Trump, Israele e la Siria. È colpa vostra, ma c’è rimedio

Trump, Israele e la Siria. È colpa vostra, ma c’è rimedio

Siate sinceri, desideravate l’interventismo USA. Lo volevate perché, in cuor nostro, abbiamo l’idea del mito americano, della Route 66, della California e delle bionde surfiste che cavalcano le onde.

Già, è tutto riconducibile a questo. Ma andiamo per gradi.

Il 5 aprile 2017 l’intero mondo si è indignato per l’utilizzo di gas tossici – forse, gas nervino – sulla popolazione siriana. Impazzavano, in particolar modo, tre video in cui innocenti – ovvero coloro che, ad litteram, sono “senza colpa” – morivano lentamente tra paralisi, bruciori e bocche schiumanti; immagini forti, che indignerebbero anche il più insensibile degli esseri umani.

Esiste un motivo se ritorna, negli ultimi mesi, la parola “indignazione”, ed è quello di mobilitare le masse affinché certi eventi non si ripetano.

Ma se i video si diffondono tramite internet, come avverrà la mobilitazione dei popoli? Semplice, sempre attraverso il web, nella fattispecie dei social network.

Lanciai un monito attraverso la mia pagina Facebook e consisteva nel non diffondere alcun video. Nonostante la crudeltà delle immagini e il chiaro desiderio di fermare le sofferenze dei bambini, occorreva evitare di fare il giogo che gli alti papaveri del mondialismo ci proponevano.

Così non fu, e il web si popolò di indignati che non sapevano se demonizzare Al-Assad o i ribelli, l’ISIS o Putin.

Detto in soldoni, siate consci che la legittimazione delle nuove guerre espansionistiche verso il Medio Oriente partirà dal web, che rappresenta la massa. Una massa che, tra qualche mese – vedi recente proposta di legge delle fake news e multa sino a 50 milioni dal Ministro della Giustizia tedesco Heiko Mass – potrebbe esser assoggettata alla tecnica affascinante del controllo del pensiero, così da renderlo unico, uniforme e controllabile.

Già è difficile vederci chiaro ora con la libertà di diffusione delle notizie, immaginate poi.

Ovviamente, la teoria del pensiero unico inizia a colpire e le notizie per le quali l’attacco in Siria forse non fosse un vero attacco, ma un errore bellico – meglio, una esplosione di un deposito di armi chimiche possedute dai ribelli – sono davvero poche e passano in secondo piano rispetto alla velocità di diffusione dei video dei bambini morenti. Geniale.

Dopo due giorni di indignazione, cosa fa Donald Trump? Ordina un bombardamento in Siria – si badi bene, non manda l’esercito, ma bombarda in stile Francia contro la Libia – che nessuno aveva previsto. Nessuno, tranne pochi. Quei pochi che senza dubbio debbono attenersi alle notizie manipolate ma che, al contempo, sono dotati di sufficienti mezzi intellettivi per osservare, concatenare e dedurre.

Elogi del discernimento a parte, il 5 aprile il Presidente israeliano Reuven Rivlin ha dichiarato (affermazione riportata da Moked, portale ebraico: http://moked.it/blog/2017/04/05/rivlin-israele-al-fianco-dei-sirianino-al-silenzio-davanti-allorrore/): “Noi, come popolo riuscito a sopravvivere alla più grande atrocità e che è riuscito a risorgere dalle ceneri diventando una nazione forte e sicura,  faremo di tutto per aiutare il popolo siriano. Sappiamo bene quanto sia pericoloso il silenzio, non possiamo restare muti”.

Parafrasi: “Noi, popolo sottoposto al massacro nazista e al silenzio del mondo – particolare riferimento al mondo islamico – risorti nonostante tutto e tutti – si noti che Israele abbia ottenuto l’indipendenza il 14 maggio 1948, entrando pochi mesi dopo nell’ONU, a spese dei nativi palestinesi ancor oggi segregati e massacrati – aiuteremo il popolo siriano.”

Peccato, mi vien da dire, che il 22 febbraio Israele attaccasse Damasco mentre Assad e gli altri eserciti fossero impegnati a litigare per chi dovesse entrare a Palmira (leggasi la seguente ansa http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/mediooriente/2017/02/22/siria-mediaraid-israele-vicino-damasco_ce64a5a2-4dd5-4d5a-a0ad-3e3ca49c0e35.html), città allora sotto il controllo del califfato dell’IS, di cui non si hanno più notizie rilevanti da circa un mese. Insomma, l’IS è passato di moda.

Le parole di Israele dopo l’attacco di Trump sono di totale appoggio agli USA e al suo intervento; un intervento, sia chiaro, non militare ma semplicemente missilistico, che sembra quasi un avvertimento per la Corea del Nord dopo gli ultimi falliti e mal condotti negoziati tra USA e Cina.

Assad si trova spiazzato, poiché un rovesciamento del suo regime, oltre a vedere molto probabilmente la sua morte in stile Saddam Hussein, darebbe manforte ai ribelli che, sia altrettanto chiaro, non sono necessariamente in mala fede. Il partigiano, etimologicamente, è colui che si oppone all’invasore o al nemico e Al-Assad, per molti versi, dal loro punto di vista potrebbe esserlo.

Nell’era del danaro, miei cari, nessuno resiste al fascino dei capitalismo ma da qui a intervenire per “esportar democrazia” (cit. in voga dall’11 settembre 2001) ce ne passa. È un eterno ritorno tedioso nel giustificazionismo, ma simpatico – capace di creare empatia – nei mass media.

Chi non sta davvero capendo nulla è il tanto acclamato Vladimir Putin. Schierato con Assad, avvisato dell’attacco di Trump a bombardamenti finiti, si ritrova spiazzato non tanto dagli israeliani a stelle e  strisce quanto dal suo vero nemico, Erdogan.

Il turco già diede dimostrazione della sua forza quando, un anno fa, distrusse un aereo russo per violazione dello spazio aereo – ancora non accertato – a cui seguì, con dichiarazione del 26 novembre 2016, la derisione dello stesso presidente russo, con un “Scuse alla Russia? Putin non risponde al telefono”.

E ora Erdogan, dopo aver invitato i turchi a figliare come i gatti per invadere l’Europa, amoreggia platonicamente con Trump, attendendo di cavalcare la moribonda tigre europea.