Il Sultano repubblicano

Il Sultano repubblicano

Il referendum costituzionale di ieri in Turchia ha consegnato a Erdogan una vittoria risicata, ma sufficiente a completare un processo di riforma costituzionale che conclude con un atto ufficiale, suffragato dalla volontà popolare, la brutale repressione del dissenso cominciata all’indomani del fallito golpe estivo. Nonostante lo scarto minimo tra Evet (Sì) e Hayir (No) – 51,4% contro 48,6% – l’approvazione della tanto agognata riforma consegna al Presidente della Turchia un potere talmente vasto da far coniare già l’ossimorica definizione di “Sultano repubblicano”.

Determinante per la vittoria del Sì, supportato dal partito di Erdogan (AKP) e dai nazionalisti (MHP), è stato ancora una volta il voto delle zone rurali e periferiche, oltre a quello dei turchi residenti all’estero. Se, infatti, il No ha prevalso nelle 4 maggiori città del paese (Istanbul, Ankara, Izmir e Adana), a ribaltare l’esito complessivo del referendum sono state le zone interne dell’Anatolia, da sempre caratterizzate da un più ampio sostegno a Erdogan e all’AKP e al loro progetto di un’islamizzazione progressiva delle istituzioni di uno Stato, quello turco, nato all’insegna del laicismo democratico di Mustafa Kemal “Ataturk”.

Anche il voto estero si è però rivelato determinante, e si può ben comprendere, a posteriori, come sia ben valsa al neo-Sultano la pena di fortissime tensioni con le cancellerie di Olanda e Germania in periodo di campagna elettorale, dato che proprio da quei paesi è giunta la massa di voti che ha consentito al Sì di prevalere sul filo del rasoio. L’ampissima vittoria in Germania (63%), Olanda (69%) e Francia (62%) ha reso vana la prevalenza di No in Italia, Spagna e Regno Unito, paesi caratterizzati da un’immigrazione turca nettamente inferiore ai sopracitati.

Il referendum costituzionale trasforma così la Turchia in una repubblica presidenziale, caratterizzata per definizione dall’indipendenza del Presidente rispetto alla maggioranza presente in Parlamento, rispetto alla quale non è più soggetto al voto di fiducia di cui aveva bisogno il Primo Ministro. Il nuovo presidenzialismo turco si caratterizza, poi, per il forte accentramento dei poteri nelle mani del Presidente, effettuato tramite l’abolizione della stessa carica di Primo Ministro e la sua sostituzione con dei vice-presidenti, e l’aumento del numero dei parlamentari, che passano da 550 a 600. Il mandato presidenziale viene esteso a 5 anni, e la concomitanza delle elezioni legislative e presidenziali rende meno probabili le coabitazioni tra Presidente di un partito e maggioranza legislativa di un altro. A completare il quadro, la possibilità per Erdogan di nominare e rimuovere i ministri a suo piacimento, il potere di nominare la maggioranza dei membri della Corte Costituzionale e delle cariche militari, la possibilità molto remota di essere soggetto a una procedura di impeachment (è necessaria la maggioranza assoluta e poi dei 3/5 dell’Assemblea, in più passaggi).

Nonostante le numerose proteste delle opposizioni – che parlano di brogli e di schede pre-compilate provenienti da un precedente referendum, oltre agli inevitabili dubbi che accompagnano di recente qualsiasi voto all’estero – Erdogan ha ora la strada spianata verso un altro decennio al potere, in qualità di Presidente con poteri vastissimi e una nuova e ben più salda posizione negoziale sia verso la Russia nella questione siriana, sia verso l’Unione Europea, per quanto concerne la gestione dei profughi siriani. Un Sultano repubblicano, tutelato militarmente nelle sue scorribande siriane dall’essere membro della NATO e con un forte potere ricattatorio nei confronti di un’Unione Europea in cui non sembra più essere interessato ad entrare, ma verso la quale la retorica si fa sempre più dura, con la minaccia di riversare nuovamente sui Balcani decine di migliaia di migranti mediorientali.