Trump e la Palude: partita già chiusa?

Trump e la Palude: partita già chiusa?

“Drain the swamp”, “prosciuga la palude”, è stato uno dei più efficaci slogan usati da Trump per significare la necessità di un cambiamento a trecentosessanta gradi nella gestione del potere di Washington.

Medesimo concetto era stato espresso nel discorso di insediamento al Campidoglio di inizio gennaio, un discorso sorprendente, per nulla istituzionale, senza fronzoli, in cui esplicitamente si denunciava l’esistenza di lobby e centri di potere di Washington, responsabili di avere gestito il potere per i propri interessi e non per quelli del popolo.

Sempre in quel discorso, Trump prometteva che l’America si sarebbe concentrata a riparare i suoi molti guasti interni (crimine, droga, povertà, etc…) senza più pretendere di imporsi con la forza al resto del mondo. Entrato alla Casa Bianca, il nuovo inquilino prometteva quindi un nuovo clima, il Segretario di Stato Tillerson e l’ambasciatrice all’ONU Haley annunciavano modifiche nell’agenda di priorità della politica USA per il Medio Oriente: ora la priorità non era più far sloggiare Assad, quanto eliminare l’ISIS.

E’ durata poco.

Certo, tutto può succedere, tutto è sempre in fieri, ma senza dubbio il raid missilistico sulla Siria sembra troncare di netto questo nuovo clima che la presidenza Trump sembrava portare.

Trump ha ricevuto il plauso, in casa e all’estero, di tutti coloro che, in un modo o nell’altro, lo avevano avversato, o che comunque avevano paventato la sua elezione. Applaudono i senatori repubblicani McCain, Graham e Rubio, vero e proprio triumvirato del mondo neocon a stelle e strisce; applaudono i detestatissimi media liberal, applaude la stessa Hillary Clinton che, poco prima del raid, aveva suggerito un’azione militare contro Assad; applaudono, con supina prevedibilità, Londra, Parigi, Berlino e, immancabilmente, Roma; applaudono anche, con gioia incontenibile, la Turchia, Israele e l’Arabia Saudita.

Insomma, un salto non da poco per chi, da anni, criticava l’invasiva e dissennata politica americana in Medio Oriente, per chi, con grande coraggio politico, in America affermava che il mondo con Saddam e Gheddafi era più sicuro; oggi, in America, solo la coppia composta da Ron Paul e dal figlio Rand, senatore del Kentucky, storici e isolati alfieri dell’isolazionismo USA, hanno criticato l’intervento del presidente. Il vecchio Ron Paul, ex candidato alle primarie repubblicane e rappresentante del Texas, è stato forse l’unico a spingersi oltre e a dire che probabilmente il caso dell’impiego di armi chimiche da parte dell’aviazione siriana è un “false flag”.

Donald ha certamente mandato con un’azione sola parecchi messaggi, in primis, ovviamente, a Putin, oltre che ad Assad stesso, facendo presente che l’America ha ancora la sua parte (una pessima parte, diremmo noi) da giocare sul teatro mediorientale. Inoltre, ha mandato un messaggio alla Corea del Nord e a Xi Jinping, il Segretario del Partito Comunista Cinese col quale cenava la sera del raid, così come a tutte le nazioni “alleate”, a cui si è ricordato chi sia il gendarme del mondo, e, infine, a tutti i critici in patria, mettendo a tacere con 59 missili da crociera l’accusa di essere un burattino di Mosca, colluso per hackeraggio elettorale coi servizi del Cremlino.

Non conosciamo ovviamente i retroscena della piroetta trumpiana, ma tuttavia è forse quest’ultima la chiave di lettura più significativa, ossia l’andamento, tutto interno alla sua amministrazione, dei rapporti di Trump e dei suoi uomini con quello che gli anglosassoni chiamano il “deep state”, lo “stato profondo”, l’insieme di funzionari, analisti, centrali di comando, oltre che di modus operandi, strategie e visioni del mondo consolidate, che restano a far parte della struttura dello Stato indipendentemente da chi il popolo vi mette, tramite urne, a capo.

Più o meno, il “deep state” coincide col concetto di “swamp”, di quella palude che andava sconfitta in campagna elettorale. La reazione del “deep state”, dell’apparato, non s’è fatta attendere e la prima e più impattante maniera è stato senza dubbio il montare del caso “Russia Gate”.

Come Trump ha varcato la porta della Casa Bianca è partito un processo di delegittimazione della sua amministrazione in generale e dei suoi collaboratori più pericolosi in particolare.

Ciò che ha reso temibile – e, a giudicare dai fatti, efficace – questa reazione è che essa non si è limitata all’attacco mediatico (risultato da solo perdente alla prova delle urne), ma si è esteso su tutti i fronti, incluso quello giudiziario.

Il “Russia Gate”, ossia la tesi del complotto per la quale gli uomini della campagna elettorale di Trump, divenuti poi membri dell’amministrazione, abbiano agito di concerto con i russi per sabotare la campagna democratica, è divenuta una formidabile arma di pressione sul presidente, vista, inoltre, la minaccia di impeachment per Trump che la vicenda porta implicitamente con sé.

La prima e più eccellente vittima è stato il generale Flynn (già a suo tempo silurato da Obama per il suo criticismo), rimosso dagli incarichi alla sicurezza nazionale: il sostituto di Flynn, il generale MacMaster, ha senza dubbio vedute più convenzionali rispetto al suo predecessore, visto che in questi giorni su FoxNews ha ribadito che “gli Stati Uniti puntano ad un regime change in Siria” e che “è possibile combattere allo stesso tempo Assad e l’ISIS”.

Alla pressione poi giunta dall’esterno sembrano essersi sommati gli screzi interni alla sua stessa cerchia di collaboratori. In particolare, è preoccupante il crescente ruolo di Jared Kushner e di Ivanka Trump, coppia ebreo-osservante, entrambi entrati ufficialmente nell’amministrazione con relativi forti screzi con Steve Bannon, a cui è stato tolto il posto di consigliere per la sicurezza nazionale, restituendogli solo quello di consigliere politico.

Se da una parte l’attenzione di Kushner per il Medio Oriente appare determinata chiaramente da una prospettiva filoisraeliana, la figlia Ivanka sembra ritagliarsi un ruolo come anima liberal in senso lato di casa Trump; si parla addirittura di suoi contatti con Planned Parenthood, l’organizzazione abortista, bestia nera dei conservatori USA, a cui i repubblicani stanno tentando di tagliare i finanziamenti pubblici.

Probabilmente è qui che si spiega la svolta mainstream di Trump: nell’incapacità di resistere agli attacchi della palude, se non si dispone di una squadra compattamente disposta a seguire una linea ben definita. Questi primi due mesi, dalle cronache che ci arrivano da oltreoceano, sembrano descrivere una situazione di permanente guerra civile tra i cosiddetti “confrontational” – i duri e puri dello schieramento trumpiano, gli eretici riformatori a cui pure Trump deve tanto per la sua elezione, ossia i vari Flynn, Bannon, il mondo dell’Alt-Right – e invece i “mainstream” – rappresentati da Jared e Ivanka, ma anche dalla gran parte dell’establishment dello stesso Partito repubblicano. Sembra che Donald, nonostante debba ai primi la sua elezione, si stia facendo dettare la linea dai secondi.

Risultato? Sceneggiate patetiche all’ONU stile Colin Powell, missili sullo stato sovrano che più di ogni altro al mondo sta combattendo contro la furia fondamentalista, dieci morti di cui quattro bambini, navi russe in assetto da guerra. Applausi da ogni dove.