Giovanni Boldini

Giovanni Boldini

Terminerà il 16 luglio una mostra antologica davvero imperdibile, poiché presenta le opere del migliore – ricordiamoci questa parola, visto che ritornerà nel nostro articolo – almeno per quanto concerne gli anni che lo videro attivo nel campo dell’arte. Di chi stiamo parlando? Ecco, il solo fatto che non venga subito in mente il nome di Giovanni Boldini (1842 – 1931) giustifica quelle che saranno le nostre polemiche conclusioni; ma andiamo per gradi.

L’esposizione è ospitata nel Complesso Monumentale del Vittoriano – Ala Brasini di Roma, raccogliendo circa 160 opere non soltanto di Boldini, ma anche di altri grandi maestri italiani. Ciò arricchisce ancor di più questa mostra, nella quale trasuda quel fascino femminile, fatto di abiti sontuosi e fruscianti, i quali caratterizzarono la Belle Époque: un periodo di colti salotti e moderne dame aristocratiche, anni di passioni talvolta travolgenti. Un’epoca completamente spensierata, ignara che tanta irresponsabile gaiezza sarebbe stata poi annichilita dallo scoppio della Grande Guerra.

Lasciata negli anni sessanta del XIX secolo la natia Ferrara, per raggiungere Firenze, poi Londra e infine Parigi, Boldini fu artefice di una profonda modernizzazione del linguaggio pittorico a livello europeo, introducendovi quasi con prepotenza quelle che gli odierni storici dell’arte amano chiamare “cifre”, che, nel caso di Boldini, sono senza ombra di dubbio il movimento e il dinamismo. I suoi ritratti sono infatti palpitanti di vita, quella vita che Boldini visse intensamente, viaggiando e traendo ispirazione dai luoghi e dai personaggi con i quali veniva in contatto. Attraverso le sue opere, egli seppe raccontare come nessuno la Belle Époque, con una sublime formalità che diventa narrazione.

La locandina dell’esposizione mostra quella che è forse la tela maggiormente nota dell’artista, seconda solo a quella magnifica pittura che è il Ritratto della Marchesa Luisa Casati (1911 – 1913); ci riferiamo al Ritratto di Donna Franca Florio, realizzato tra il 1901 ed il 1924. Boldini immortala colei che veniva ironicamente chiamata la Regina di Sicilia, definita da D’Annunzio: “L’unica. Una creatura che svela in ogni suo movimento un ritmo divino”. Un’opera dalle vicende assai travagliate. Il quadro, in seguito alla rovina finanziaria della famiglia Florio, viene comprato dal Barone Maurice de Rothschild; dal 2006 è stato esposto a Villa Igiea a Palermo. Oggi il dipinto è coinvolto nella procedura giudiziaria che interessa il Gruppo Acqua Marcia (Francesco Bellavista Caltagirone) ed è eccezionalmente in prestito alla mostra del Vittoriano. Sarà successivamente messo all’asta e potrebbe, quindi, trattarsi di una delle ultime occasioni per ammirarlo in pubblico.

Tornando allo stile del pittore, va ricordato come la sua ricerca di quello che potremmo definire un “attimo fuggente” è cristallizzata nei colori, non importa se a olio, pastello o nei rapidi tratti di matita, i quali diventano contorni solenni, benché non delineati. Egli fu un geniale anticipatore della modernità novecentesca; colui che seppe come nessun altro esaltare la bellezza femminile, svelando l’anima più intima e misteriosa delle nobili dame dell’epoca, che l’artista rendeva icone potenti, quanto piene di sensuale inquietudine. Donne prima ancora che mogli, i cui ritratti fanno trapelare un senso di difficoltà nell’adeguarsi al ruolo femminile convenzionale, l’essere soltanto madri e spose. Le “fragili icone” create da Boldini comunicano una voglia, un incessante desiderio. Il pittore le rende sistematicamente più belle della realtà, allestendo un autentico “campionario della brama”; immancabilmente elegante, quanto sfacciato.

La scrittrice e collezionista Gertrude Stein sostenne che Boldini sarebbe stato considerato “Il miglior pittore dell’Ottocento”. Ecco, allora, che la nostra affermazione in apertura trova un autorevole riscontro. L’artista, comunque, non si limitò solo a rappresentare il femminile, ma pure alcuni eccellenti protagonisti della cultura a lui coevi, come per il Ritratto di Giuseppe Verdi seduto (1886), proveniente dalla Casa di Riposo per Musicisti – Fondazione Giuseppe Verdi di Milano. Un olio su tela che svela quanto questo pittore fosse universale: qui esalta una virilità intellettuale manifestata in una resa delle mani del grande compositore italiano che lascia a bocca aperta. È sempre così quando si incontrano le opere di Maestri quali Caravaggio, Boldini e Sironi: si entra in una sala di un museo o di una mostra e si rimane silenti, subito si individua un loro quadro, ci si avvicina quasi come un cobra incantato da un fachiro indiano, si rimane lì a fissare ogni angolo di pittura, muti, per poi riuscire a proferire qualche parola confusa dopo svariati secondi. L’Italia ha prodotto geni come nessun altro Paese, per dimostrarlo sarebbero alla fine sufficienti questi tre artisti.  

