Povera patria

Povera patria

Un’altra inspiegabile tragedia sulle strade italiane. A poco più di 4 mesi dal crollo del ponte in provincia di Lecco, un’analoga sciagura si è verificata giovedì pomeriggio: sull’autostrada A14, all’altezza di Camerano in provincia di Ancona, nel tratto compreso tra Loreto e Ancona Sud, un cavalcavia è crollato sulla corsia nord dell’autostrada schiacciando un auto in transito e causando la morte dei due coniugi a bordo della vettura coinvolta.

La tragedia che si è consumata giovedì sull’A14 diviene simbolo di un’Italia in stato comatoso, in cui seguitano incessantemente proclami e deliri di grandezza proposti da una politica autoreferenziale e completamente distaccata dalla realtà di una nazione in ginocchio, sotto ogni punto di vista.

Ebbene, a questo punto alcune considerazioni sorgono spontanee. Non mi addentrerò in lunghe e noiose analisi circa la situazione drammatica in cui versa la gestione della cosa pubblica. Mi limiterò, in poche righe, a descrivere alcune paradossali situazioni che hanno contraddistinto la politica infrastrutturale dell’ormai ex Belpaese. In ordine sparso: viviamo in una grottesca nazione in cui viadotti e cavalcavia crollano senza un motivo apparente; in cui ogni sisma, anche di magnitudo contenuta, provoca tragedie umane, sociali ed economiche immani; in cui le abitazioni e le strutture pubbliche (comprese quelle di recente costruzione) si sgretolano come castelli di sabbia. Siamo una nazione che ostenta e idealizza la sciatteria, dove numerose linee ferroviarie continuano a viaggiare a binario unico causando, di fatto, un rischio di sicurezza per gli utenti. Viviamo nel paese in cui le rete autostradale è la più vecchia d’Europa ma, ciononostante, continua ad essere tra le più care al mondo; dove le strade dei centri urbani sono ridotte a colabrodo, senza che vi sia alcun tipo di manutenzione; dove, per sopperire alla cronica carenza di risorse pubbliche, si ricorre alla privatizzazione di servizi essenziali. Siamo uno stato in cui tutto si tollera e tutto si dimentica, nel quale le strutture scolastiche cadono a pezzi causando vittime innocenti; in cui i terremotati sono costretti ad attendere mesi e mesi per l’assegnazione di uno squallido container.

In barba al buonsenso, in Italia si preferisce costruire gigantesche opere infrastrutturali, giudicate inutili dagli esperti e osteggiate dalle popolazioni locali, come il Tav, la cui unica utilità sarà quella di trasportare merci a velocità mirabolanti verso una Russia inibita economicamente dalle recenti sanzioni internazionali (perorate dalle nostre istituzioni.) Sperperiamo denaro pubblico per l’organizzazione di grandi eventi, alimentando speculazioni di ogni sorta, corruzione e malaffare. L’Expo è il caso lampante: migliaia di metri cubi di cemento che diverranno, con tutta probabilità, un immenso centro di accoglienza a cielo aperto. E ancora: abbiamo lo “stravagante” caso delle olimpiadi invernali di Torino, in cui gli alloggi degli atleti sono diventati, nel volgere di poco tempo, ricovero di fortuna per orde di immigrati, spacciatori e delinquenti di ogni genere. E per finire, l’apoteosi del ridicolo: vogliamo costruire il ponte sullo stretto di Messina, nei pressi di una faglia sismica attiva. Al contempo, nel paese della memoria corta, abbiamo dimenticato che il solo studio di realizzazione del Ponte è costato centinaia di milioni euro. In tutto questo marasma, non si erano mai viste così tante oscenità trasformate in fierezza nazionale.

Insomma, viviamo in una nazione che definire ridicola è, forse, riduttivo. Si salvi chi può!