Dovere di memoria o dovere di verità? Aspettando “san 25 aprile”

Dovere di memoria o dovere di verità? Aspettando “san 25 aprile”

Trascorse da poco due ricorrenze dedicate ad altrettante tragedie del secolo passato, ed in attesa dell’imminente madre di tutte le nostrane ricorrenze, la così chiamata festa della liberazione, proviamo ad accostarci con obiettività a questo tipo di celebrazioni, per trarne opportuni spunti di riflessione.

Dovere di memoria, memoria condivisa, giornata della memoria o del ricordo, tutte queste esortazioni, imposte quasi come obblighi morali o di “civiltà”, spesso finiscono per ridursi a mera propaganda ideologica e a motivo di lacerazione politica, offrendo il fianco a inevitabili distorsioni. Se ci appelliamo alla memoria, è ovvio che essa si rivolga a ciò che è conveniente e trattenga ciò che maggiormente ci colpisce, in positivo o in negativo. Il ricordo è per sua natura soggettivo, selettivo e, racchiudendo un pezzo del passato – sempre accuratamente scelto – finisce per rappresentare una parte della verità, e se questa opzione è più che legittima quando si vuole preservare la memoria storica di una comunità circoscritta – familiare, politica, religiosa, cittadina che sia – non lo è quando è imposta da uno Stato che, a differenza delle  entità private che perseguono scopi particolari, per la sua rappresentatività e le funzioni che svolge, avrebbe l’obbligo d’affrontare senza remore tutta la propria storia.

Chi vuole imporre un “dovere di memoria” al Paese su un evento importante del passato, focalizzandosi, per esaltarlo, su un aspetto particolare e, trascurando il resto (per tutti, la lotta della Resistenza italiana durante la II guerra mondiale, perché alla fine sempre lì si casca e non potrebbe essere altrimenti, visto che è imposta come atto fondante del nostro presente), finisce per raccontare una verità parziale, dunque una non-verità o una verità fuorviata. Perché diventando centro d’attenzione attorno al quale tutto il resto è subordinato, assurge a mito e, non potendo più essere messo in discussione, viene santificato, salvo creare lacerazione e distacco in coloro che non lo fanno proprio, il contrario di ciò che dovrebbe accadere in una nazione che deve rivolgersi a tutti i suoi figli, creando comuni denominatori capaci di comprendere  i sentimenti dell’intera comunità.

Nell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta – con le ferite della guerra e delle lotte fratricide appena rimarginate – si poteva parlare del Ventennio con molta maggiore serenità di quanto attualmente sia consentito. L’ossessione dell’antifascismo e l’esaltazione della resistenza, oggi giunte a livelli di isterismo collettivo, in quegli anni erano marginali e contenute. Non c’era nessuno che si sognasse di mandare partigiani, veri o presunti, a pronunciare pistolotti nelle scuole e non ci si riempiva la bocca di quegli slogan che, oggi, costituiscono le parole d’ordine di certe sinistre manifestazioni o di quegli irritanti richiami a “ricordare” e a “conservare la memoria, per non ripetere gli errori del passato.”

La ragione era evidente; gli uomini e le donne di quel tempo erano a conoscenza di quel ch’era successo negli anni precedenti, durante la guerra, immediatamente dopo; non avevano bisogno di nessuno che dettasse loro una “memoria” da celebrare o da ripetere come un ritornello, perché avevano vissuto personalmente, molti anche sulla propria pelle, gli avvenimenti. Sapevano cos’era stato il fascismo, le cose giuste e quelle sbagliate, avevano conosciuto le rappresaglie tedesche, ma anche i bombardamenti angloamericani, i crimini dei partigiani e il loro scarso contributo militare erano circostanze ben note, diffuse perché viste e direttamente constatate da molti.

Quelle generazioni avevano cioè conosciuto direttamente la verità, nuda e cruda, senza orpelli e senza filtri, o comunque pezzi importanti di verità che, uniti fra loro, in una esperienza condivisa anche fra posizioni ed opinioni diverse, quando una civile discussione era ancora possibile ed il buon senso prevaleva – gli ancora puzzolenti scheletri negli armadi dei comunisti impedivano a costoro di alzare troppo la voce – davano un quadro tutto sommato onesto. E la parte che aveva vinto con le armi – sia pur degli altri – la prepotenza la esercitava già con il potere e non aveva bisogno della menzogna per affermarlo e la polemica con un avversario battuto non era fra i primi punti dell’agenda dei partiti vincitori. Senza contare che una buona fetta della classe dirigente – al governo e all’opposizione – era compromessa col regime fascista, dove si era formata culturalmente e politicamente, e dunque era meglio sorvolare.

