Blood on Melies’ Moon: il ritorno di Luigi Cozzi

Blood on Melies’ Moon: il ritorno di Luigi Cozzi

Le origini del cinema e la fine del mondo? I due eventi sembrerebbero visibilmente connessi in Blood on Melies’ Moon (che per favore si pronunci la “s” finale del cognome!), pellicola di apertura del 36° Fantafestival e nuova opera di quel Luigi Cozzi particolarmente attivo nel cinema dell’orrore e di fantascienza tra gli anni ’70 e ’80; il suo ultimo film risale al 1990: The Black Cat.

L’apocalisse è imminente, mondi paralleli sono sul punto di scontrarsi in un impatto che spazzerà via la Terra. Il destino dell’Umanità e, insieme a essa, quello della preziosissima arte del cinema è nelle mani di un solo uomo, che poi non è altri che Cozzi stesso. Già da questi spunti iniziali, possiamo capire che siamo davanti a un divertissement, malgrado non si caratterizzi per la frivolezza e superficialità che solitamente si ascrive a questo tipo di creazioni artistiche. Infatti, quella di Cozzi è sì un’opera “spensierata”, ma in cui è presente una suggestiva e accorata riflessione sul cinema, dove si alternano i dubbi dello studioso, con gli entusiasmi dell’appassionato.

Un intrigante prologo “didattico” sulla storia della cinematografia rivela che questa pellicola ha, nella sua veste pur semiseria, una vocazione di ricerca, la quale si ammanta di mistero quando spunta fuori la figura di Aureo Silvestre, che nel Seicento condusse degli studi di occultismo legati al potere nascosto nella luce.

Possiamo subito dire che Blood on Melies’ Moon a suo modo funziona, giacché quando l’autore dona tutto se stesso all’opera, ne esce fuori qualcosa di autentico, che non è affatto un autocompiacimento nella narrazione della propria vita. Invero, benché in questa storia prevalga il desiderio di Cozzi di raccontare il suo rapporto con il cinema, ciò non avviene in una forma meramente autobiografica, bensì per mezzo di una goliardica quest. Tutto parte dall’indagine sulla nascita della cinematografia: anni prima che i Lumière perfezionassero la loro invenzione, un certo Louis Aimé Augustin Le Prince sarebbe arrivato – per poi sparire a bordo di un treno – a comprendere il funzionamento che è alla base del processo ideato dai due ben più celebri fratelli. Il film, nonostante il “contenitore” fantastico, è incentrato su di una domanda concreta, alla quale nessuno è mai riuscito a fornire una risposta definitiva: sono stati veramente i Lumière a inventare il cinema nel 1895, oppure qualcun altro li ha preceduti? Ci sono svariate ipotesi, come quella proposta da Cozzi. Dal canto nostro, ne abbiamo una leggermente più “patriottica”. Sarebbe a dire, che il primo vero inventore della Settima Arte fu il nostro Filoteo Alberini (1865 – 1937), che nel 1894, dunque un anno prima dei Lumière, traendo spunto da una precedente invenzione di Thomas Alva Edison, creò il kinetografo. Poi la beffa, e i transalpini arrivarono per primi al brevetto a causa di alcuni problemi burocratici… un po’ come avvenne con Antonio Meucci e Alexander Graham Bell per il telefono. Purtuttavia, è dovere degli studiosi rimettere i puntini sulle “i” della storia, ma questo ci porterebbe verso un discorso decisamente più grave, nel senso crociano della parola.

Tornando all’opera di Cozzi, egli ha avuto modo di dichiarare che il suo film è stato: “fatto da un appassionato del cinema e dedicato agli appassionati di cinema e del fantastico, perché ovviamente le risposte che io do a questi quesiti REALI sono solo di tipo fantastico, fantasioso”. Difatti, trattasi di una pellicola che potremmo definire misterica, quindi ci vuole un po’ di pazienza per arrivare sino al cuore dei fatti narrati; prima è necessario impostare tutti gli argomenti che connotano la storia. In ciò il film è molto simile al mitico Martin Mystère di Alfredo Castelli, che poi non a caso viene anche “citato” in una inquadratura. Alla stessa stregua del fumetto bonelliano, la trama della pellicola è molto “piena”, solamente a volte confusionaria e alla fine quasi tutti i nodi vengono sciolti. Conveniamo, quindi, con Cozzi, quando sostiene di essere riuscito a confezionare un prodotto: “professionale, seppur con mezzi economici non professionali”.

Concludendo, per chi conosce Cozzi, Blood on Melies’ Moon si rivela quale una affettuosa citazione del suo mondo: amici e collaboratori, registi e libri a lui cari, e spezzoni dei suoi stessi film sono presenti nel suo viaggio immaginifico all’interno della Settima Arte. Considerato che si tratta di un’opera così intima e personale, ci permettiamo in ultima battuta di dire che ci ha suscitato una certa allegria vedere un film fantastico girato in buona parte in quel Rione Prati dove siamo cresciuti e in cui si trova inoltre il negozio Profondo Rosso di Cozzi. Sin da giovani abbiamo sempre considerato Prati come un luogo con una vocazione quasi surreale, la quale si manifesta specialmente d’estate, quando la sua geometria razionale non è inquinata dal frastuono delle macchine, mostrandosi come un posto popolato da strade, piazze e palazzi, ma non da persone. È proprio in quei momenti, camminando in un Prati deserto, che nella testa nascono delle storie.