Per una Camera corporativa: la necessità di una rappresentanza organica

Per una Camera corporativa: la necessità di una rappresentanza organica

Alla vigilia della campagna elettorale per le elezioni dell’aprile 1948, il Comitato centrale del Movimento Sociale Italiano emanò un Manifesto che, relativamente alla questione costituzionale, proponeva una rappresentanza politica costituita da un «Parlamento… espressione organica di tutte le forze economiche, spirituali e politiche». Sebbene oggi, come avvenuto con l’ultima e pessima riforma costituzionale Renzi-Boschi, sonoramente bocciata dagli elettori nel referendum confermativo del 4 dicembre scorso, si ragioni principalmente di una seconda Camera a base territoriale (Senato delle autonomie, Senato delle Regioni, etc.…), la proposta corporativa rimane quella che, più delle altre, consente di meglio adeguare il sistema rappresentativo alla complessità sociale delle odierne democrazie pluraliste (rectius plutocratiche). Già negli anni della crisi della c.d. rappresentanza liberale, una parte del pensiero politico e giuridico sostenne che le strutture di rappresentanza delle categorie economiche, dei mestieri e delle professioni avrebbero dovuto sedere in un’Assemblea che avrebbe preso il posto del tradizionale Parlamento. La Carta del Carnaro del settembre 1920 (ma si pensi pure al Consiglio economico della Costituzione di Weimar del 1919), da questo punto di vista, appare davvero paradigmatica. In essa era prevista una Camera rappresentativa delle Corporazioni (il c.d. Consiglio dei Provvisori, art. 31), che presupponeva un’ idea di Stato come «volontà del popolo verso un sempre più alto grado di materiale e spirituale vigore» (art. 18), una concezione ben diversa da quella individualistica e atomizzata del modello liberale. Questo obiettivo richiedeva, ovviamente, una forte educazione delle coscienze, suffragata dalle norme in materia scolastica e da una visione del lavoro rivoluzionaria ed idealistica al tempo stesso: chi produceva la «ricchezza comune», affermava il Comandante, poteva aspirare al ruolo di «compiuto cittadino della Reggenza», a prescindere dal tipo di lavoro fornito, sia esso «di mano», sia esso «d’ingegno».

Ora, la scelta di una Camera quale espressione organica di tutte le forze sociali, economiche e spirituali può costituire una possibile risposta alla crisi dello Stato sociale, affermatosi nelle Costituzioni del secondo dopoguerra, che si sta lentamente ma inesorabilmente trasformando in neo-liberale, fungendo da freno al mercato quale «progetto costruttivista» dell’ordinamento statale. Oggi, infatti, l’esigenza di un maggior rigore finanziario non solo conduce alla ricerca di forme di razionalizzazione e di riordino della struttura del welfare, ma porta lo Stato ad adeguarsi sempre di più alle esigenze della competitività internazionale, con la conseguenza di un’attrazione ad un livello sovranazionale, in particolare comunitario, di alcuni suoi compiti in materia economico-sociale. La ratio sarebbe quella che il trasferimento di quote di politiche sociali verso unità politiche più grandi riuscirebbe a compensare, per mezzo di strumenti economici adeguati, gli effetti indesiderati della globalizzazione. In realtà, tutto questo non si è verificato. Il Fiscal compact e la costituzionalizzazione del principio di equilibrio di bilancio (legge costituzionale n. 1/2012) hanno avuto come unico fine solo quello di individuare gli indicatori di uno Stato «sano» sotto il profilo della propria contabilità e, di conseguenza, credibile agli occhi dei mercati globali, in quanto catalizzatore e destinatario affidabile degli investimenti provenienti dall’estero, ma hanno stravolto la natura politica della decisione sul bilancio ed hanno sfavorito politiche di redistribuzione della ricchezza e l’erogazione effettiva dei livelli minimi essenziali dei servizi sociali. Una Camera rappresentativa delle categorie, incorporando i diversi gruppi operanti all’interno dell’ordinamento costituzionale nel processo di formazione delle scelte politico-legislative, da un lato li indurrebbe a non esercitare ex post i loro poteri «di veto» sulle scelte medesime, dall’altro consentirebbe di frenare quella deriva neo-liberista degli Stati che sta determinando una preoccupante mutazione antropologica degli individui: da homini juridici a homini oeconomici. Questa deriva – lo scriveva bene Carlo Costamagna nella rivista Rivolta ideale – ha la sua origine nella stessa Costituzione repubblicana vigente, in particolare nel partitismo. Questo, infatti, per sua natura si pone in antitesi al bene comune dell’unità nazionale, risponde a logiche estranee agli interessi popolari (sulla letteratura antipartitocratica, cfr. Maranini, Carnelutti, Mosca, etc…), ha bisogno del neoliberismo, ossia di quel paradigma economico-sociale per cui l’insieme delle scelte politiche ed economiche spetta ai gruppi (politici, ma non solo) portatori degli interessi imposti dal mercato globalizzato.

