La Francia al bivio

La Francia al bivio

Quelle che si terranno questa domenica saranno le elezioni presidenziali probabilmente più importanti nella storia della Quinta repubblica francese e, conseguentemente, le più importanti anche per tutta l’Europa.

Stretti, secondo i sondaggi, in una forbice di pochi punti, i candidati in lizza, ma sono due quelli che più spiccano, offrendo visioni perfettamente antitetiche della Francia: Marine Le Pen ed Emmanuel Macron.

E’ questo infatti che è in palio in questa tornata elettorale, non l’alternanza tra un partito e un altro, quanto due visioni del mondo contrastanti: una, quella espressa dal Front National che chiede il ritorno del primato della nazione e del popolo; l’altra, quella di Macron, che invoca, apertamente e senza civetterie, in modo franco ed esplicito, il primato dell’economia e la fine della nazione non solo come entità politica, ma anche come entità concettuale.

Certo, i sondaggi sono ballerini, sbilanciarsi nel dire che il ballottaggio sarà un Le Pen – Macron è senz’altro avventato. Al momento, hanno sicuramente buone speranze sia il candidato della France Insoumise, il veteromarxista Mélenchon, sia il conservatore Fillon, candidato dei Les Républicains.

Anzi, negli ultimi giorni è apparso uno studio su Le Figaro in cui, accanto ai sondaggi ufficiali, viene presentato un “sondaggio digitale”, ottenuto misurando, con debito algoritmo, i commenti favorevoli che i vari candidati ricevono in rete e il risultato sarebbe un sorprendente secondo turno Fillon – Le Pen.

Guardando a sinistra, invece, stupisce la rapida crescita di Mélenchon, il tribuno di una coalizione rosso-verde di rottura netta con la sinistra di governo e con l’Unione Europea.

Mélenchon è senza peli sulla lingua e, a differenza di molti suoi colleghi della gauche (e senza dubbio sta qui il suo successo) non ha paura di difendere tesi che, ultimamente, sembravano essere quasi esclusivamente patrimonio comune del fronte lepenista: uscita dalla Nato e revisione dei trattati europei in primis.

A queste proposte, Mélenchon accompagna poi ricette di politica economica quanto meno discutibili: una cosa può essere volerla fare finita con l’austerity di Bruxelles, un’altra proporre un’esplosione di spesa pubblica (in buona parte assistenziale) di 270 miliardi da finanziarsi, almeno, con 120 miliardi di nuove tasse…

Tuttavia, per quanto possa sembrare un personaggio uscito da un documentario sul Fronte Popolare degli anni ’30, Mélenchon entusiasma un elettorato di sinistra che, da troppo tempo, non sentiva dai propri esponenti alcunché di sinistra; inoltre, la caduta verticale nei sondaggi del socialista Benoit Hamon, drammaticamente privo di carisma e di un messaggio di cambiamento, può aver senza dubbio favorito il candidato di estrema sinistra, visto che una parte degli elettori socialisti, ormai disillusi dalla possibilità di arrivare al secondo turno, avranno dismesso la logica del voto utile, che predilige di norma i partiti moderati, e si saranno reindirizzati ad una scelta identitaria.

In ogni caso, al netto di queste considerazioni, i favoriti restano due e se c’è un tema in discussione in questa tornata elettorale, quel tema è senza dubbio la sovranità nazionale e l’identità della Francia all’interno dell’Europa.

L’idea di identità nazionale che Macron – l’allievo dell’ENA, la fabbrica dell’élite d’oltralpe, ex-Banca Rothschild, ex-Partito Socialista, ex-Ministro dell’Economia, che pure si presenta come il candidato del “nuovo” – è piuttosto chiara, visto che ha candidamente dichiarato che – riportiamo testualmente – “una cultura francese non esiste”.

Di fronte a tali esternazioni, è veramente difficile dare torto a Marine Le Pen quando, nei suoi comizi, proclama che in queste elezioni è in gioco il futuro della Francia come nazione sovrana e che, dovesse vincere Macron, la Francia sarebbe ridotta ad essere una regione di quell’Unione Europea che dell’Europa e dello spirito europeo è l’antitesi. Una regione da amministrare e non da governare, un insieme qualunque e anonimo di 67 milioni di consumatori e niente più.

Queste le idee, espresse d’altra parte senza remore, del candidato del movimento En Marche. “En Marche”, ossia la risposta populista del sistema, il “partito app”, ideologicamente e idealmente vuoto fin dal nome, in larga parte virtuale e senza una vera base militante, appoggiato da più o meno tutta l’intellighenzia dominante, politicamente insediato in un centro ampio, che va ad inghiottire tanto il centrosinistra (Macron ha incassato il consenso dell’ex-Primo Ministro socialista Manuel Valls) quanto del centrodestra (non pochi i deputati e le personalità di spicco dei Republicains che hanno avuto parole di apprezzamento per il giovane tecnocrate).

Quasi incarnazione e manifestazione del modello politico UMPS (dalla crasi di UMP e PS, le sigle dei partiti di Sarkozy e di Hollande), En Marche appare senza dubbio come il peggio del peggio della nostra società. Per fare un paragone all’italiana, lo si potrebbe definire come una sorta di Movimento Cinque Stelle con Renzi segretario, un movimento che, novità assoluta, si candida alla guida di una nazione sostenendo che la nazione stessa non esista, che la storia, la religione, la lingua, le istituzioni e tutto ciò che costituisce l’identità di un popolo sia irrilevante, mentre a contare sarebbero solo gli interessi di chi promuove monete uniche e unioni bancarie.

Come detto, non sappiamo se lo scontro sarà realmente Macron – Le Pen, e tuttavia appaiano essere chiaramente questi i due poli di alterità di questa elezione. Dovessero gli altri due candidati, Mélenchon o Fillon, qualificarsi per il ballottaggio, sarebbe in ogni caso una sorpresa.

Certo, il grande tema della sovranità, dell’esistenza delle nazioni e del dominio di un mercato pronto a mercificare senza remore la stessa persona umana – un sostenitore della campagna di Macron ha puntualizzato, discutendo dell’utero in affitto, che “come in fabbrica si affittano le proprie braccia per denaro, si possono affittare gli uteri” – non scomparirebbe, ma sarebbe solo apparentemente celato dalle diverse personalità degli altri due candidati.

Noi, da parte nostra, ci sentiamo di sottoscrivere la recente dichiarazione di Jean Marie Le Pen, di cui pure i gravi screzi con la figlia sono noti: “Mélenchon è il candidato dei comunisti, Macron degli opportunisti, Fillon dei redivivi. Non c’è alternativa”.