Las Malvinas son Argentinas (Seconda parte)

Las Malvinas son Argentinas (Seconda parte)

La direttiva delle Nazioni Unite non scosse la tradizionale flemma britannica e, nonostante le ripetute proteste del governo di Buenos Aires, non vi fu alcun avanzamento nelle trattative fino a che, nel febbraio del 1976, un incidente (una nave militare argentina sparò, nell’area delle acque contese, una cannonata contro una nave inglese che effettuava lavori di esplorazione del sottosuolo) rimise in moto una serie di incontri, durante i quali però gli occupanti prospettarono solo eventuali cooperazioni nel settore della pesca e dello sfruttamento dei fondi marini. Solo nel 1977 – era iniziato l’anno precedente il proceso de reorganización nacional, ossia il regime militare inizialmente capeggiato dal presidente Videla – il governo di Sua Maestà accettò l’apertura d’un vero e proprio negoziato, ammettendo anche la discussione sulla sovranità non solo delle Malvinas ma anche delle Georgias del Sud e delle Sandwich del Sud – escludendo però ogni soluzione che risultasse sgradita ai Kelpers e non approvata dal proprio parlamento – e si giunse ad una serie di dichiarazioni congiunte sulla soluzione pacifica della controversia e sulla cooperazione economica nei territori e nei relativi spazi marittimi, senza però, ancora una volta, arrivare a passi concreti. La tattica degli Inglesi era quella di mantenere in piedi le trattative, consapevoli della loro attuale debolezza militare nell’area. L’Argentina dal canto suo aveva già iniziato l’invio di un contingente navale presso l’isola di Thule, nelle Sandwich meridionali mentre gli Inglesi, per non essere da meno, iniziavano a muovere verso l’Atlantico sud-occidentale forze militari.

Il dialogo rimaneva aperto, ma i negoziati non facevano un passo in avanti, anche perché gli Inglesi pretendevano che vi fossero rappresentati i Kelpers, decisamente contrari alla cessione della sovranità; nel luglio del 1981, il ministero degli esteri argentino inviava una lunga e dura nota all’ambasciata britannica, che terminava con l’avvertimento che “nessuno può seriamente sostenere che lo status quo possa prolungarsi per ancora molto tempo”.

L’assunzione di Reagan, più attento a contrastare l’infiltrazione comunista nell’America spagnola e meno rigido del predecessore sulla questione dei “diritti umani”, ripetutamente contestati dall’amministrazione Carter alla giunta militare argentina, la nomina del generale Fortunato Galtieri alla presidenza della nazione, la sua ricerca di dialogo con Washington e l’intervento militare argentino in San Salvador a favore del presidente Duhalde e a fianco degli Stati Uniti contro la guerriglia marxista-leninista istigata e sostenuta da Cuba e Nicaragua, avvicinò i due paesi americani ed illuse il governo di Buenos Aires sulla possibilità che la potenza nordamericana, la quale continuava a dichiararsi neutrale nella controversia delle Malvinas, potesse in qualche maniera influire favorevolmente sulla conclusione della vicenda, dimenticando che l’alleanza strategica anglosassone era ben più forte della, da sempre altalenante, solidarietà panamericana di monroistica memoria. L’estate australe del 1981/1982 vide l’esercito argentino allertato per un imminente intervento – già da tempo programmato come concreta ipotesi di conflitto – accelerato dalle informative provenienti da Palacio San Martin, la sede del ministero degli esteri, che ritenevano improbabile una forte reazione inglese nel caso di iniziativa militare argentina.

I negoziati, proseguiti alla fine di febbraio a New York, dopo che il mese precedente Buenos Aires aveva nuovamente invitato Londra a considerare le proprie pretese sulla sovranità delle isole come dato irrinunciabile, non portarono a nessun significativo cambiamento, se non la costituzione di una commissione permanente di negoziatori e il riconoscimento inglese che la questione di sovranità includeva, oltre le Malvinas, anche le Georgias meridionali e le Sandwich meridionali.

Lo sbarco sulle isole avvenne il 2 aprile, mentre gli Inglesi, già ampiamente a conoscenza degli spostamenti navali della flotta argentina, avevano già iniziato a muovere la loro. Il 10 dello stesso mese una folla oceanica entusiasta si radunò in Plaza de Mayo per ascoltare la voce del presidente, e questa presenza testimonia che quella delle Malvinas fu una guerra sentita, giusta, popolare come lo dimostrò la richiesta di arruolamento presentata da duecentomila civili, pronti a combattere per la patria. Quello che però gli Argentini non sapevano era che la stessa guerra era condotta da una classe dirigente militare litigiosa, confusa, senza strategie politiche, che proiettò nella guerra le divisioni che la laceravano – con aspri contrasti fra esercito, marina ed aviazione – al proprio interno, con gravi deficienze nella stessa conduzione tattica e che mandò allo sbaraglio, contro truppe addestrate e professionali, dei soldati di leva malamente equipaggiati e che patirono fame e freddo nelle gelide montagne del sud Atlantico.  Quel 10 di aprile costituì il punto di non ritorno: la Junta militar, dopo aver promesso battaglia se gli Inglesi fossero arrivati, non poteva più scendere a compromessi; e questo fu il senso del rifiuto argentino alle proposte di mediazione che insistentemente il segretario di stato statunitense Haig rivolse a Buenos Aires.