Facendo un passo indietro, è utile ricordare che, sin dal 1864, durante il suo soggiorno fiorentino, Boldini partecipa ai moti di rinnovamento artistico dei macchiaioli, percependone tutta la portata innovativa. A Firenze giungevano tutti i più importanti maestri europei, in particolare francesi. Boldini inizia ad apprezzare i loro lavori e compie il suo primo viaggio nel 1867 a Parigi, in cui emigra definitivamente nel 1871. La Ville Lumière è per lui la vera Mecca dell’arte e della vita. Grazie agli uffici della contessa Gabrielle de Rasty (in mostra vi è l’opera La contessa de Rasty a letto, 1880 ca.), con la quale egli intreccia un’intensa relazione, Boldini entra nei migliori salotti della città, diventando il ritrattista preferito di tutta l’alta borghesia e nobiltà parigina, introducendosi negli ambienti più esclusivi e ottenendo un benessere economico che susciterà non poche invidie tra i suoi colleghi. Comunque sia, fra le “divine” – così egli definisce le decine di muse passate per il suo atelier – figurano i nomi più in vista delle donne dell’epoca, che il pittore fa “sfilare” una dopo l’altra nei suoi ritratti, posizionandole su poltrone Luigi XV o Stile Impero. Come detto, queste sue muse vengono raffigurate in un modo quasi “provocatorio”, mostrandole totalmente consapevoli del desiderio che suscitano nell’immaginario maschile; donne forti, la cui femminilità è, nel contempo, seduttiva e disorientante.

Una pittura, quella di Boldini, talvolta “accennata”, che si alterna a uno stile decisamente compiuto negli anni che vanno dal 1871 al 1878, alla ricerca di una bellezza assoluta e senza tempo. Egli era altresì un uomo scaltro, che soleva spingersi oltre i leciti confini professionali, diventando spesso il confidente delle dame che ritraeva. Si potrebbe persino parlare di un “seduttore che dipingeva delle seduttrici”, dove l’elemento femminile per eccellenza, la moda, trova totale soddisfazione in una tipologia pittorica che non sarebbe scorretto definire come “ritratti in movimento”. Il miglior artista del XIX secolo era talmente abile che, malgrado non amasse molto definire i contorni, riusciva magicamente a valorizzare quegli abiti resi come delle scariche elettriche.

Boldini non dimenticò mai le varie correnti artistiche dalle quali attinse tecnica e ispirazione. Ragion per cui, egli riprese la “luce” dei macchiaioli, come in Marina a Castiglioncello (1865 – 1866). Se i suoi ritratti sono una “recita della seduzione”, è perché il pittore segue una vocazione quasi “teatrale”, animato dalla voglia della messa in scena, come si evince da Il paggio. Giochi col levriero (1869). In quest’ultima opera sembra quasi di vedere rielaborate le atmosfere di alcune commedie di William Shakespeare, tra tutte Molto rumore per nulla (“Much Ado About Nothing”, 1598 – 1599). In effetti e a pensarci meglio, diversi titoli dei suoi quadri sembrano riecheggiare quelli delle commedie teatrali.

La versatilità è un altro dei suoi punti forti e, allora, si trovano esempi di pittura che anticipano in parte l’astrattismo: Composizione con tavolo e spadino (1878 ca.). Eppure, Boldini è sempre stato e rimane imprevedibile e nello stesso anno dipinge Berthe che legge la dedica sul ventaglio (1878), con una resa fenomenale nei dettagli, seppur mai “fotografica”. Non vi è mai pace, se non per l’occhio, quando si ha a che fare con le sue opere; nei suoi ritratti esplode un dinamismo in cui è lo sfondo che ci appare in movimento, una sorta di cinema dipinto, dove il soggetto ritratto è fisso, mentre contemporaneamente il fondale è pieno di animazione: Ritratto di Goursat, detto Sem (1902).

Se proprio è necessario inquadrare lo stile di un artista incredibilmente unico come Boldini, possiamo dire che oscilla tra quello di Edgar Degas, suo grande amico, e quello del compatriota, anche egli “espatriato” a Parigi, Giuseppe De Nittis, nel catturare dei momenti di intimità: Dopo il ballo (1884). Nondimeno, sono sufficienti pochi anni e si incontra un’opera come Navi a Venezia (1887 ca.), nella quale è possibile distinguere la grande fascinazione in Boldini per il principale pittore romantico, William Turner, i cui lavori egli ebbe modo di conoscere durante un suo soggiorno in Inghilterra. Tutto questo, per dire che non esiste alcuna “cesura” nella carriera dell’artista italiano, giacché egli non abbandonerà mai le varie influenze che lo hanno segnato. Per questo motivo, non vi è da meravigliarsi che un suo quadro ricordi non poco quelli di Toulouse-Lautrec: Ballerina in mauve (1885 ca.). Tutto quello che lui vide a Parigi, lo fece suo, per poi reinterpretarlo, preferibilmente tramite un’esplosione di elegante sensualità: La Contessa de Rasty coricata (1880 ca.).

