Il giudice con le armi: uno Stato senza sicurezza e senza classe dirigente

Il giudice con le armi: uno Stato senza sicurezza e senza classe dirigente

La polemica sul porto d’armi e sulla necessità di difendersi da una escalation di reati come furti e rapine che molti collegano alla massiccia invasione migratoria degli ultimi anni, ha avuto negli ultimi giorni un nuovo capitolo grazie alle pesanti dichiarazioni di un “Questo Stato non è più nelle condizioni di garantire la sicurezza dei cittadini. Anzi, semplicemente lo Stato non c’è più. D’ora in poi faccio da me: quando esco di casa mi metto in tasca la pistola”. L’ha dichiarato il gip di Treviso Angelo Mascolo, in una lettera inviata ai quotidiani veneti del gruppo L’Espresso. In seguito, il giudice ha rincarato la dose nel corso di un’intervista rilasciata a La Repubblica, di cui riportiamo alcuni stralci:

Dottor Mascolo, cosa l’ha spinta ad un pubblico appello alle armi?
“L’altra notte, tornando a casa, ho superato una Bmw. Magari ho esagerato, ma quelli a bordo mi hanno inseguito, fino a quando non ho trovato una pattuglia dei carabinieri. Se non avessi avuto questa rara fortuna, sarebbe finita male. Ho capito che senza un’arma oggi un cittadino è indifeso, in balìa dei violenti”.

Vuole dire che se avesse avuto una pistola l’avrebbe usata?
“Dico che se non ti difendi ti ammazzano e che se ti difendi vieni rovinato dagli avvocati, o finisci in galera. Aggiungo che non credo affatto nella capacità rieducativa del nostro sistema carcerario “.
[…]
“Io rilevo una verità nota a chiunque. Non accuso lo Stato, difendo le forze dell’ordine e non invito gli italiani ad armarsi. Penso per me, al mio particolare, come direbbe Guicciardini. D’ora in poi mi porterò dietro la pistola che fino a ieri ho tenuto vicino al letto. Gli altri si arrangino“.

Da questo breve stralcio, saltano all’occhio due questioni che avanzano parallele, ma con un unico filo conduttore: la doppiamente malandata condizione dello Stato italiano, che vale sia a livello di controllo del territorio, sia di qualità della propria classe dirigente.

E’ innegabile che il magistrato abbia ragione quando dice che lo Stato non è attualmente in grado di garantire un adeguato controllo del territorio in molte zone del paese. Ciò è evidente a chiunque non abbia il paraocchi, o valuti la sicurezza dei cittadini usando come parametro piazza del Duomo e piazza Castello a Milano, invece di andare a fare un giro in una qualsiasi delle periferie della medesima città (dal Gratosoglio a Lambrate, passando per la Barona e la zona nord), quotidianamente sui giornali locali per casi di rapine, aggressioni e violenze di vario genere, perpetrate a volte (non sempre, ma con una certa frequenza statistica) da cittadini non italiani.

La reazione del magistrato è anch’essa comprensibile. Lasciando da parte l’episodio dell'”inseguimento in macchina”, è chiaro che la decisione di armarsi, per chi, come un giudice, ne ha la possibilità più facilmente di altre persone, rientra tra le libere scelte individuali di chi non si sente adeguatamente tutelato da uno Stato che, tra spending review e blocchi del turnover, è per molteplici ragioni impossibilitato a garantire un efficiente controllo del territorio in tutto il paese.

Tuttavia, a parte la soddisfazione di leggere di un magistrato che si è finalmente accorto di una situazione di malessere generalizzato che, di solito, viene totalmente ignorata dai suoi colleghi di categoria (salvo poi stupirsi e chiedersi il perché di crimini efferati o reazioni spropositate, a danno avvenuto), nell’intervista rilasciata dal giudice Mascolo c’è ben poco altro di cui rallegrarsi. Le conclusioni del magistrato sono, in verità, a metà tra l’imbarazzante e lo sconcertante, ad esempio quando, con un riferimento de-contestualizzato a Guicciardini, il giudice dice di pensare esclusivamente “al proprio particolare” e consiglia a tutti i cittadini di fare lo stesso. In pratica, abbiamo un giudice, ovvero una persona che rappresenta una delle posizioni in assoluto più elevate e privilegiate della nostra classe dirigente, che col suo comportamento, di fatto, incita i cittadini “a farsi gli affari propri”, in maniera appena più elegante e forbita degli inviti analoghi dell’on. Razzi.

