Il viaggio di Marine Le Pen in Ciad

Il viaggio di Marine Le Pen in Ciad

Settimana scorsa, Marine Le Pen si è intrattenuta in un interessante viaggio a N’Djamena, capitale dello stato subsahariano del Ciad, accolta dal presidente e dal parlamento locale.

La notizia non è stata minimamente trattata dai nostri media, né quelli d’Oltralpe le hanno dato il risalto che avrebbe meritato. Sarebbe stato forse un po’ imbarazzante vedere chi è stato per anni dipinto come bieco razzista, seminatore d’odio, edificatore dei famigerati “muri”, xenofobo, egoista, chiuso alle esigenze del mondo al di là del Mediterraneo, non solo recarsi molto a sud della sponda meridionale del nostro mare, ma anche essere applaudito e ben accolto dalle autorità e dalla gente locale.

Questa visita, così come il caloroso benvenuto tributato dagli africani alla candidata del Front National all’Eliseo, avrà certamente stupito i tanti soloni dell’accoglienza, sempre pronti a parlare di Africa dai salotti parigini (o romani); eppure, oltre allo stupore, bisogna guardare i fatti.

I fatti dicono che la Le Pen ha indubbiamente mostrato in questa occasione una grande statura e una dimensione veramente presidenziale. Certo, a Marine Le Pen non sono mai andati nostri plausi totalmente acritici, soprattutto per il suo disingaggio dalle questioni fondamentali della vita, della famiglia o di un ripensamento positivo del concetto di laicità; tuttavia, bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. Bisogna, quindi, riconoscere che, con questa visita, per quanto disertata dall’attenzione mediatica, Marine ha lanciato un nuovo e positivo modello per ripensare i rapporti tra Europa e Africa e, ovviamente, in particolare, tra Francia e Africa francofona.

Faccia a faccia con i ciadiani, Marine ha parlato in maniera franca ma realistica di questi rapporti e ha esplicitamente detto, senza odi o toni di propaganda, ma in maniera semplicemente onesta, che la Francia non può accogliere tutta la miseria di questo mondo, che la soluzione del disagio delle popolazioni africane non è l’abbandono della propria terra d’origine (rivendicato qui come un “diritto”, mentre l’unico diritto sarebbe avere un futuro sulla propria terra) per il trasferimento in Europa, sperando, magari, nell’assistenzialismo dei ricchi occidentali.

Realisticamente, la Le Pen ha stigmatizzato la politica di cosiddetta “françafrique” condotta per decenni dai governi parigini (di destra o sinistra che fossero) di sostanziale disinteresse alle sorti dello sviluppo del continente nero, rivolta al più a tutelare gli interessi schiettamente economici delle grandi multinazionali capaci di arricchirsi in Africa, lasciando che i problemi di miseria e sussistenza delle popolazioni autoctone si risolvessero tramite le valvole di sfogo delle migrazioni e degli aiuti internazionali.

“Né carità né cupidigia, ma interessi comuni”, questo il messaggio rivolto da Marine agli africani per l’impostazione di relazioni nuovamente positive tra queste due aree del mondo. A differenza del suo concorrente global-chic, Emmanuel Macron, che – in visita in Algeria per accattivarsi i voti dei milioni di algerini francesizzati via Ius Soli che costituiscono il corpo elettorale francese – ha definito la colonizzazione un “crimine contro l’umanità”, Le Pen non ha ceduto in alcun modo a forme ipocritamente “pentite” del passato di potenza coloniale della Francia.

Lungi dall’alimentare un senso di colpa buono solo ad attizzare un immotivato rancore presso gli africani e uno stolido auto-disprezzo presso gli europei, Marine ha parlato di collaborazione, ognuno sul proprio territorio, di sviluppo comune, di interessi comuni, da perseguire, appunto, né per mera e illusoria carità – nessuna nazione si muove per fare elemosine – né per mera distruttrice cupidigia, fatto che, aggravando ulteriormente le condizioni di quelle nazioni, non farebbe che ampliare l’emorragia demografica dei flussi migratori verso l’Europa.

Proseguendo la sua visita presso i militari francesi presenti come forza di combattimento – e il termine “forza di combattimento”, al posto dell’ipocrita “forza d’interposizione”, spesso usato dai rappresentanti del poter parigino, è stato volutamente sottolineato dalla Le Pen, per indicare chiaramente cosa in realtà fanno (e giustamente devono fare) i militari francesi in quel teatro – li ha indicati chiaramente come esempio fondamentale di questa necessaria collaborazione. Riconoscendo, cioè, la difficoltà degli stati africani a garantire certe condizioni essenziali di sviluppo, tra cui anche la sicurezza e la difesa militare, Marine ha assicurato loro che la Francia, in caso di una sua vittoria elettorale, non li abbandonerà su questo fronte, ma anzi si impegnerà ancora maggiormente.

La Francia, anziché chiudere gli occhi sull’Africa, cullando il proprio senso di colpa autoindotto con un po’ di assistenzialismo e un’accoglienza senza freni, provvederà ad essere presente in maniera attiva, come non lo era da tempo, sul terreno, laddove nascono le crisi.

Contrariamente a chi la definisce espressione di un nazionalismo egoista, con questo viaggio Marine Le Pen ha mostrato chiaramente che è l’Europa a doversi proiettare in Africa, che sono gli europei che, disponendo di una indubbia superiorità politica, culturale, economica, militare, devono avere, circa le grandi problematiche di quelle aree, un approccio attivo e che devono tornare, facendo certamente i propri interessi, a occuparsi in prima persona di quelle aree.

Oggi più che mai, con una parte del mondo, il nostro, in invecchiamento e decadimento, e un’altra, più giovane e in grande crescita numerica, ma in perdurante stato di bisogno e necessità, è quanto più necessario sostituire attivamente al lassismo odierno, predicato con vanto dalle cancellerie europee – essendo certi fenomeni sempre “irreversibili” – una postura decisa, coraggiosa, intelligente, volta a rimuovere le radici delle crisi e volta all’azione politica, economica e, dove necessario, militare delle nazioni d’Europa in Africa e in altri teatri.

Contrariamente a chi qui da noi la definisce “seminatrice d’odio”, Marine Le Pen ha invitato i ciadiani a ricercare il proprio futuro e il proprio sviluppo sulla propria terra, a non perdere sé stessi e la propria identità negli indistinti e alienanti calderoni di melting-pot dei quartieri di periferia delle grandi metropoli occidentali.

Ha promesso che questo sarà l’impegno della Francia sulla scena internazionale se dovesse realmente arrivare all’Eliseo: tracciare una politica estera che miri a rendere la Francia una forza guida e di sicuro riferimento per tutta l’Africa di lingua francese.

Un buon esempio.