In mostra ci sono inoltre trenta opere “di confronto” di artisti contemporanei a Boldini. Tra queste, due ci hanno colpito in particolar modo. Una è quella del principale ritrattista di donne, proprio dopo Boldini, quel Vittorio Matteo Corcos (1859 – 1933) il cui Sogni (1896), uno dei capolavori della GNAM di Roma, rimane indelebile nella mente di chi ha la fortuna di vederlo. Di Corcos è qui presente la tela, Castiglioncello (1910), nella quale appare abbastanza chiaro come la donna in lui sia decisamente più “pudica” che in Boldini. La seconda è il Ritratto di Giovanni Boldini (1912 – 1913) dello scultore italiano di origine russa Paolo Troubetzkoy (1866 – 1938).

La pittura di Boldini è la quintessenza della bellezza femminile. Storditi da tante raffigurazioni di ricche seduttrici, si viene definitivamente messi al tappeto verso la fine del percorso espositivo dal Ritratto di  Mademoiselle de Nemidoff (1908). Il “problema” con questo pittore sta nei sensi, poiché corrompono ed erodono quella che dovrebbe essere la sobria e distaccata riflessione dello studioso chiamato a commentare queste opere. Boldini ebbe enorme fortuna sia in vita che dopo la sua morte, essendo presente in vari  musei e collezioni private e avendo anche un museo a lui dedicato nella sua Ferrara. Purtroppo, viviamo in un Paese sostanzialmente indegno della sua impareggiabile storia, con un popolino stolto, indottrinato da addetti ai lavori perlopiù esterofili e di scarsissima qualità. Nell’estasi della contemplazione dei quadri di Boldini, è giunto al nostro orecchio l’immancabile brutto, nello sciocco commento di una giornalista che sentenziava a una sua collega: “Conosci il Museo di Ferrara? È bruttissimo, non ha niente”. Peccato, cara signora, che lei abbia occhi non collegati a un cervello ben educato; altrimenti capirebbe che i numerosi disegni qui in mostra, e provenienti per l’appunto dalla collezione ferrarese, sono imprescindibili strumenti di ricerca per comprendere l’evoluzione della tecnica pittorica di questo artista, forse addirittura più che i quadri stessi.  

Possiamo riassumere dicendo che sono la sensualità e il movimento le “cifre” di Boldini, il tutto sistematicamente declinato in una bellezza che sconcerta. Se è vero che la vita è azione, moto, allora Giovanni Boldini ne è stato il migliore interprete. Non desta stupore, perciò, la sua ammirazione per D’Annunzio e i futuristi, come, del resto, il suo anticomunismo. Come poteva non provare disprezzo verso il concetto di “proletario”, di un volgare realismo, colui che della lussuosa eleganza aveva fatto il proprio dogma. Ciò che invece lascia meravigliati è il fatto che egli fu talmente grande da riuscire a rendere “cinetico” il genere pittorico statico per eccellenza, il ritratto.

Un artista “del gesto”, di quel fremito che aleggia sui corpi e sui volti. Nel 1926, Boldini conosce, già ottuagenario, la trentenne giornalista Emilia Cardona, che diventerà sua moglie, concedendole un’intervista per la Gazzetta del Popolo. Riportiamo una sua frase che tutto dice del “miracolo”, in senso artistico, di Boldini: “Nessuno ha saputo far stare sedute le persone come Boldini”. Potremmo oggi espandere tale osservazione, dicendo che nessuno ha saputo dipingere così nell’800. Il migliore del suo secolo, come del XX lo furono i sempre nostri De Chirico e Sironi. Ciononostante, per decenni, la critica ci ha riempito la testa con primati sostanzialmente “fasulli” e, ovviamente, stranieri: impressionisti, Matisse, Picasso.

Il filosofo della Tradizione Julius Evola ebbe un atteggiamento ondeggiante tra l’interesse e il rifiuto verso quella che nella Germania nazionalsocialista venne chiamata “arte degenerata”, essendo egli stesso uno dei principali esponenti del Movimento Dada. Sicuramente nelle avanguardie non vi fu niente di immorale, anzi, ed Evola questo lo comprese bene, continuando a dipingere per puro piacere personale per gran parte della sua vita, benché egli considerasse definitivamente conclusa la sua personale stagione come pittore già nei primissimi anni ’20. Evola avrebbe comunque giudicato assai male quegli studiosi che per fama e soldi hanno ubbidientemente seguito i dettami di New York e Parigi, a causa dei quali si sono relegati in un angolo tre maestri italiani, indiscussi campioni della pittura moderna – Boldini per l’800; De Chirico e Sironi per il ‘900 – preferendogli sistematicamente i soliti altri. Lo stesso dicasi di quei critici americani che si sono spesi in lodi sperticate sugli impressionisti, ignorando che i macchiaioli sono stati pari e forse migliori di costoro. Per tale motivo, si potrebbe giustamente parlare di “critica degenerata”; non fosse altro per il semplice fatto che qualcuno tentenna ancora nel considerare Boldini il miglior pittore della sua epoca. Ciò non va compreso leggendo i libri di Storia dell’Arte, basta avere gli occhi per accorgersene.