“Strane straniere” di Elisa Amoruso

“Strane straniere” di Elisa Amoruso

 

Presentato all’ultima Festa di Roma nella sezione Alice nella Città | Kino Panorama Italia, Strane straniere, per la regia di Elisa Amoruso, racconta le storie di Ana, Ljuba, Radi, Sihem e Sonia: cinque donne arrivate in Italia, spinte a lasciare il proprio Paese per ragioni diverse, ma accomunate dall’essere riuscite a dar vita a una attività lavorativa, reinventandosi in una nuova realtà. Distanti per esperienza e provenienza, le unisce l’essere straniere. Tra lavoro, famiglia e relazioni, le loro vicende si intrecciano per mostrare cosa significhi provare a costruire un’identità in un’altra Nazione.

Sonia è sicuramente il personaggio maggiormente noto delle cinque, essendo la proprietaria del ristorante cinese più conosciuto di Roma. Come ogni anno prepara il Capodanno Cinese, seguendo i riti propiziatori legati alla tradizione del suo Paese. La donna confessa alla macchina da presa il fatto che il marito abbia fatto perdere le proprie tracce, durante il suo ultimo viaggio in Patria. Dopo due anni, egli ricompare, come se nulla fosse, rifiutandosi di spiegare alla moglie le ragioni di quella fuga.

Sihem è tunisina e gestisce un’associazione di volontariato da lei stessa fondata ad Aprilia. Il confronto col difficile processo di integrazione dei musulmani in Italia è una sfida che la stimola. Eppure, il suo essersi occidentalizzata viene spesso visto con diffidenza persino dagli arabi che aiuta ogni giorno.

Radi ha lasciato la Bulgaria per un amore che si è rivelato una trappola. In Italia, ha però scoperto la passione per il mare, creando una cooperativa di sole donne, specializzata nella preparazione delle salse di pesce.

Infine, Ana (croata) e Ljuba (serba) gestiscono una piccola galleria d’arte nel centro storico di Roma. Entrambe sono arrivate in Italia da jugoslave, poi la guerra ha cambiato le loro nazionalità. Ciononostante, il legame che le unisce – quasi un amore platonico – le ha rese inseparabili.

Potremmo terminare qui l’analisi del film della Amoruso. Un documentario girato in modo molto semplice, quasi didascalico, nel quale non vi è alcun contributo autoriale, né di originalità formale o contenutistica. L’unica cosa che potrebbe fare la differenza si ritrova nelle storie di questi cinque personaggi femminili. Allora, subentrano il gusto e gli interessi personali dello spettatore, al quale spetta decidere se valga o meno la pena di vedere questo film. Per quanto ci riguarda, possiamo solo spendere qualche parola sull’aspetto “politico” della cosa. Ovvero, quale dato ci viene fornito da questa pellicola sullo stato degli immigrati integrati in Italia?

Fondamentalmente, pare chiaro che l’integrazione che porta a un pieno soddisfacimento delle esigenze e ambizioni personali è ben di là da venire, e i casi di cui si parla in questo documentario sono delle fortunate eccezioni, frutto delle capacità individuali di queste donne. Poco è stato utile alla causa buonista nascondere tutti i veri problemi che gli immigrati devono affrontare nel nostro Paese. Già da questo artificio, dalla mancanza di obiettività e di ragionamento, possiamo dire che Strane straniere è da considerarsi una operazione fallita, poiché poco sincera. Sia ben chiaro, non ci riferiamo affatto alle cinque donne, le quali si raccontano con coraggio, nonché con una certa disinvoltura, malgrado sappiano di essere “spiate” dalla macchina da presa. Quello che profondamente non va in questo film è il sostenere che in Italia si debba integrare, garantendo un certo successo economico. Sfugge agli autori di questa storia che la situazione attuale della Nazione è quanto mai drammatica, molti italiani devono confrontarsi quotidianamente con privazioni e situazioni umilianti: padri separati che si vendono la macchina, giovani laureati senza futuro, donne che rinunciano alla maternità, perché un figlio – almeno per gli italiani –  costa. Invece della solita litania boldriniana, perché non raccontare questi drammi?

Un altro dato su cui riflettere è che il film in questione rivela involontariamente il fallimento stesso dell’integrazione. Ogni etnia ha un proprio stile di vita e non interagisce con le altre, figuriamoci poi con la cultura che le ospita. Quest’ultima dovrebbe, per converso, fare da collante per “assorbire” armoniosamente gli stranieri che vivono da noi. Però appare chiaro che a costoro della nostra cultura poco importa; ciò che conta davvero è come e se l’Italia riesca a dargli lavoro.

I cinesi sono chiusi, hanno difficoltà con la lingua e dedicano anima e corpo al commercio. Al capo opposto i musulmani, i quali contano spesso sull’aiuto di quello Stato che, purtroppo, se ne frega dei terremotati. Due etnie che, malgrado vivano nelle nostre città, non si incontrano e mai lo faranno. C’è poco da fare, se decidi di cominciare una nuova vita in un’altra Nazione, devi sposarne in gran parte modi, usi e costumi. I benpensanti del progresso ripropongono puntualmente l’esempio degli immigrati italiani in America, credendo di zittire così ogni scetticismo o voce dubbiosa. Peccato che tale riferimento rappresenti per loro un palese autogol. Quando i nostri connazionali si trasferirono negli Stati Uniti, mantennero sì la cucina di provenienza, ma divennero “più realisti del Re”. La prosperità procuratagli da quella nuova terra gli impose di amarla, sposarne il modo di vivere e gli ideali, se in tal modo possiamo definire quelli americani. Sia come sia, gli italiani divennero americani, e l’Italia rimaneva sostanzialmente un ricordo nostalgico. Un fatto talmente vero che tutti loro combatterono durante la Seconda Guerra Mondiale contro quello che era stato, un tempo, il loro Paese, indossando l’uniforme dell’esercito a Stelle e Strisce; il caso di Frank Capra (all’anagrafe Francesco Rosario Capra) è emblematico. Dovremmo, quindi, chiederci il motivo per cui gli immigrati italiani arrivarono persino a imbracciare il fucile contro il loro vero Paese. La risposta è semplice, quanto assoluta: per gratitudine! Una riconoscenza verso quella nuova Patria che gli aveva permesso di rifarsi una vita, garantendogli il benessere, anche se questo era arrivato dopo l’impietosa quarantena a Ellis Island.

Ecco, in occasione della conferenza stampa, dopo la proiezione del film, non abbiamo sentito nemmeno una parola di gratitudine verso l’Italia. Sembra quasi di aver percepito un: “Mi spetta, è mio diritto”. Può anche darsi che l’integrazione sia possibile, ma non certo con tali presupposti. Il lettore potrà anche infastidirsi di questi ragionamenti; se però sarà così gentile di guardarsi intorno per un attimo, capirà che le cose non vanno bene, che forse le ricette applicate da anni non funzionano. Allora, un certo buonismo, col quale si promulga l’idea che bisogni dare senza pretendere nulla in cambio non ha dato risultati positivi. Ragion per cui, i muri di Trump o le posizioni della Le Pen non sono il frutto di masse deviate, bensì il risultato della volontà di non affrontare un problema, mettendo la testa sotto la sabbia sino a quando un attentato riesce a farla tirare fuori per qualche momento. La questione andrebbe perciò presa di petto, così da tutelare gli immigrati e gli italiani, e non far finta di niente. Scusateci, però, un documentario che non dice nulla al di fuori di alcuni logori cliché non aiuta nessuno, né noi né loro.