Barricate in piazza, borghesia e falsi miti di progresso

Barricate in piazza, borghesia e falsi miti di progresso

“Le barricate in piazza le fai per conto della borghesia che crea falsi miti di progresso”, cantava il Maestro Battiato, oltre trent’anni fa, in una sua celebre canzone.

Ci sono testi musicali che trasmettono messaggi, al pari di grandi classici della letteratura, che tornano sempre a colpire l’uomo con la loro sconvolgente attualità. Ed è così che, a distanza di oltre tre decenni dall’uscita di questo capolavoro, scopriamo che quei “falsi miti di progresso”, sono riusciti a permeare la coscienza collettiva di un’intera nazione e, probabilmente, dell’intero Occidente “civilizzato”. Dei “falsi miti di progresso” ne sentiamo parlare ogni giorno, quasi fossimo al cospetto di “un totalitarismo culturale” che non ammette deroghe per niente e per nessuno. Il “mito” del pensiero unico, “politically correct”, è ovunque: esso silenzia, scredita e delegittima chiunque abbia una voce fuori dal coro. Si etichetta con parole quali fascista, xenofobo, omofobo chiunque osi allontanarsi dal percorso prefissato dal dogma ideologico imperante.

Tutto ciò sta prendendo forma con un’aggressività difficile da immaginare. Sì, perché dietro l’ipocrisia borghese, nichilista e soprattutto antidemocratica, si cela il più subdolo strumento di dominio di massa. Potremmo definirla la “dicotomia del nulla”, dove da una parte ci sono i retti e gli intellettuali, ovvero i devoti osservanti del culto imposto dalla vulgata radical –chic, e dall’altra i populisti, i razzisti gli ignoranti, ossia quelli che, con tutta probabilità, cercano ancora di ragionare con il proprio cervello.

Scrittori, intellettuali, letterati, giornalisti, politici, e chi più ne ha, più ne metta: sono tanti i rivoluzionari da salotto, saldamente arpionati alle loro poltrone e comodamente collocati in confortevoli sodalizi che hanno assicurato loro immunità e, a qualcuno, anche una significativa carriera, i quali non sempre – o forse quasi mai – brillano per doti di coerenza.

Ricorderete tutti il caso di Capalbio, della scorsa estate, in cui si sollevò un coro di proteste, da parte di “illustri” esponenti della sinistra italiana, contro l’insediamento di un centro profughi nella cittadina in questione (meta turistica di molti “vip” di sinistra). Perché si sa com’è fatto il pensiero unico e quanta ipocrisia lo contraddistingua. Quindi, signori: “immigrati sì, ma cortesemente non in mezzo ai piedi”. E così, scopriamo che il falso mito di progresso dell’immigrazione ha motivo di esistere solo e soltanto obbligando “gli altri” ad accettare un’accoglienza forzata nelle periferie, in nome di una pseudo-tolleranza che genera miseria, degrado e povertà.  

Ma non solo l’immigrazione, che tanto rumore ha fatto negli ultimi anni.  I falsi miti di progresso, lambiscono ogni tematica sociale, ogni ambito civile, contrassegnando ogni istante della nostra quotidianità. E allora veniamo a conoscenza che gran parte di questi moralisti di professione, buonisti della domenica, posseggono un’etica civile ad intermittenza, una morale che potremmo definire istrionica: si ergono a paladini del “genderismo” solamente se il proprio figlio non deciderà di contrarre un matrimonio omosessuale; si scaglieranno contro l’articolo 18 e “la flessibilità del lavoro non sarà un problema” unicamente quando i propri figli studiano e lavorano nel nord Europa. Così come la maternità surrogata, che verrà considerata un’innovazione, simbolo di civiltà, a patto che non si analizzino i motivi che spingono una donna, spesso indigente, ad affittare il proprio utero e a prestarsi ad una pratica così ignobile, classista e abominevole. E si continueranno a demonizzare le tradizioni, purché non vengano toccate quelle delle minoranze presenti nel nostro paese. Tuttavia, non voglio annoiarvi troppo, perché questa lista potrebbe, forse, continuare all’infinito.

Oggigiorno sta emergendo, in tutta la sua aggressività, il vero, crudo volto del pensiero unico globalizzato. Il depennamento coatto di ogni differenza, di ogni peculiarità. In realtà, questa è una perversione intrinseca al paradigma della modernità che pone le sue radici, oltre duecento anni fa, nella tanto celebrata Rivoluzione Francese. Liberté, Égalité, Fraternité, si urlava nelle piazze. Di questi tre concetti, propinati veementemente in tutta la nazione francese, non rimane che un asettico eco, fatto di parole svuotate di ogni significato. Sappiamo bene con quanta violenza e prepotenza venne dispensata ai cittadini vandeani la “Liberté.  O quanta odiosa ipocrisia vi fu dietro i principi di “Fraternité” ed “Égalité” (fraternità ed uguaglianza), che a ben pensare rievocano scenari orwelliani in cui “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”, in cui la borghesia dominante utilizzava il popolo come carne da macello durante i moti “rivoluzionari”.

Certo, fare un accostamento tra i nostri tempi e il periodo della Rivoluzione Francese potrebbe apparire anacronistico o fuori luogo. Tuttavia, oggi come ieri, permane il vizio e l’arroganza dell’imporre un modello unico con le buone o con le cattive, tirando fuori scuse umanitarie o “di progresso”.

In conclusione, un’ultima, breve analisi. Sì, perché diamocela tutta  – “cari” illustri radical-borghesi – il popolo non vi ama, anzi, ultimamente inizia a provare un vero e proprio senso di astio nei vostri confronti. La vostra retorica è costruita su un fragile castello di menzogne che, pian piano, inizia a sgretolarsi. Forse è per questo che, negli ultimi tempi, avete deciso di disertare le piazze ed evitare quel popolo che proprio non riesce più a sopportarvi. Attualmente, avete deciso di ripiegare su altri canali e piattaforme: una tra tutte è la petizione online, la nuova e confortevolissima forma di opposizione. È ottima per risolvere ogni problema, di ogni grado e ambito sociale, dalla sostituzione delle lampadine nei vostri ospitali condomini alla povertà nel terzo mondo. È sufficiente un click. Tutto ciò che serve lo si può trovare su Charge.org. dell’amico, nonché finanziatore, George Soros.

Cari borghesi da salotto e rivoluzionari in cashmere, siete, probabilmente, il peggior prodotto che la nostra società abbia sfornato dal dopoguerra ad oggi. Ricordatevelo.