La festa dei lavoratori non appartiene a una sola parte politica

La festa dei lavoratori non appartiene a una sola parte politica

Nel nostro immaginario sociale colleghiamo il Primo maggio alle bandiere rosse, ai sindacati, al concertone di Roma. Ma è lecito – ci chiediamo – che una sola parte politica rivendichi l’esclusività delle lotte (e delle conquiste) dei lavoratori? E, soprattutto, la sinistra (intendendo la sinistra occidentale) a che titolo può ancora farlo?

Eppure che il Primo maggio, festa dei lavoratori, sia una festa di “sinistra”, sembrerebbe un dato da non mettere neanche in discussione: quasi un assioma.

Se però chiedessimo il parere di uno dei padri della logica, tale Aristotele, scopriremmo che una specie di sillogismo potrebbe mandare a gambe all’aria l’assioma stesso:      

Se infatti: a) festa del Primo maggio = festa dei lavoratori  b) e i lavoratori non sono più rappresentati dalla sinistra occidentale ; c) ne consegue che la festa dei lavoratori non è (più) una festa della sinistra.

Semplice. Che poi, chiunque lo voglia (a prescindere dalla credibilità con cui lo fa), possa rivendicare il diritto di ergersi a paladino della classe lavoratrice, è un altro discorso, ed è giusto che sia così.

Prima di ribadire le ragioni per cui si può parlare di divorzio tra la sinistra occidentale e gli interessi delle classi subalterne lavoratrici, però, ricordiamo qualche dato storico, tanto per ribadire che il sociale non è e non è stato necessariamente una questione “di sinistra” (così come la questione nazionale e identitaria non lo è “di destra”, e la recente ascesa dei movimenti populisti, che si propongono di superare queste obsolete categorie novecentesche, sembra dimostrare che in Europa ormai lo stanno capendo in molti).

Ricordiamo, ad esempio, che il primo stato ad istituire un moderno sistema assistenziale (pensioni e assicurazioni) fu nientemeno che la Prussia militarista di Bismarck: sì, proprio lui, il cancelliere di ferro che comandava le temibili truppe col corno in testa. Accettiamo che possa aver agito in questo direzione per l’influenza del partito socialista meglio organizzato d’Europa, ma il dato sorprendente rimane. Ricordiamo poi che la moderna dottrina sociale della Chiesa, che convenzionalmente facciamo nascere con l’enciclica Rerum novarum di Leone XIII (1891) si proponeva come via di mediazione tra le esigenze dei capitalisti e i diritti degli operai, in una prospettiva, ovviamente, antimarxista, ma non per questo debole nel denunciare gli abusi del sistema liberal-capitalista, a scapito degli individui più deboli della società. Documento forse non rivoluzionario, dunque, ma che se applicato nei suoi principi avrebbe, e in parte ha portato, a delle riforme profonde della società. Prendiamo in considerazione, ad esempio, le seguenti righe, tratte dal paragrafo 17 della parte II:

“Principalissimo poi tra i loro doveri (dei ricchi, ndr) è dare a ciascuno la giusta mercede. Il determinarla secondo giustizia dipende da molte considerazioni: ma in generale si ricordino i capitalisti e i padroni che le umane leggi non permettono di opprimere per utile proprio i bisognosi e gli infelici, e di trafficare sulla miseria del prossimo. Defraudare poi la dovuta mercede è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio.” (1)

C’è stata in seguito, in Italia, l’esperienza del ventennio fascista, che non nacque dal niente: si pensi ad esempio al sindacalismo rivoluzionario, suggestivo mix di destra e sinistra che non poco influenzò Mussolini, o all’impresa di Fiume e alla carta del Carnaro. Si sa che, dopo aver preso il potere, il regime accantonò de facto i suoi propositi rivoluzionari, i quali rimasero spesso lettera morta, o trovarono un esito legislativo, peraltro non realizzatosi concretamente, solo nella tormentata stagione di Salò. Tuttavia – spiace ricordarlo, ma qualcuno deve pur farlo – nei vent’anni di regime gli italiani sono stati privati di alcune libertà individuali, ma nel complesso le condizioni sociali della classe operaia sono migliorate. E se un sistema previdenziale generalizzato era già in forza nel sistema Italia prima della salita al potere di Mussolini, è durante gli anni ’20 e ’30 che si costruisce la maggior parte dello Stato sociale italiano, con istituti e garanzie ancora oggi in vigore, ma, ahinoi, in via di smantellamento, soprattutto ad opera di quella sinistra che vorrebbe tuttora ergersi a unica paladina dei lavoratori: basti pensare che la mobilità nel nostro sistema lavorativo è stata introdotta dal governo Prodi, uscito dalle urne del 1996, e il colpo di grazia a questa generazione precarizzata è arrivato due anni fa col Jobs act di Renzi.

