Sui recenti casi di “suicidio assistito”

Sui recenti casi di “suicidio assistito”

L’orchestra mediatica ha ripreso prepotentemente a suonare il motivo che propaganda la legalizzazione dell’eutanasia e del “suicidio assistito”. Lo sta facendo riproponendo il medesimo copione, ovvero quanto già visto con l’attività propagandistica messa in atto a favore delle leggi sul divorzio e sull’aborto: si scelgono alcuni casi pietosi e li si enfatizza sul piano emotivo, al fine di colpire la sensibilità delle persone, inducendole ad affrontare le gravi questioni etiche non in forza della ragione, bensì sulla base delle emozioni opportunamente suscitate.  

I casi che nei giorni scorsi hanno occupato le cronache degli organi di informazione, relativi a persone particolarmente sofferenti che hanno scelto di farsi uccidere in una struttura elvetica specializzata, sono stati utilizzati per riproporre all’opinione pubblica il tema del cosiddetto “fine vita”, al quale sono state forzatamente affiancate le questioni dell’eutanasia e del “suicidio assistito”.

Il fatto che il Parlamento italiano stia affrontando una discussione, relativa ad una legge (1) che nulla ha a che vedere con l’eutanasia in senso stretto e men che meno con il “suicidio assistito” – pratica di cui hanno usufruito le persone i cui casi sono stati portati alla ribalta delle cronache – non ha impedito ai partigiani della dissoluzione (Radicali e affini) di strumentalizzare la vicenda dei nostri due connazionali morti in Svizzera – Fabio Antoniani e Gianni Trez – al fine di mostrare in maniera esplicita quale sia in realtà l’obiettivo delle avanguardie che si battono per l’affermazione dei cosiddetti “diritti civili”.

Quello che interessa agli epigoni di Marco Pannella, è estendere il più possibile quanto già introdotto con la legge sull’aborto, ossia affermare che la soppressione della vita umana innocente e indifesa vale anche per i già nati e non solo per i nascituri che si trovano nel grembo materno. Il principio è già stato ammesso nel 1978, attraverso la legge 194, che autorizza la pratica abortiva in Italia, ora occorre giungere a tutte le sue conseguenze.

Quello che i fanatici individualisti vogliono affermare è il principio secondo il quale l’uomo è padrone assoluto della propria vita, tanto da decidere quando e come porvi fine. Peccato che lo facciano pretendendo che questo diritto divenga un dovere dello Stato, il quale dovrebbe accondiscendere al desiderio di un singolo e trasformarsi perciò in mero esecutore della volontà individuale, in attesa di diventare, quando i tempi saranno maturi, giudice chiamato a decidere se una persona – per il solo fatto di essere disabile, non autosufficiente e magari priva delle cure offerte dai propri famigliari – possa o meno venire soppressa. È facile intuire cosa potrebbe decidere uno Stato guidato da uomini condizionati da una mentalità atea, materialista e utilitarista, che non considera affatto la dimensione sacrale della vita umana e la necessità che lo Stato non venga mai meno al suo dovere principale: la tutela della vita umana innocente e indifesa (principio già leso in Italia, lo ribadiamo, dall’introduzione della legge 194).

Opporsi all’eutanasia ed al cosiddetto “suicidio assistito” non significa assumere una posizione ottusa, crudele e indifferente al dolore del prossimo, come i sostenitori della liceità di tali pratiche sostengono, vuol dire, bensì, difendere la sacralità e la dignità della vita umana, valori non disponibili ad essere sacrificati in nome di una concezione disumana, che vede nelle persone sofferenti e nella loro inefficienza fisica o mentale l’incarnazione di ciò che ripugna e che, dunque, deve essere eliminato. Ripugnante è il male, non la persona che ne è afflitta.

L’introduzione della pratica eutanasica e del cosiddetto “suicidio assistito” sono perfettamente funzionali alla concezione utilitaristica che vede nelle persone psichicamente e fisicamente inefficienti un peso sociale da rimuovere. A questa concezione occorre opporsi affermando che il peso costituito dalle sofferenze è parte della vita umana, la quale ha un valore che non può essere disconosciuto in nome della convenienza economica e meramente materialistica, peso da sopportare anche con l’aiuto dello Stato, della Chiesa e di tutte quelle realtà associative presenti nei corpi intermedi capaci di contribuire efficacemente a lenire le sofferenze e accompagnare i sofferenti ed i loro cari nel doloroso cammino verso la morte naturale (ovvero non provocata da fattori esterni determinati dalla volontà di sopprimere una vita umana innocente e indifesa).         

NOTE

(1) Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari al fine di evitare l’accanimento terapeutico”. È del tutto lecito considerare tale legge  una sorta di grimaldello atto ad aprire le porte all’introduzione tanto dell’eutanasia quanto del “suicidio assistito”. Inoltre, come sostiene l’associazione ProVita, “Nella proposta di legge in questione – se anche volessimo riscontrare qualcosa di buono, per esempio, circa il consenso informato o altro – l’ambiguità ci pare regni sovrana. Non bisogna fidarsi: il testo va respinto in toto, perché tende a “normalizzare” la morte per fame e sete che ha subito Eluana Englaro.”