Il problema non è tanto, dunque, il fatto che un giudice decida consapevolmente di girare armato perché non si sente al sicuro – come hanno invece sostenuto alcuni giornali, anche quelli, come Il Fatto Quotidiano, che in altre occasioni non hanno affatto disdegnato il protagonismo presenzialistico di giudici e magistrati sui media, ma lo hanno al contrario incentivato. Il problema è che emerga da un esponente importantissimo della classe dirigente italiana, le cui decisioni vengono effettuate “in nome del popolo italiano”, uno sconcertante atteggiamento menefreghista e individualista che, dopo aver correttamente notato alcuni sintomi negativi dell’attuale situazione del paese, invece di denunciarne le ragioni (che sono molteplici, dalla situazione di bilancio italiana all’immigrazione, passando per i rapporti con l’Europa e il suo Patto di Stabilità e Crescita) ed eventualmente proporre soluzioni – dopo aver dismesso la toga, come minimo; di giudici in aspettativa che scendono in politica ne abbiamo già abbastanza – in sostanza dice che lui fa il suo, gli altri faranno il loro, probabilmente Dio ci sarà per tutti, e chi s’è visto s’è visto.

Questa posizione, se può essere uno sfogo comprensibile da parte di un semplice negoziante esasperato dai troppi furti o un anziano residente in uno dei tanti quartieri popolari delle nostre metropoli totalmente ignorati dalle istituzioni, non è assolutamente giustificabile da parte di un personaggio che ha, senza alcun dubbio, gli strumenti, il denaro e la posizione per avere l’onere di proporre sui media posizioni costruttive e non improntate all’indifferenza verso la cosa pubblica e verso il prossimo.

Il menefreghismo e il “tengo famiglia” hanno provocato più danni della criminalità italiana e allogena in un paese come l’Italia, dove sarebbe interessante ripetere l’esperimento sociale effettuato in Svezia recentemente, dove si metteva in scena un falso stupro all’interno di un auto parcheggiata in una zona di frequente passaggio di persone a piedi. Il risultato lo si può benissimo immaginare: la maggioranza delle persone che assistevano alla scena e sentivano distintamente le urla provenire dalla macchina ha tirato dritto, senza dare quasi alcun segno di interesse verso quanto stava accadendo; per il resto, una minoranza ha chiamato la polizia, e in pochi sono intervenuti di persona a fermare quanto stava accadendo.

Due uomini, in particolare, hanno aperto la macchina e solamente il pronto intervento del cameraman nascosto e l’assenza di una vera donna all’interno dell’auto (le urla erano registrate) ha evitato che malmenassero l’ideatore di questo esperimento, che li ha, però, giustamente ringraziati, dicendo loro che interessarsi di quanto stava accadendo e intervenire di persona è ciò che tutti dovrebbero fare e che, purtroppo, fanno in pochi.

Ecco, prima di erigere a mito e modello un esponente della casta più protetta e tutelata del paese solo per aver riconosciuto l’ovvio e aver proposto come soluzione “ognun per sé e Dio per tutti”, iniziamo a provare a guardarci attorno e a vedere cosa possiamo fare noi, in prima persona, rispetto a quello che ci circonda, senza attendere uno Stato che, in tutta evidenza, non ha più il pieno controllo della situazione. Armarci e chiuderci dentro casa guardando esclusivamente al proprio particolare e attendendo qualcuno che violi la nostra proprietà per sparargli in testa potrebbe essere legittimo, e potrebbe anche ricevere l’assoluzione del giudice Mascolo. Più difficile è però ottenere l’assoluzione della propria coscienza, che delle sentenze se ne frega e che ci condannerà senz’appello per aver ignorato che la sicurezza è sicurezza del nostro patrimonio, ma anche di quello della nostra comunità, della nostra città e del nostro paese. Persa quest’ultima, sarà solo questione di tempo e perderemo anche la prima.