La favola di Michelangelo

La favola di Michelangelo

Era accaduto rapidamente.

La faccia preoccupata del papà, i lamenti della mamma, la corsa in macchina e lei, affidata in quattro e quattr’otto alla vicina di casa.

La mamma era tornata due giorni dopo e la rotondità da luna piena della pancia a cocomero non c’era più.

“Perché alla mamma si è sgonfiata la pancia?” chiese Carlotta. “Dove è andata a finire la palla col bambino?”.

Suo padre la prese per mano, la portò nella sua cameretta, la fece sedere sulla poltrona a forma di trono, dono della nonna, che per la sua Carlotta esagerava sempre, e le spiegò che il bambino, malgrado fosse stato desiderato da tutti, aveva deciso di passare dalla pancia della mamma alle braccia della mamma del Cielo.

“E perché non ci ha voluto conoscere?”

Carlotta si sentì improvvisamente risentita con quel fratellino che giudicava quantomeno maleducato: dopo cinque mesi di attesa era sparito… puff! Una bolla di sapone! In fondo avrebbe dovuto aspettare davvero poco e sarebbe nato!

Magari soltanto il tempo di un saluto, di un bacio sulla guancia e poi, se davvero aveva tanta fretta, lei non si sarebbe opposta; l’avrebbe lasciato volare in Cielo da Quella che la nonna, sempre in un sussurro devoto, chiamava la Signora e che Carlotta immaginava non come le icone che aveva visto in chiesa, ma con l’abito colore crema e pizzo della sua Barbie.

Quell’addio senza saluto le era parso roba da screanzati, da screanzati, senza se e senza ma.

“E come lo avete chiamato?” Il papà la rassicurò. “Lo abbiamo fatto battezzare e si chiama come volevi tu, Michelangelo Lorenzo”.

“Quant’era grande?”

“Oh davvero piccolissimo, una miniatura di pochi centimetri.”

“Ohi mamma! Avrò esagerato… più lungo il nome di lui!”

E Carlotta si mise a pensare spesso a quel bambino piccolo piccolo dal nome ingombrante e un po’ le faceva tenerezza e un po’ rabbia. Le riserve, comunque, rimanevano tutte.

“Possibile che non fosse stato nemmeno curioso di vedere i regali che avevo preparato per lui?” Il papà era triste e lei decise di non continuare con le domande e con le lamentele. Decise di intervenire di persona: avrebbe messo alla prova quel fratello frettoloso e dai modi barbari.

Mise sul comodino il cuore rosso di lana “pelosa” che la nonna aveva sferruzzato per lui, le scarpette azzurre di velluto acquistate qualche giorno prima e il campanellino dorato. Carlotta lo avrebbe aspettato come a Natale Gesù bambino, come a Pasqua l’uovo di cioccolata, come a Gennaio la neve. Non avrebbe chiuso occhio! Sarebbe stata all’erta come una leonessa in tempo di caccia!

Si sedette sul cuscino, braccia conserte e muso duro.

Se non si fosse presentato… beh, allora era davvero uno screanzato senza rimedio; se fosse arrivato avrebbe meritato il suo rispetto, almeno non era un fifone, ma lei gliene avrebbe comunque cantate quattro! Tutto era pronto! L’orologio sul muro faceva TIC TAC, la luna  s’era sfacciatamente posizionata nel bel mezzo della finestra e lei si sentiva abbastanza forte da spegnere la luce.

TIC TAC… e un’occhiata al comodino!

TIC TAC… e una sbirciatina alla porta!

Niente…

Poi, non si sa davvero quando, il sonno arrivò come un ladro e la leonessa s’addormentò…

TONC… SBONC… TIN TIN…

Aprì gli occhi e saltò a sedere sul letto. Guardò verso il comodino: lì accanto un “cosino” appena più alto del mobile, vestito di bianco con una fascia azzurra della stessa identica foggia di quella del sindaco quando aveva inaugurato la scuola.

“E tu chi sei?”

Il “cosino” indicò la fascia lunga lunga che gli arrivava ben oltre le estremità.

Sollevandola mostrò due piedini minuscoli, il destro sul sinistro, come a volersi riparare dal pavimento freddo.

Carlotta lesse: “Michelangelo”. Dovette sollevare e stendere tra una mano e l’altra la parte restante afflosciata sul pavimento: “Lo-ren-zo”… Michelangelo Lorenzo.

Acciderboli! La bambina sobbalzò. Era lui! “Perché non parli?” Il piccoletto non aprì le labbra, non emise alcun suono, ma lei sentì comunque la risposta nella sua testa: “Perché ancora non ho imparato. Sono arrivato da pochissimo alla scuola del Cielo”.

“Oh perbacco, oh misericordia!” esclamò Carlotta, “tu non parli e io ti sento”.

“Prodigi divini”, rispose in silenzio Michelangelo Lorenzo.

A vederlo così bello e delicato nella sua veste troppo grande le mancarono le forze e non ebbe il coraggio di mettere in atto i bellicosi propositi di poche ore prima e poi, sinceramente, parlare con uno che risponde con la trasmissione del pensiero, le pareva davvero sconcertante. Per le polemiche avrebbe aspettato che la scuola del Cielo avesse insegnato al bambino il linguaggio degli uomini. Per ora avrebbe “comunicato” stile extraterreste!

“Quel vestito è troppo lungo”, pensò Carlotta e subito Michelangelo Lorenzo replicò col solito stranissimo modo: “La mamma celeste non si aspettava fossi così piccino. Domani mi farà l’orlo… mi spiace di averti svegliata, ma sono inciampato sul vestito e ho toccato il comò, così è caduto il campanellino…”

“Meno male, altrimenti non ti avrei conosciuto.”