Una cosa buffa: se la battaglia per l’orario lavorativo è una delle principali del movimento operaio, e rappresenta un po’ l’emblema del Primo maggio stesso (2) , è paradossale rilevare che in Italia le 8 ore sono state concesse col regio decreto n°692 del 1923. Indovinate un po’ chi era capo del governo nel 1923?

Ci fermiamo qua, ma gli esempi per ribadire che il sociale non è riconducibile a una sola ideologia – e l’esperienza del socialismo nazionale panarabo di Nasser? E il comandante Chavez, idolatrato dalla sinistra italiana, ma che, parà e nazionalista, sarebbe stato il primo a prendere a calci nel sedere tanti suoi idolatri? – potrebbero essere altri mille.

Concludiamo riallacciandoci al discorso iniziale, cioè che la sinistra (almeno quella europea occidentale) da anni rappresenta tutto tranne che i lavoratori, dato che si è fatta promotrice di politiche del tutto speculari a quelle dei suoi alter-ego di centrodestra, che si tratti del nostro sgangherato centrosinistra, dei laburisti inglesi o dei socialisti francesi, tutti impegnati nell’indebolire i lavoratori davanti alle fredde logiche del mercato e del profitto individuale. Un vero tradimento della sua matrice socialista, in nome dell’apertura al libero mercato. Inoltre, la stessa sinistra ha promosso, con la scusa dei “diritti civili”, politiche nichiliste e radicali, volte ad attaccare la famiglia naturale come cellula base della società, come comunità naturale che rappresenta il primo nemico per quell’ideologia turboliberista, che vuol ridurre tutto a merce e vuole abbattere ogni ostacolo alla costruzione di un mondo fatto di individui monadi, di consumatori inebetiti.

Tacciamo per carità di patria su ciò che si muove a sinistra dei vari centrosinistra, da gente come Tsipras, del quale non si contano più i tradimenti e controtradimenti, a Vendola (quello che va in giro a comprarsi figli da donne povere), fino ai centri sociali, a proposito dei quali lasciamo il giudizio al filosofo marxista Costanzo Preve: “I centri sociali sono la guardia gratuita del ceto intellettuale di sinistra. La loro cultura è inesistente, trattandosi di ghetti consentiti e foraggiati dalla Sinistra Politicamente Corretta (SPC), che li può sempre usare come potenziale guardia plebea. Privi di qualsiasi ragion d’essere storica, costoro, composti di semianalfabeti, intontiti dalla musica che ascoltano abitualmente ad altissimo volume e dallo spinellamento di gruppo, hanno una cultura della mobilitazione, dello scontro e della paranoia del fascismo esterno sempre attuale, ed è del tutto inutile porsi in un razionale atteggiamento dialogico, che pure potrebbe teoricamente chiarire moltissimi equivoci. Ma il paranoico non è un interlocutore. Anche l’interesse per i migranti è un pretesto, perché essi li vivono come un raddoppiamento mimetico della loro marginalità.” (3)

Note

(1) http://w2.vatican.va/content/leo-xiii/it/encyclicals/documents/hf_l-xiii_enc_15051891_rerum-novarum.html

(2) In moltissimi paesi del mondo il Primo maggio si festeggiano i lavoratori e si ricordano le battaglie per le conquiste dei loro diritti. La data non è casuale, ma ricorda la repressione seguita a degli scontri tra forze di polizia e militanti anarchici a Chicago nel 1886.

(3) Non è questa la sede adatta per discutere di un tema che meriterebbe un articolo a sé, ma mi limito ad accennare alla grave miopia di chi non capisce che l’immigrazione non controllata va a solo vantaggio del grande capitale, che gode di un esercito industriale di riserva col quale può abbassare o annullare i diritti sociali dei lavoratori indigeni, mentre i paesi di partenza sono impoveriti nel loro tessuto sociale per la perdita dei giovani più dinamici.