La proposta del Movimento Sociale Italiano era chiara, grazie soprattutto al prezioso lavoro dell’Istituto di Studi Corporativi (Massi, Rasi, Tamassia): una «rappresentanza integrale» del cittadino, il quale avrebbe dovuto esprimersi non solo attraverso i partiti, ma anche, per quanto concerne gli aspetti attuativi e specifici dell’indirizzo politico generale, attraverso le categorie (morali, culturali, lavorative). La Camera corporativa avrebbe dovuto divenire il presupposto per la costruzione, per dirla con le parole del prof. Gaetano Rasi, di una «democrazia sostanziale in contrapposizione alla democrazia solo formale del sistema liberal-partitico». La questione non è nuova, era già emersa sia nei progetti di Costituzione della Repubblica Sociale Italiana (si veda quello del Ministro dell’Educazione Nazionale, prof. Carlo Alberto Biggini), sia durante i lavori dell’Assemblea Costituente (1946-1947) ad opera soprattutto di Costantino Mortati, che aveva prospettato l’integrazione della rappresentanza del «popolo indifferenziato» con quella categoriale. C’è, però, almeno un’ obiezione che la proposta di questo secondo modello di rappresentanza deve superare. Hans Kelsen, il «padre» della scuola normativistica, si poneva il problema, nell’opera Essenza e valore della democrazia (la prima edizione è del 1920), del «quanto» ogni distinta competenza debba essere rappresentata. Si tratta di una critica  non così cruciale, come a prima vista può sembrare. Ha scritto un grande Maestro di Scienza della Politica, il prof. Domenico Fisichella, che «anche la rappresentanza politica di tipo democratico non è detto risponda adeguatamente ai requisiti della rappresentatività sociologica. Allo stesso modo, è lecito convenire che numerose funzioni espletate dalla rappresentanza democratica possono essere assolte anche dalla rappresentanza corporativa» (cfr. D. Fisichella, La rappresentanza politica, Bari, Laterza, 1996, 53). Il nodo problematico, continua sempre Fisichella, è quello del ruolo del principio maggioritario nella designazione dei rappresentanti, nel processo decisionale dell’organismo rappresentativo, e questo è un ambito sul quale si riflette poco, a causa dell’abbandono di una riflessione politica volta al cambiamento strutturale. Da ultimo, è stato sostenuto che tale tipo di rappresentanza «organica» è realizzabile in Paesi come l’Eire e la Slovenia, che hanno comunque una popolazione inferiore ai quattro milioni di abitanti; invece, in Nazioni più popolose, come l’Italia, risulta complicato formulare e ordinare la popolazione in categorie sociali. In presenza di una società «liquida», in rapida trasformazione, la definizione per categoria porterebbe solo ad una forzatura e ad un irrigidimento. Una critica di questo tipo non coglie, tuttavia, l’essenza propria della rappresentanza corporativa: rendere ogni cittadino protagonista attivo nella vita politica della Nazione. Esiste, in altri termini, una dimensione «pragmatica» del modello corporativo, una sua «ontologica duttilità», idonea ad adeguarlo alla complessità delle odierne società.

A noi sembra una soluzione efficace affinché, riprendendo Oswald Spengler, «la potenza costituzionale», il «potere ordinato» non si frammenti in «informi potenze individuali».

(a cura di Daniele Trabucco e Michelangelo De Donà)