Una magistratura degna di questo paese. Una “cultura” degna di questi magistrati.

Una magistratura degna di questo paese. Una “cultura” degna di questi magistrati.

E’ notizia di pochi giorni fa la richiesta d’ archiviazione, formulata da un pm bolognese, di un procedimento penale nato da una una denuncia presentata da due esponenti del centrodestra locale contro gli (anonimi) autori e diffusori di una locandina web raffigurante tre uomini, mascherati da Gesù Cristo e ladroni, che mimano atti sessuali usando una croce, visibilmente appoggiata sul sedere di uno dei tre. L’immagine pubblicizzava una serata al Cassero, noto locale della comunità LGBT. La motivazione del magistrato per escludere il reato di vilipendio della religione è che quelle condotte “non sono rivolte a manifestare spregio e vilipendio del credo cristiano cattolico, in quanto espressione delle istanze culturali e sociali promosse dall’associazione”.

Non si sa se ridere, indignarsi o scoraggiarsi, o forse c’è spazio per tutte tre le cose. Fa ridere pensare che le “istanze culturali e sociali” espresse da simili associazioni siano quelle che abbiamo visto recentemente in televisione, nell’inchiesta sullo scandalo degli enti anti-discriminazioni sessuali/razziali finanziati con soldi pubblici, che ospitano al loro interno sale appositamente create per consentire orge omosessuali. E affermare che è legittimo esprimersi secondo la propria natura – questo è il senso profondo della richiesta di quel pm  – equivarrebbe a ritenere lecita l’istigazione all’incendio, se incoraggiato dal presidente di un’associazione di piromani.

Ma rende furibondi, d’una santa collera, pensare che un branco di depravati – perché solo dei depravati arrivano a concepire una performance così squallida e vile utilizzando il simbolo della Redenzione come strumento sessuale, perché sanno d’essere impuniti, protetti, tutelati – possa farla franca in un modo così oltraggioso, più oltraggioso forse della stessa porcheria che le loro menti deviate avevano elaborato. Ecco, credo davvero che sia più oltraggiosa del buon senso, d’un comune sentimento di giustizia, d’una morale naturale la decisione di quel magistrato – che comunque dovrà passare al vaglio di un giudice – che la stessa porcheria che ha determinato l’apertura del procedimento.

Ed è proprio questa considerazione ultima che ci porta dall’indignazione allo scoramento, perché quel magistrato non è venuto da un altro pianeta, ma è figlia – si tratta d’una donna che ha condotto inchieste sul mondo dell’estrema destra bolognese, cacciando in galera per mesi degli innocenti, poi infatti assolti – di questa sciagurata Italia dove, come accade purtroppo in tutta Europa, assistiamo alla destrutturazione del pensiero, alla perdita della ragione, alla progressiva cecità di fronte al reale. In nome della propria visuale, della propria concezione, malata, della società e dei diritti/doveri/limiti che corrispondono ad ognuno dei suoi componenti e che una persona anche a digiuno di cose di legge riuscirebbe, anche solo con una buona istruzione elementare, a cogliere. Ciò che è bene, ciò che è male, ciò che è evidentemente sbagliato, distorto o sano ed onesto non lo si impara nei libri di diritto, ma dovrebbe già essere ben radicato, perlomeno nelle sue minime manifestazioni, nei cuori e nelle menti di chi ha goduto d’una sufficiente educazione scolastica e famigliare.

Ma l’occasione ci fa anche riflettere sulla necessità che la giustizia sia riformata, profondamente. Non solo nelle leggi e nelle procedure, ma a monte, a cominciare dal reclutamento di chi la deve far funzionare. Non basta sapere gli articoli a memoria per essere bravi giudici. Equilibrio, capacità di relazione, temperanza, prudenza, autocontrollo sono doti indispensabili tanto quanto la cultura giuridica e, al pari di questa, dovrebbero trovare posto nella valutazione sull’accesso all’ordine giudiziario. Non risolverà i tanti problemi del Paese, ma sarebbe già qualcosa. E comunque non possiamo accettare che a giudicare delle nostre condotte, dei nostri interessi, della nostra vita vi siano magistrati che considerano l’utilizzo in chiave sessuale della Croce, simbolo di elevazione spirituale, “espressione di una istanza sociale e culturale”; qui non si tratta di codici di diritto da conoscere ed interpretare correttamente, ma di codici genetici e comportamentali da controllare prima che il loro libero sfogo produca danni. In un Paese serio, uno scandalo come questo non dovrebbe neppure essere immaginabile, ma, ove accadesse, sarebbe sanzionato col massimo rigore; ed è proprio per questo che, anche stavolta, nessuno pagherà.