Sull’esito della guerra furono decisivi l’utilizzo della rete satellitare americana e quello della base radar cilena di Punta Arenas, che permisero agli  Inglesi di conoscere in anticipo gli spostamenti degli aerei argentini. Margareth Thatcher confessò che senza l’aiuto cileno non sarebbero mai riusciti a spuntarla e la riconoscenza inglese nei confronti del generale Pinochet fu, anni dopo, ampiamente ripagata. Anche l’isola di Ascensione, base navale e militare americana in mezzo all’Atlantico, fu utilizzata dalle truppe di Sua Maestà come punto di partenza delle loro operazioni.

L’Argentina, a parte le sterili dichiarazioni di solidarietà di quasi tutto il mondo ispano-americano, rimase sola, pagando con l’isolamento internazionale i sei anni precedenti di regime militare che avevano coinciso con un raffreddamento di rapporti con Cile (con cui fu sull’orlo della guerra per il possesso delle isole del canale di Beagle nella Terra del Fuoco) Messico, Brasile ed anche Bolivia, dove era intervenuta per favorire l’ascesa del dittatore Luis Garcia Meza.

La guerra delle Malvinas, conclusasi con la resa del 13 giugno – che colse di sorpresa la stragrande maggioranza degli Argentini, sistematicamente disinformati sull’andamento del conflitto – immediatamente successiva alla riconquista delle isole da parte dei Britannici, rimane una ferita aperta e, al tempo stesso, la rivendicazione di un gesto d’onore. I governi successivi alla caduta dei militari iniziarono un veloce processo di desmalvinización, confondendo quel regime con le ragioni della guerra e dunque nascondendo le grandezze, gli eroismi, il consenso popolare a quella causa nazionale per non legittimare, con questo, il governo che l’aveva promossa. Lo stesso errore, speculare, commesso dai militari che si appropriarono delle ragioni di una guerra che coincise col loro regime solo per il dato cronologico e, adottandola e ritenendola come cosa loro, ne nascosero i lati peggiori, fatti di errori, incompetenza e menzogne. La desmalvinización naturalmente colpì i reduci della guerra, emarginati, dimenticati a cui fu rifiutato anche un riconoscimento pensionistico.

Resta comunque pendente il problema di sovranità che il conflitto ha fatto retrocedere, ma che rimane un punto fondamentale nell’agenda argentina, anche se l’attuale presidente Mauricio Macri non pare abbia colto la portata geostrategica di quei gruppi di isole: Malvinas, Georgias meridionali e Sandwich meridionali, una catena di basi terrestri che permetterebbero il controllo del mare argentino sino a 2500 km dalla costa patagonica e soprattutto delle rotte australi, proiettandosi sul continente antartico, punto di congiungimento e d’osservazione dei tre oceani.

Accennavamo agli eroismi dei tanti soldati argentini: non possiamo dimenticare quelli dei piloti che sfidarono la contraerea nemica rendendosi protagonisti, fin dal battesimo del fuoco del primo maggio’82, d’imprese memorabili. Ne citiamo solo alcuni di essi: Owen Crippa, che con un Aermacchi, in un volo di ricognizione, intravedendo le navi inglesi pronte a sbarcare i soldati sulle isole, da solo attaccò la flotta, zigzagando tra i colpi dell’artiglieria, per poi riuscire miracolosamente ad atterrare e ad avvertire, seppur inutilmente, la propria base. Quando attaccavano le navi inglesi, per non essere intercettati dai radar nemici, i piloti volavano a dieci metri sul pelo dell’acqua, ma se colpiti erano troppo bassi per poter ricorrere all’espulsione automatica. Morirono così in combattimento “Tito” Gavazzi, Mario Victor Nìvoli e, tra gli ultimi a cadere, Ruben Danilo Bolzan. Citiamo anche alcuni dei piloti della squadriglia “Nene”: Omar Gelardi, Luis Cervera, Guillermo Delle Piane, riforniti in volo dai KC-130 pilotati da Luis Litrenta, Guillermo Destefanis e Francisco Mensi. E poi Ruben Gustavo Zini, Alberto Jorge Filippini, Gustavo Piuma Justo; senza dimenticare tutti gli altri, di cui molti dai cognomi inconfondibili. Che ci riempiono d’orgoglio.