Il piano per un’Italia meticcia e africana

Il piano per un’Italia meticcia e africana

Non è un mistero che i social network raccolgano ed amplifichino le più recenti tendenze – spontanee o più spesso indotte – della cosiddetta “opinione pubblica”.
Fra queste tendenze, spicca – tristemente – quella volta ad annullare, ridicolizzare e contestare ogni sentimento identitario italiano ed europeo.

Il fenomeno è noto: negare alla radice qualsiasi differenziazione etnica, culturale, sociale in nome di una generica “fratellanza” internazionale, che dovrebbe portare ad un mondo “aperto”, “libero”, “moderno”. Il tutto, schierandosi in maniera indignata contro i “cattivi”, ossia quei presunti retrogradi, prepotenti e ignoranti che vorrebbero difendere l’identità del nostro Paese – e del nostro continente – sulla base di “retaggi del passato”.

Questi concetti, finora, sono stati per lo più espressi con un linguaggio pacifico, conforme, pulito e di impatto, mediante strumenti graficamente accattivanti ed amplificati dalla retorica mainstream. In altre parole: è diventato sempre più difficile riconoscere che dietro questi palloncini colorati si cela un nemico e, soprattutto, un pericolo.

La domanda che ci si deve porre è molto semplice: quale sarebbe – anzi, qual è – il prezzo dell’invocata fratellanza? Che cosa vogliono in cambio i fautori dell’abbattimento di ogni differenza qualitativa fra i popoli e le culture?

Se i sostenitori della standardizzazione mondiale fossero più cauti, queste domande forse non troverebbero risposta. Ultimamente, però, l’eccessiva sicurezza di questi signori ha fatto cadere molte maschere, mostrando – fra le crepe del trucco arcobaleno – il vero volto dei nostri avversari. Ed è un volto che inquieta.

La baldanza dei globalisti, infatti, inizia a trapelare anche dai diversi contenuti che, a vario titolo, vengono pubblicati e condivisi sui social network. In molti casi, scopriamo che il linguaggio è già cambiato e che le rivendicazioni si stanno trasformando in affermazioni di volontà e, anzi, in diktat perentori.

L’esempio che vogliamo proporre oggi riguarda molto da vicino il nostro Paese e mostra, con evidenza, la reale portata della lotta fra i difensori dell’identità italiana e i fautori della totale “apertura delle frontiere”.
Le reti sociali mostrano, in questo campo, uno sviluppo incredibilmente rapido delle ambizioni dei nostri avversari, che – a tal fine – non si sono fatti scrupolo di avvalersi di tutte le armi che il buonismo ha fornito loro presso l’opinione pubblica.

Si è cominciato piuttosto in sordina, commiserando – mediante lacrimevoli post, petizioni, articoli – la sorte dei “poveri migranti”, costretti a un “viaggio della speranza” per raggiungere il nostro Paese. Si è iniziato a indurre nell’opinione pubblica un pensiero strisciante: abbiamo diritto ad essere dal lato giusto del Mediterraneo? Oppure siamo solo dei bambini viziati e dobbiamo accogliere tutti i nostri fratelli neri?

Questo pensiero, razionalmente, è un vero e proprio nonsense: sarebbe come chiedere ad un gatto se sia giusto che lui sia proprio un gatto e non una caffettiera. Eppure, ha fatto presa fra le fasce più “impressionabili” della popolazione.

Dalla retorica dell’accoglienza a tutti i costi, poi, la posta si è alzata: è giusto che in Italia si parli solo italiano? Che si cucini italiano? Che si ascolti musica occidentale? È giusto essere solo cristiani? I nostri “nuovi fratelli” potrebbero esserne infastiditi.

È così che le forze della dissoluzione hanno dato il via alla “fase due” della campagna di de-costruzione dell’identità del nostro Paese. Insinuando il dubbio, instillando sensi di colpa, bombardando le persone di parole vuote, melense, accoglienti, petulanti.

Oggi siamo testimoni di una nuova fase di quest’opera suicida ed impressionante: dal “vorrei fosse diverso” si è passati al “deve essere diverso”. Ed è iniziato un attacco più esplicito nei confronti degli strumenti e degli spazi della nostra vita quotidiana.

Così, secondo i profeti della globalizzazione, le nostre città devono essere “ripensate”, “reinventate”, devono diventare spazi aperti, social, colorati, interconnessi. Ma non solo: devono diventare spazi meticci, in cui tutto possa prendere posto, in un coacervo esotico in cui i nostri “nuovi fratelli” possano sentirsi a casa. Totalmente a casa.

Probabilmente per ragioni geografiche, l’esempio – e il modello – addotto dai nostri avversari è quello africano. E dunque, città colorate, colme di “arte” degenerata, prive di luoghi monumentali e ridotte ad un tempio della vita spensierata e all’aperto. Case come capanne, piazze come sterrati nella savana, gigantesce girandole multicolori, suoni convulsi, musica, caos, amore libero, erba libera, de-formalizzazione.

In questo retroterra ha fatto scalpore l’appello di Saviano ai “sindaci africani” per le città del Sud. Ma la discesa in campo dei nostri avversari, forse troppo sicuri di sé, si sta connotando sempre di più per quello che è veramente: un messaggio politico.

Così, finalmente, i più recenti gruppi di pressione sociale stanno finalmente centrando quello che per loro è il punto: africanizzare l’Italia. “Le nostre città, che per troppo tempo sono state italiane ed europee, ora vanno rese africane, meticce”. E ancora, citando testualmente: “Africanizziamo l’Italia perché a colori è più bella. […]. Africanizziamola perché dire ‘l’Italia agli italiani’ è a dir poco ridicolo. Africanizziamo l’Italia perché non si tratta di scontro di civiltà ma incontro tra nuove genti”.

Dunque, ci siamo. L’avversario – confidando in una facile vittoria – ha gettato la maschera e ora pretende, pretende e vuole. Ordina che sia così.

Questa sfida aperta a tutto il mondo in cui noi crediamo, al mondo che noi vogliamo, ai più alti valori che difendiamo, può certo destare timore.

Ma la sfida va letta da un diverso punto di vista: proprio questo “cambio di marcia” da parte di chi odia la nostra civiltà ci offre un’opportunità che da decenni non si presentava: difenderci a viso aperto, senza più slalom fra concetti e parole in punta di fioretto, senza più dubbi su chi sia il nemico e cosa voglia realmente: renderci meticci, annientarci sul piano spirituale per annientarci un giorno – con l’annacquamento di generazione in generazione – anche sul piano fisico.

Coglieremo questa occasione: statene certi. Non canteremo con voi “Mamma Africa”. Non vorremo le nostre chiese millenarie trasformate in serre per banani. La civiltà inizia a morire quando è rinnegata. Un errore che noi – nonostante le vostre belle parole – non faremo.