rimandata, potrebbe tentare di porre un’argine, cercando di limitare il protagonismo e l’irresponsabilità di magistrati che pretendono di fare politica senza neppure fare lo sforzo di mettersi in aspettativa.

Posto che dove il materiale è scadente c’è comunque poco da fare – e da una casta che ha prodotto personaggi del calibro di Luigi De Magistris e Antonio Ingroia sarà comunque difficile aspettarsi grandi cose prima che qualche decennio aiuti a portare un salutare ricambio generazionale – una riforma che contempli la separazione delle carriere tra giudici e PM, una vera responsabilità civile dei magistrati (che preveda la possibilità per il perseguitato di rivalersi direttamente sul PM) e un rapporto più bilanciato tra potere esecutivo, legislativo e giudiziario che ponga fine alla stagione infinita dei governi locali e nazionali decisi dalle Procure (iniziata nel 1992 e mai finita per davvero) sarebbe già un ottimo punto di partenza per evitare che a questo tipo di sentenze ci si faccia definitivamente l’abitudine.

Se sembra tutto troppo berlusconiano, siamo spiacenti. D’altronde, se proprio non vi va giù, potete pur sempre riflettere sull’“assoluta indifferenza delle tecniche di procreazione cui si sia fatto ricorso all’estero, rispetto al diritto del minore al riconoscimento dello status filiationis nei confronti di entrambi i genitori che lo abbiano portato al mondo, nell’ambito di un progetto di genitorialità condivisa”, per poi sbattere la testa contro il muro al pensiero di chi ha conferito una laurea a qualcuno che parla di “progetto di genitorialità condivisa” senza neppure stare scherzando.