Avanti verso la dissoluzione: difesa comune ultima tappa

Avanti verso la dissoluzione: difesa comune ultima tappa

Il recente incontro a quattro a Versailles  un tempo si sarebbe detto dei “grandi quattro”, ma dubito che anche il commentatore più generoso possa definire “grande” la combriccola formata da Merkel, Hollande, Gentiloni e Rajoy – ha prodotto un gran vociare sull’annunciata “Europa a più velocità”.

Ne prendiamo atto, come prendiamo atto che la tesi che nazioni diverse vadano governate in modi diversi, tesi, fino a qualche tempo fa irrisa e considerata indebita provocazione populista, oggi venga bandita dal prestigioso (e storicamente infelice) seggio di Versailles.

Tuttavia, l’annunciato cambio di passo del monolitismo col quale le istituzioni comunitarie hanno fino ad ora amministrato il continente resta perso nel fumoso e, ad oggi, nessuna notizia di cosa quel “più velocità” possa concretamente dire è stato illustrato.

Diversamente, molto diversamente, un altro progetto, questo sì ben concreto, è stato annunciatoCome al solito, si parte da un acronimo inintellegibile e ignoto ai più: MPCCMPCC sta per Military Planning and Conduct Capability, ossia il primo nucleo di uno Stato Maggiore Europeo.

La falsa riga col quale si getta il seme della futura difesa comune è sempre lo stesso, si crea un’autorità superiore a quelle nazionali, naturalmente propensa ad avocare a sé le loro rispettive competenze. Avocare a sé, non coordinare; sostituire e soppiantare, non confederare e consociare.

Qui una breve nota è d’obbligo. Chi scrive, infatti, non è certamente ostile a che l’Europa tutta si doti di mezzi militari capaci di darle maggior spolvero sulla scena internazionale, né che la famiglia delle nazioni europee trovi i mezzi di scrollarsi di dosso l’opprimente tutela militare yankee. Tuttavia, è bene evidente che, nella mente di questi padri delle nuove armi europee, il tanto abusato nome “Europa” sia nulla più che un nome, per l’appunto. Europa ossia un’espressione geografica, Europa ossia terre che possono benissimo essere abitate da europei come da africani, da arabi come da curdi o cingalesi, da pastori pasthun come da indios delle Ande, e chi più ne ha più ne metta.

Facile capire, allora, che l’obiettivo non è rafforzare l’Europa, l’unica vera Europa possibile, quella che si struttura come una famiglia di nazioni amiche e confederate, indipendenti ma strette (non soffocate) da vincoli di amicizia, alleanza, cooperazione, comune identità e comuni interessi.

Al contrario, l’obiettivo è, violentando il nome d’Europa, strappare ogni nazione e ogni popolo a se stesso per gettarlo in un calderone indistinto, che oggi può avere i confini e il nome dell’Europa, ma che domani potrà estendersi a più vasti lidi, rassomigliando sempre più a quel governo mondiale, vecchio e ormai prossimo cruccio delle logge di tutti i tempi.

Mpcc, quindi, Stato Maggiore Europeo pronto a porsi in diretta concorrenza, ma con un posto di privilegio sulla linea gerarchica, con gli Stati Maggiori Nazionali. A fotocopia, si replicano i processi di gemmazione delle istituzioni europee. Come si ha una Banca Centrale Europea, un Parlamento Europeo, una Corte Europea, una Commissione Europea, pronte e in posizione a finire l’opera di sostituzione delle Banche Centrali Nazionali, dei Parlamenti Nazionali, delle Alte Corti Nazionali e dei Governi Nazionali, così, infine, si ha uno Stato Maggiore Europeo sovrapposto a quelli nazionaliGuarda caso, la banca precede la caserma, singolare inversione della linea del comando che si riscontra nella modernità occidentale.

Ovviamente, il tutto procede in sordina, senza inutili strombazzamenti. Il progetto di unione politica europea, intesa come formazione di un superstato federale, cassato dal diniego del trattato di Lisbona espresso ormai più di dieci anni fa da francesi e olandesi, ritorna, più prudentemente di allora, dalla finestra.

Facciamo l’unione politica, facciamo il superstato federale che annulla tutti gli altri, però non diciamo che lo stiamo facendo e lo facciamo un pezzo alla volta, senza chiedere il parere di nessuno. Facile, no?