Ma passati quegli anni, che gli Italiani dedicarono alla ricostruzione d’un Paese, quindi con lo sguardo verso il futuro e con la speranza che prevaleva sui rancori del passato, senza che – pur sussistendovi le condizioni – si arrivasse ad una ufficiale e onesta ricostruzione della verità storica, ad una pubblica ed autorevole serena valutazione degli accadimenti (con il comunismo italiano che bloccava ogni possibilità di sana revisione e una Democrazia Cristiana ostaggio della paura, troppo tardive apparendo le successive prese di posizione, come quella del presidente postcomunista della Camera Luciano Violante), esauritesi quelle generazioni portatrici di una verità vissuta che impediva girotondi collettivi di falsificazioni, eccole riapparire – la falsificazione o la mezza verità di comodo  – e con esse la partigianeria, la volgare faziosità, la storia riscritta a colpi di pugni sbattuti sul tavolo o (il passo è breve) di chiavi inglesi sulla testa. Si è sostituita all’esperienza vissuta una ricostruzione ideologica, che ha rimesso in circolo odio e divisione violenta, conseguenze di conti mai chiariti con la verità. Che se fosse stata onestamente cercata e obiettivamente diffusa, sicuramente avrebbe assopito tante rabbie, appagato tante frustrazioni, spento sul nascere tante disoneste rivendicazioni. Ma questo investimento la classe governativa italiana – più interessata alle banche e alle clientele dello Stato e del parastato che alla scuola e alla cultura, di cui infatti s’appropriava la sinistra – non ha voluto farlo, assumendosi qualche figura isolata – lo storico De Felice, primo fra pochi, ed ultimamente il giornalista Giampaolo Pansa, senza trascurare il bravo e coraggioso Giorgio Pisanò, per citare i più noti – un compito che sarebbe spettato ad una Nazione degna di questo nome.

Una situazione analoga si è prodotta in Argentina, teatro negli anni Settanta di una vera e propria guerra civile, combattuta con tutti i mezzi, fino ai più atroci, e che qui mette conto richiamare perché ci fornisce conferme importanti e recenti.

Allora si affrontarono gruppi organizzati di estrema sinistra, autori della maggior parte dei crimini e dei fatti violenti, gruppi di estrema destra e una dittatura militare che rispose colpo su colpo, spesso ferocemente, agli atti di terrorismo

Negli ultimi anni della dittatura militare, un articolo del Times scritto da Arrigo Levi raccolse le opinioni di diversi dirigenti politici argentini che, sostanzialmente contrari a quel regime già accusato di feroci eccessi nella lotta al terrorismo, concordarono però nella necessità di una riconciliazione: gli Argentini dovevano fare pace con se stessi e non continuare per altri cinquant’anni a regolarsi i conti. E ciò poteva essere possibile solo raccontando la verità e aprendo un dibattito nazionale, che coinvolgesse tutte le forze e gli attori politici.

Il Paese uscì sanguinante da quegli anni terribili ed in quelli immediatamente successivi si cercò, attraverso atti d’amnistia – di cui beneficiarono tutte le parti del conflitto armato, militari compresi – di giungere ad una pacificazione nazionale. La rinuncia alla punizione da parte del nuovo regime democratico poteva costituire un buon presupposto per favorire, magari non subito, ma nel tempo, senza omertà e reticenze dettate da timori di conseguenze giudiziali, una corretta discussione ed una serena valutazione degli avvenimenti, per giungere infine ad una ricostruzione complessiva dei fatti onesta e convincente.

Il rancore ideologico e la stupidità di una classe dirigente – quella kirchnerista, imbottita di ex terroristi di sinistra e di loro fiancheggiatori – ebbe il sopravvento e portò alla dichiarazione d’incostituzionalità delle leggi d’amnistia per i militari, ma non per i terroristi. Nei tribunali, ancora oggi, sono sottoposti a giudizio, e dunque divulgati, fatti risalenti a quarant’anni addietro imputati ad ufficiali e soldati – quasi duemila sono ancora detenuti, condannati o in attesa di giudizio – mentre le migliaia di omicidi, di sequestri, di rapine, di assalti, di attentati dinamitardi realizzati dalle bande comuniste o paracomuniste sono ufficialmente dimenticati. L’amnistia, per loro, si è trasformata – le radici sono le medesime – in amnesia e la sola memoria dei c.d. “delitti di Stato” è divenuto il mito santificato e purificatore della democrazia argentina.

Nessuna nazione può sottrarsi al dovere di fare i conti con la propria storia. Le guerre civili, come scrisse Henry de Montherlant, sono le vere guerre (Io sono la Guerra Civile, io sono la buona guerra, quella dove si sa perché si uccide e chi si uccide: il lupo divora l’agnello, ma non lo odia; ma il lupo odia il lupo…Sono la guerra della piazza inferocita, la guerra delle prigioni e delle strade, del vicino contro il vicino, del rivale contro il rivale, dell’amico contro l’amico) perchè, a differenza di quelle fra nazioni dove l’avversario da abbattere è un anonimo soldato con una diversa divisa, lì il bersaglio è scelto con cura.

Il germe dell’odio, senza l’unica terapia possibile che è la verità, rimane attaccato addosso e si riproduce come una malattia dormiente pronta a risvegliarsi per nuove epidemie. Finita la stagione della testimonianza, patrimonio delle generazioni passate ed ammortizzatore contro le falsificazioni, subentra il ricordo ad orologeria, il distillato di rancore gabellato per insegnamento, il richiamo alla memoria che diventa immediatamente “damnatio memoriae“, indiretta istigazione al violento disprezzo verso l’altro, e di questo contagio collettivo è responsabile un intero sistema, che va dalle classi dirigenti ai politici locali, dalle élite culturali sino al professorino con “la Repubblica” nella tracolla che avvelena i ragazzi fin dall’età scolastica.

Non di memoria ha bisogno una nazione, ma di verità. Ma a questa bisogna essere allenati, mentre per un Paese che ha vissuto per settant’anni di sotterfugi, menzogne, calate di braghe e dove stampa e comunicazione sono portatrici di un pensiero unico allineato al sistema, le speranze di disintossicazione appaiono soltanto pie illusioni.