“Raccontami un po’”, pensò Carlotta che ora trovava divertente non doversi servire della bocca per farsi capire, “perché sei voluto diventare subito un angelo? Con noi avresti avuto una vita bellissima: papà è super, la mamma urla un po’ troppo, ma ti avrebbe amato alla follia e, a proposito di follia, la nonna era già impazzita di felicità all’idea di un altro nipotino. E poi, dai, sinceramente, guarda che sorella ti sei perso!”

“Carlotta” (ma come faceva a sapere il suo nome?), “io sono parte della famiglia e non mi sono perso proprio niente. Non sono un fratellino perso, ma un fratellino invisibile. Sono un’anima purissima che Dio ha messo a protezione della NOSTRA famiglia. La nonna ha molto pregato per me e Dio nella Sua bontà mi ha preso appena nato perché, se fossi vissuto, non sarei mai arrivato in paradiso”.

“E ora invece sei vicino a Gesù bambino?”, chiese Carlotta, un po’ timorosa di fronte a quel bambino minuscolo che parlava compito e preciso come un libro di scuola e che a scuola non aveva mai messo piede.

Il bambino accennò un bel sorriso, annuì ed inviò il suo messaggio: “A dire il vero il più delle volte siedo sulle Sue ginocchia… passeggiamo insieme per i prati ed i ruscelli del Cielo, che sono milioni di volte più belli dei più belli della terra. Gesù è un Amico con la maiuscola!”

Carlotta a sentire certe cose si sentì friggere d’invidia: “Ma tu non hai fatto niente per andare in paradiso e invece a me toccherà sgobbare una vita, comportarmi bene e fare tutti i compiti, sempre, tutti! Non mi pare giusto!”

Michelangelo Lorenzo ondeggiò (forse posò il piedino caldo a terra, poggiandoci sopra l’altro per riscaldarlo), ci pensò un attimo, volse gli occhi in su, torse la boccuccia e replicò di getto: “Sono tanti e tali i mezzi che Dio ti darà per arrivare dove sono io adesso che non ci arriverai se proprio vorrai non arrivarci. Fai così, consiglio di fratello: aggrappati alla veste di Maria e anche alla mia”

Così dicendo le porse il lungo orlo bianco.

“Beh, allora dille di non accorciarla, in modo che sarà più facile trovarla nei momenti difficili.”

Il bambinetto mise le manine sulle coperte, sollevò i piedini, posò le labbrucce sulle guance soffici di Carlotta e poi sparì.

Quando la mattina arrivò la mamma, Carlotta non disse nulla, ma balzò giù dal letto e subito si accorse che il campanellino era ancora a terra, il cuore di lana dove lo aveva lasciato, ma le scarpine azzurre erano sparite.

Le cercò ovunque, chiese ai suoi genitori e dopo un po’ fu chiaro che quei piedini nascosti dalla veste bianca avevano trovato riparo.

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E’ passato ormai molto tempo e nella camera della mamma e del papà di Carlotta regna il silenzio. Sul cuscino, il libro più amato da entrambi.

Nell’armadio quei vestiti che ora non servono più e che lei non vuole donare, malgrado la generosità che l’ha sempre contraddistinta: il maglione, il cappottino che hanno protetto il corpo di sua madre, non li può immaginare altrove e quella giacca blu imbottita nella quale si scaldava suo padre negli ultimi giorni di vita, come stonerebbe su qualcun’ altro!

Per tutti gli anni della sua infanzia, Carlotta ha lasciato ogni sei mesi (i piedi dei piccoli crescono in fretta) sul suo comodino un paio di scarpette, sempre più grandi. Ogni volta, al mattino quelle scarpette non c’erano più.

Gli anni sono corsi veloci: la scuola, l’amore, il lavoro e ora il matrimonio.

Sempre, quando aveva avuto un problema, si era ricordata di quella veste bianca e lunga cui aggrapparsi e avrebbe potuto giurare che, nei giorni bui, nelle ore di lutto e di dolore, aveva sentito nella sua casa, lungo il corridoio, accanto al letto, un fruscio leggero di seta che si muove su passi vellutati.

Anche per lei è arrivato finalmente il tempo felice di diventare mamma.

Aspetta il suo Agostino ormai da nove mesi.

Stasera la luna è chiara, come tanti anni fa e come tanti anni fa s’è affacciata, vicina splendida ed impertinente, alla finestra.

Quando, dopo un breve sonno cullato dai movimenti del bambino, Carlotta apre gli occhi e allunga il braccio verso il comodino, un oggetto cade facendo TIN TIN.

Accende la luce, lentamente si siede e vede un campanellino dorato a terra che continua, non mosso, a tintinnare gioioso.

E’ in arrivo una festa.

Nasce Agostino ed è subito in braccio a suo padre: una palletta di carne rosata, due occhini neri ansiosi di mamma.

Sul comò di Carlotta, proprio accanto al suo letto qualcuno ha posato due scarpine di velluto azzurro identiche a quelle che una notte lontana sparirono dalla sua cameretta.

Agostino ora le indossa. Mani invisibili e amorevoli di nonni gli sfiorano le manine e la fronte.

C’è uno zio accanto a Carlotta, uno zio che solo i suoi occhi di sorella e quelli innocenti di Agostino vedono. E’ un po’ infreddolito, in abito bianco, ma senza nulla ai piedi: li appoggia l’uno sull’altro per sentir meno il gelo del pavimento. Oggi come allora mette le mani sulle coperte, solleva i piedini nudi, posa le labbrucce sulle guance soffici di sua sorella e poi sparisce.

“Davvero non c’è vita inutile”, pensa Carlotta, “nemmeno quella non vissuta”.

E dà il primo bacio ad Agostino.