Come ci siamo trovati in tasca una moneta non italiana, di cui nessuno aveva avvertito la necessità e della quale nessuno è stato interpellato per verificarne la legittimità, così ci troveremo presto tra le strade un esercito non italiano posto a nostra tutela.

Moneta straniera, esercito straniero: un tempo si sarebbe detta invasione, eppure è qui la mefistofelica genialità di questa forza della dissoluzione. Non c’è più un occupante identificabile, una bandiera o un popolo nemico, oggi la spoliazione della sovranità non la compie con la violenza una nazione sull’altra, la compiono tutte le nazioni contro tutte le altre e contro sé stesse, in un’assurda danza di suicidio collettivo.

Inutile dire che il comando europeo in discussione, qualora dovesse divenire operativo, sarà un’altra istituzione dai tratti mostruosi, ennesimo Leviatano di hobbesiana memoria trapiantato nel tempo della generazione Erasmus. Leviatano inutile, che sarà bandito come necessario, ovviamente a fatti già compiuti.

Come infatti senza consultazioni ci siamo trovati l’euro e abbiamo abdicato alla lira, sentendoci dire che tutto ciò era “necessario e irreversibile”, così, quando ci troveremo l’esercito europeo che nessuno aveva chiesto, ci verrà nuovamente e doviziosamente raccontato che esso è “necessario e irreversibile”.

Poco importa che per la difesa europea si potessero mettere in campo altri e più efficaci strumenti che non spogliare ogni nazione delle proprie armi. Il modello c’era già, la Nato, organizzazione salda e potente, concepita però come una serie di trattati di alleanza tra elementi indipendenti.

Certo, l’indipendenza dei singoli contraenti del Patto Atlantico, vista la quota di maggioranza del suo socio americano, è sempre stata più nominale che reale. Tuttavia, replicare una simile logica di trattato all’interno dell’Europa, senza cioè padroni più o meno dichiarati, non sarebbe stato possibile?

La Nato, che aveva la sua giustificazione storica nell’essere argine al comunismo, a quasi trent’anni dell’abbattimento del muro di Berlino non ha forse fatto il suo tempo? L’opportunità fornita dalla sorprendente vittoria di Trump non avrebbe potuto dare il là per rivedere le relazioni USA-Europa, sciogliere i trattati transatlantici e riproporli in versione più ristretta, in una chiave unicamente cisatlantica e intra-europea?

Le nazioni europee, cioè, non potevano confederarsi e consociarsi tra loro, come hanno già fatto ai tempi della Guerra fredda legandosi agli Stati Uniti, escludendo però questa volta lo zio Sam?

Quello dell’alleanza sarebbe stato uno strumento facile e già collaudato di cooperazione, capace di preservare tanto l’identità dei singoli eserciti quanto le loro tradizioni e fedeltà nazionali, quanto la singola responsabilità dei vari governi nel mantenimento dell’alleanza rispetto ai propri popoli, quanto, ancora, la libertà di azione e proiezione delle singole nazioni al di fuori dei limiti sanciti dagli accordi trattati per poter tutelare legittimamente e autonomamente i propri interessi.

Oggi, invece, andiamo verso un futuro differente. Un generale finlandese, tale Esa Pulkkinen, è già stato nominato a capo del nuovo Leviatano di Bruxelles, mentre il vicepresidente della Commissione Europea, Jirky Katainen, ha assicurato che entro il 2020 nascerà un fondo europeo per finanziare la spesa della difesa comunitaria (ossia la fine di politiche fiscali nazionali indipendenti e sovrane).

Non si illuda chi, magari da destra e rispondendo pavlovianamente alla parola “esercito”, creda che l’Europa si possa rafforzare e tornare ad essere più degna di sé stessa per questa via; la fusione delle varie armi europee non si farà in armonia, né sarà quell’intesa da stabilirsi tra le varie capitali europee, sempre libere e sovrane, immaginata da De Gaulle per creare un blocco solidale e indipendente rispetto tanto agli USA che all’Unione Sovietica.

A Versailles oggi non si rifà quello che un tempo si definiva “il concerto europeo”. L’Europa è una grande e nobile famiglia di nazioni e la natura, come la ragione, nonostante i tentavi degli odierni gender fluid, non prescrive l’incesto come modus vivendi di una buona famiglia.